Vampiri

La Città di notte è piena di mostri. Ma grazie a un sorso di un orrido liquore e armato solo di un bastone, un giovane eroe troverà il coraggio di affrontarli


Il Ragazzo non voleva rassegnarsi a soffocare quella nottata sotto il cuscino, per cui si fermò davanti al portone e tornò sui suoi passi. Non riusciva proprio a tollerare l’idea di tornare a casa di sua zia così sobrio.
Decise che avrebbe trovato un baretto aperto, o anche un semplice chiosco, così da rendere la situazione appena più accettabile. Ma non sarebbe stata un’impresa facile, a quell’ora di notte e in quella città implosa su se stessa, per cui si rassegnò a farsi una lunga camminata.
Come al solito, aveva sottovalutato il freddo che alla sera striscia fuori dalla sua tana e si avvinghia attorno agli sventurati che escono senza giacca, penetrando nelle maniche dei golf e nelle gambe dei pantaloni e spandendo il proprio fluido mortale su ogni briciola di pelle, spingendosi di tanto in tanto fin nella biancheria intima, con effetti opposti sui genitali maschili e i capezzoli femminili. Il Ragazzo si strinse nella felpa e sollevò il cappuccio giusto in tempo per opporre resistenza all’ennesima sberla di vento.
I lampioni, alcuni funzionanti, altri rotti ormai da tempo, punteggiavano la strada in maniera irregolare, più o meno così:

.. . … . . .. .. … .

Fu mentre il Ragazzo era immerso in una di queste pause buie, che intravide nella luce due silhouette che gli apparvero tristemente note. Non era difficile, così a tarda notte, ricollegarle ai loro legittimi proprietari, che in quella città chiunque fosse solito oltrepassare orari ragionevoli ben conosceva.
Si fece tutt’uno con l’oscurità, aspettando che i figuri gli passassero affianco senza notarlo.
Non si era sbagliato, constatò mentre questi si allontanavano ciondolando da destra a sinistra come due pendoli molli: erano proprio loro. In tutti i bar della zona erano conosciuti come il Gatto e la Volpe, per via che giravano sempre in coppia. Ma a dirla tutta, c’era chi gli riservava nomignoli molto meno generosi, anche se in quel momento al Ragazzo non venne in mente quello che erano soliti usare i suoi amici.
Uno dei due, ben stazzato, con i capelli biondi cotonati e il naso grande come una pera, girava sempre con gli stessi pantaloni rosa salmone e lo stesso cardigan blu sformato, in qualunque stagione dell’anno. L’altro, smunto e con il volto graffiato da trascorsi tossici, con i primi freddi si affogava in un giaccone che sarebbe stato largo anche al suo socio e non ne usciva più fino alla primavera.
Di giorno li si poteva trovare a scroccare caffè corretti nei bar, dove chi li conosceva li evitava come la peste. Di notte, diventavano improvvisamente generosi e condividevano le loro stupefacenti fortune con qualche ragazzetto sprovveduto, si mormorava in cambio di favori sessuali o nella speranza che questo collassasse e non fosse in grado di opporre resistenza. Maschi o femmine, si diceva che per loro non facesse una grande differenza.
Il Ragazzo si imbatteva spesso in quei due, in pausa dal lavoro in magazzino o durante i pomeriggi a perdere tempo al bar. Ma il più delle volte era riuscito a passare inosservato e comunque nel complesso non gli aveva offerto più di quel paio di bianchini oltre i quali correvi il rischio di essere considerato un loro fornitore ufficiale, dopodiché ti chiedevano da bere tutte le volte che ti vedevano.
Ma da solo, in piena notte, non gli andava proprio di affrontarli. Quando li incrociava a zonzo sul lungocanale, a un concerto in un centro sociale o ancora a un qualche dj set fighetto — i due non erano schizzinosi, nel cercare compagnia e nel procacciarsi le prede — erano quasi sempre alterati e logorroici, al limite dell’aggressivo. Finivano spesso con il battibeccare con qualcuno e in un paio di occasioni erano anche stati presi a botte. Ma si diceva che poi, a modo loro, avessero trovato il modo di vendicarsi.
Quando fu sicuro che si trovassero ormai fuori portata, Ragazzo riprese il cammino, meno baldanzoso di pochi attimi prima. Ma non poteva permettere che quei due balordi ostacolassero i suoi propositi di risollevare la serata con un’onesta sbronza. Se la meritava. Si dava da fare tutta la settimana. Quando c’era da lavorare, lavorava. E quando non lavorava, dava spesso una mano in casa di sua zia. Un po’ di svago a buon mercato se lo doveva concedere, che diamine, altrimenti sarebbe uscito matto nel giro di poco.
Rimbalzò come la biglia di un flipper per alcune vie laterali. In una stradina buia avvertì delle presenze vaporose come fantasmi strisciare tra le automobili parcheggiate, accompagnate da un flebile tintinnio che cessava ogni qual volta queste si arrestavano dietro le macchine. Con un sibilo sputavano sui muri le lettere del loro antico linguaggio, lasciandosi alle spalle una nube che bruciava in gola. Niente di cui preoccuparsi, pensò il Ragazzo, a patto di non interferire con il loro rituale.
Sbucato fuori dal vicolo, intravide un bagliore promettente nel mezzo dell’oscurità vischiosa. Proveniva da una casupola incastrata nel boschetto di un’isola spartitraffico, attorno alla quale gli insetti umani ronzavano molesti, attirati dall’odore grasso della carne alla griglia.
Il baracchino delle Cannibali, faro per i naviganti metropolitani, oasi di tutti i nomadi della notte, a quell’ora unico rimedio della zona contro i patimenti della fame chimica.
Raggrumati in gruppetti separati, clienti di tutti i tipi addentavano panini e scolavano birrette prima di proseguire il loro viaggio verso l’ebbrezza. Albanoidi che non aspettavano altro che incrociare il tuo sguardo per pietrificarti di botte come la Medusa. Giovani replicanti in cerca di esotismo a buon mercato da raccontare agli amici la sera successiva, seduti sulle comode poltrone di un locale di classe. Superstiti da club che se gliel’avessero servita, avrebbero mangiato pure una spugna, pur di assorbire la rumenta che avevano in corpo. E al centro di tutto, avvolte da una nube unta e scura, le due mitologiche figure conosciute come le Cannibali, che nessuno aveva mai visto al di fuori di quel rettangolo di metallo, come se la loro esistenza fosse effettivamente limitata a quel baracchino.
Grigliavano, affettavano, servivano senza sosta e senza troppe chiacchiere, evitando di concedere a qualsiasi cliente la confidenza sufficiente a ritenersi speciale. Nessuno conosceva la loro vera età e secondo alcuni non avevano bisogno di cibarsi, poiché assorbivano i nutrimenti direttamente dai fumi delle carni che sfrigolavano a ogni ora della notte.
Il più delle volte servivano panini alla salamella guarniti di cipolle, peperoni o insalate depresse. Ma qualche avventore in cerca di emozioni si spingeva in ordinazioni più coraggiose, tra le quali il famigerato Cannibale e il temuto Universo.
Il panino Cannibale veniva chiamato in questo modo a causa delle origini ignote delle sue carni. Non erano state le due proprietarie a dargli quel nome, anzi loro avevano optato per un più innocuo Panino Gervasone, forse in memoria di un vecchio amante che avevano consumato all’interno di quelle quattro mura di metallo, ma tutti lo ordinavano così e alla fine si erano adeguate. Anzi, ci marciavano un po’ sopra, perché quando un cliente ordinava un Cannibale, una delle due si spostava di proposito nell’angolo del baracchino riparato dall’esterno e cominciava a battere, pestare e picchiare coltelli, intimando a chissà chi di stare fermo, oppure di non fare storie, che tanto gli toccava. Qualche scoppiato si faceva impressionare da quel rituale cruento, tutti gli altri si divertivano e il giorno dopo andavano ad accrescere il mito di quel luogo raccontandolo agli amici del bar.
Il panino Universo, invece, era riservato ai soli professionisti, perché lì dentro le due Cannibali ci mettevano ogni ingrediente che capitava sotto le loro grinfie, confezionando una bestia al colesterolo che se non stavi attento ti mangiava il fegato sul posto. Per affrontarlo con qualche speranza, dovevi essere quantomeno un Mangiapanini di ottavo livello. Ogni tanto qualche sbarbato del secondo, magari terzo livello si cimentava nell’impresa, spinto dalla presunzione, ma finiva divorato dal panino nel giro di pochi morsi.
Il Ragazzo non ordinò né l’uno né l’altro, ma si limitò a chiedere a una delle due vecchie una bottiglia di birra annacquata da 66 cl. Con un po’ di fortuna, poteva riuscire a ubriacarsi prima di saturare la pancia di quel liquido paglierino.
La Cannibale gliela consegnò senza tante cerimonie, limitandosi a un “tieni, ragazzo” che per un istante lui scambiò per un segnale di riconoscimento, ma poi si rese conto che l’aveva chiamato a quel modo perché in effetti era un ragazzo, come tanti altri.
Ragazzo era come lo chiamavano tutti quelli che non fossero sua zia. Non sapeva come fosse cominciata, e in realtà come soprannome non è che avesse molto senso. Ma si sa come vanno queste cose: come la faccia che ti ritrovi, il nomignolo non è qualcosa che puoi scegliere.
Sorseggiò la birraccia dalla bottiglia e per passare il tempo cominciò a contare le macchie di sangue incrostate sul bancone di plexiglas che separava i panini già pronti dalle zampe degli affamati. Si sentiva solo, ma allo stesso tempo non aveva intenzione di attaccare bottone con qualcuno dei presenti, anche perché l’alcol e le droghe che ancora li tenevano in piedi avevano lo spiacevole effetto collaterale di renderli logorroici oltre ogni limite di sopportazione. Per cui se ne stette nel suo, curiosando di tanto in tanto le conversazioni che sorgevano, morivano e si perdevano attorno a lui nel giro di pochi minuti.
Vuotata la prima bottiglia, ne prese altre tre da portare via, di cui due se le fece mettere in un sacchetto di plastica. Ragazzo era un ragazzo previdente.
Dopodiché si allontanò tintinnando dal baracchino, stufo della scontatezza degli elementi che lo frequentavano. Svoltando dietro l’angolo, fu infastidito dal dubbio di essere scontato pure lui, ma lo scacciò col gesto automatico di una vacca che allontana una mosca con la coda. Dopotutto, lui era lui.
E così vagò per un po’, bevendo e pensando.
A metà della seconda birra, udì dei grugniti e dei clangori provenire da una piazzetta poco più in là. Per esperienza, sapeva che se c’è qualcuno o qualcosa che grugnisce a tarda notte, di norma è consigliabile evitarlo. Ma il malto aveva acceso la sua curiosità, per cui si nascose tra due macchine e cercò di capire cosa stesse succedendo.
La notte era violenta e la luce dei pochi lampioni nei dintorni veniva inghiottita nell’arco di pochi centimetri dall’oscurità circostante, ma riuscì comunque a intuire tre figure distinte, massicce come troll, che si scagliavano a turno l’una contro l’altra, con tutto il proprio peso, come per fare a gara a chi cedeva prima. A ogni percussione il bersaglio reagiva con un muggito di sofferenza, ma nessuno dei bestioni sembrava intenzionato a ritirarsi da quel gioco primitivo. Sarà stata la birra, sarà stata la stanchezza, ma Ragazzo aveva l’impressione che pure il terreno tremasse sotto il peso dei loro corpi.
Decise che stare a guardarli non era prudente, per cui strinse tra le mani il sacchetto di plastica, in modo da non far rumore con le bottiglie, e sgattaiolò tra le auto. Quando però era ancora a portata di vista, inciampò in un bitorzolo di asfalto e si fece sfuggire di mano la birra, che si suicidò rumorosamente sul marciapiede.
“Chi c’è là?” grugnì una voce cavernosa.
Ragazzo non si premurò certo di dare una risposta, ma anzi si mise a correre come se fosse stato posseduto dallo spirito di uno scattista e si arrestò solo quando fu certo che non ci fosse anima viva — o quanto meno sveglia — nel raggio di un centinaio di metri. Con la trachea in fiamme e i polmoni a un passo dal diventare tutt’uno col costato, si rese conto di avere perso nella fuga accendino e sigarette, ma non se la sentì di tornare sui suoi passi per recuperarli.
Almeno, aveva con sé ancora due birre.
Senza accendino, però, fu costretto ad aprirsela coi denti, pratica antica che aveva imparato nei pomeriggi passati sulle panchine con gli amici, ma apertamente sconsigliata dal suo dentista. Che in ogni caso non vedeva da almeno tre anni, per cui stappò senza troppi rimorsi.
Non si ricordava quando avesse smesso di essere soddisfatto di sé. O meglio, non era nemmeno sicuro di esserlo mai stato, ma a un certo punto aveva cominciato a preoccuparsene, mentre da ragazzino non aveva mai pensato di porsi il problema.
Lasciare la casa dei genitori ancora adolescente, venire in città da sua zia, lavorare per pagarsi gli studi: un tempo tutto questo gli pareva avere un senso. Ma poi era dolcemente naufragato nella mediocrità, aveva abbandonato l’Università, non se l’era più sentita di tornare indietro e si era trovato invischiato in quel qualcosa di indefinito, che gli si appiccicava ogni giorno di più ai vestiti e che, temeva, prima o poi si sarebbe indurito, trasformandolo in una statua di rimorsi.
Rimpiangeva i tempi dell’adolescenza in cui non solo era normale essere uno sfaccendato, ma anzi sarebbe stato preoccupante non esserlo. Ora, invece, ogni anno che passava senza che nulla cambiasse, lo avvicinava a un futuro di fallimenti. Eppure, dentro di sé sperava ancora che bastasse un unico evento fortuito per cambiare le cose, magari una singola notte in cui capovolgere la propria vita.
Ma il massimo che si può chiedere alla notte, ne era consapevole, è una bella avventura, e peraltro era da tempo che le sue uscite non gliene riservavano una.
Riprese a scarpicciare senza meta, concedendosi di tanto in tanto un nuovo sorso di birra ormai calda. Fu allora che la notte si decise a essere un po’ più generosa nei suoi confronti e sputò fuori le seguenti parole.
“Ehi, Ragazzo”.
Alzò lo sguardo per capire se quell’epiteto era da intendersi in chiave generale oppure personale. Un sorriso furbetto lo fece propendere per la seconda ipotesi.
“Ehi”.
Era Sofia, la sorella più piccola di un suo vecchio amico, che non vedeva da almeno tre anni, cioè da quando ancora andava alle superiori. Sapeva che dopo la maturità era partita per Londra con una sua amica e si era fermata lì per un po’ lavorando come cameriera o come commessa di negozio, non tanto per trovare nuove prospettive di vita, quanto piuttosto, testuali parole del fratello, per divertirsi e stare un po’ di tempo lontana dalla madre rompicoglioni.
Sapeva anche che era già ritornata in Città, ma non aveva idea da quanto e comunque non la aveva ancora incontrata. Almeno fino a quella notte.
“Dove stai andando?” biascicò lei.
Ragazzo non aveva idea di che cosa, ma doveva essere bella piena.
In effetti era cambiata parecchio, dall’ultima volta che l’aveva vista. Si era, come dire, sporcata, ma lui non trovava affatto che questo fosse un male. Era cresciuta, questo era sicuro. E non era più la ragazzetta caruccia ma tutto sommato insipida che dava l’idea di essere ai tempi della scuola.
“Non lo so. In giro” rispose dopo una sorsata di birra.
Quando erano ragazzini, il suo amico gli raccontava sempre che Sofia aveva una vera e propria passione per lui, ma non ebbe mai modo di verificare se questo fosse vero, prima di tutto perché lei era così timida che quasi non osava rivolgergli la parola, in secondo luogo perché comunque era la sorellina piccola di un suo amico, il che la escludeva in maniera categorica dal mucchio delle ragazze desiderabili.
“Me ne dai un goccio?” fece lei.
Era proprio cambiata, non c’erano dubbi.
“Sì… certo”.
Le porse la birra imbarazzato. Senza bisogno che lei glielo dicesse, si rese conto che doveva cancellare una volta per tutte l’idea della ragazzina a cui non bisogna passare gli alcolici o le sigarette perché è troppo piccola.
Sofia ciucciò la bottiglia con la classe di un camionista, dopodiché gliela restituì.
“È terribile” ridacchiò asciugandosi la bocca con il dorso della mano.
“Già” ammise sorridendole a sua volta. Poi si fece coraggio e le chiese: “E tu invece, dove stai andando?”.
Prima di rispondere, Sofia si scostò un ciuffo dalla fronte. Solo allora Ragazzo si accorse che era tinto di un colore indefinito tra l’azzurro e il verdino, che sfumava poi in semplici riflessi nei capelli corvini. Sì, ora ne era certo: negli ultimi anni la sorella del suo amico aveva portato avanti una consapevole strategia di sporcatura, per dipingere una nuova persona sopra la tavola bianca di un’identità insipida. Tinta, piercing, giubbotto con le toppe — non li poteva vedere ma avrebbe scommesso che ci fossero anche due o tre tatuaggi — tutto si riduceva a un tentativo di assumere un contorno agli occhi del mondo. Un tentativo nemmeno troppo originale, a dirla tutta, ma a Ragazzo non importava, perché la nuova Sofia gli piaceva. Eccome se gli piaceva.
“Raggiungo degli amici a una serata dubstep in un centro sociale qui in zona. Il Lavorincorso, non so se lo conosci…”.
Ragazzo ne aveva sentito parlare. Non ne era certo, ma forse ci era anche stato, una sera.
“Come no. Ci sono stato parecchie volte”.
Lei sembrò delusa dalla risposta. “Ah. Io non ci vado quasi mai, perché sono delle teste di cazzo. Ma stasera mette i dischi il cugino di una mia amica”.
“Ah” si gelò lui. Per poi ridimensionare la sua affermazione: “In effetti sì, una volta ci andavo spesso, ma adesso è da un pezzo che non ci vado, perché mi hanno un po’ rotto il cazzo”.
“E stasera?” fece Sofia allungando di nuovo la zampa verso la bottiglia di birra. Ragazzo se la fece sfilare senza opporre resistenza.
“Stasera cosa?”.
“Stasera ci vieni?”.
Rimase alcuni istanti in silenzio, constatando quanto fosse grezzo ma al contempo meraviglioso il suo modo di bere dalla bottiglia.
“Non so, io…”.
Provò a figurarsi nella situazione. Lui in un centro sociale in compagnia di Sofia e dei suoi amici di almeno cinque o sei anni più giovani di lui. Sarebbe stato irrimediabilmente fuori contesto. Senza contare che non aveva mai avuto il senso del ritmo e che la dubstep tutto gli ispirava, fuorché il desiderio di ballare. Avrebbe fatto la figura del burattino. E poi ci sarebbe stato un gran casino, mentre lui quella notte preferiva indulgere nella silenziosa melanconia delle strade.
Inoltre con tutta probabilità lei era già fidanzata, e la stupida cotta adolescenziale che aveva nei suoi confronti era sfumata con la stessa rapidità con cui il vento spazza via una scorreggia quando si apre la finestra, e se gli aveva chiesto di venire con lei era solo per gentilezza, o forse peggio, perché mirava alla sua birra.
Insomma, non ne sarebbe potuto venire fuori niente di buono.
“No, io… mi aspettano a casa di amici. Non voglio mica tirargli il pacco, sai”.
Lei scosse le spalle, vagamente contrariata.
“Ok, come vuoi tu”.
Si congedò con un bacino sulla guancia. La vicinanza della di lei bocca con il suo naso gli offrì una rapida panoramica sulle varie e abbondanti qualità di alcolici che aveva già ingerito nel corso della serata, dal sorso di birra di poco prima passando a una solida base di vino, fino a dei rapidi ma non per questo meno persistenti incontri con della tequila da due soldi. In quel calderone di odori ebbe anche l’impressione di cogliere una nota pungente di fumo, per quanto non potesse giurarci.
A ogni passo con cui lei si allontanava nella notte, Ragazzo si odiava un po’ di più. Quasi era arrivato a correrle dietro e dirle di avere cambiato idea, quando lei si arrestò e si voltò verso di lui.
“Senti…”.
“Sì?” trillò lui con molta più emozione di quanta ne volesse infondere alla sua voce.
Non tutto era perduto. Era ancora in tempo per ridare speranza alla serata.
“Non è che mi lasceresti una delle tue birre? Sai, per scacciare la noia che devo arrivare fin lì da sola”.
“…”.
“Se vuoi te la pago” aggiunse dopo aver percepito il gelo sul suo volto.
“No no no” si affrettò a puntualizzare lui, “assolutamente. Non voglio assolutamente che mi paghi. Certo che ti do una birra, volentieri. Ecco, guarda, te la stappo sul marciapiede…”. Dopo un paio di goffi tentativi riuscì ad aprire la bottiglia, che le consegnò mestamente. “Allora niente, buona serata eh?”.
“Sì, anche a te” rispose lei con un guizzo lucido negli occhi che poteva tanto indicare che era ancora più brilla di quanto volesse dare a vedere, quanto significare che “scemo, non hai idea di che bella serata poteva essere, se solo non facevi il coniglio e venivi via con me”.
Non ebbe modo di scoprirlo, perché nel tempo di un sospiro Sofia era già stata inghiottita dal buio della notte, tanto che per un attimo Ragazzo si convinse di non averla mai incontrata. Ma l’aveva incontrata eccome, perché nelle narici sentiva ancora il profumo speziato dei suoi capelli, misto all’odore piccante del suo respiro.
Stare lì a tormentarsi, in ogni caso, non aveva senso, per cui si fece coraggio con un sorso di birra e riprese le sue divagazioni notturne.
Non è che si divertisse molto, a gironzolare a casaccio per la città. Fino a quel momento la serata non era stata particolarmente generosa nei suoi confronti, e quando anche lo era diventata lui non aveva saputo approfittarne.
Era come se, mentre Sofia gli domandava se volesse accompagnarla a ballare, una sanguisuga spettrale gli si fosse attaccata alla giugulare e avesse preso a succhiargli le energie vitali. Neanche aveva fatto in tempo ad aprire bocca, che si era ritrovato prosciugato della forza di volontà. Alle volte aveva l’impressione che quell’entità mostruosa lo accompagnasse in ogni minuto della sua vita, nascosta nella sua ombra, pronta a sgusciare fuori al momento decisivo e a privarlo della capacità di cambiare il suo destino.
Insomma, si era ritrovato di nuovo da solo, al buio di quei lampioni stanchi, a cercare di trovare un senso a quelle ore tarde sotto tutti i punti di vista. Sempre meglio che andarsene a letto a fissare il soffitto, in ogni caso.
Per un istante sentì una grassa lacrima di rabbia gonfiargli la palpebra, ma riuscì a trattenerla stringendo le chiappe. Non che comunque lì ci fosse qualcuno che potesse vederlo piangere, ma non voleva fare brutta figura davanti alla bottiglia di birra.
A distrarlo intervenne un rumore proveniente da un vicolo, qualcosa di simile allo sbuffo di un uomo che abbia trattenuto il fiato troppo a lungo. Sporgendosi a sbirciare, si rese conto che quel suono aveva una componente ritmica. Era preceduto ogni volta da un colpo sordo, a cui si alternava poi quella fuga d’aria, come se tra i due fenomeni ci fosse un chiaro rapporto di causa ed effetto.
Affacciandosi un po’ di più nel vicolo, Ragazzo riuscì a scorgere nella semioscurità due piccole figure incappucciate, simili ai coboldi dei libri fantasy che leggeva da ragazzino, che si agitavano attorno a una figura più grande.
Fece qualche cauto passo in avanti e, abituandosi al buio della via, riuscì a capire che i due mostriciattoli non stavano solo saltellando, ma si impegnavano piuttosto a prendere a calci l’uomo sdraiato davanti a loro. Un uomo che, si rese conto dalla sua figura curva e scavata, doveva essere anche piuttosto anziano.
A ogni colpo, questo alitava fuori una nuova boccata d’aria, come per cercare di attutire la botta, o forse semplicemente perché è quello che succede quando ti tirano un calcio nelle costole, non lo sapeva, perché tutto sommato non gli era mai capitato che qualcuno lo menasse a quel modo. Comunque stessero le cose, non gli andava che un povero vecchio venisse riempito di botte, per cui avanzò ulteriormente e quando fu a portata si parò alle spalle dei due coboldi e intimò: “Lasciatelo stare!”.
Questi si voltarono, rivelando sotto il cappuccio volti spigolosi e malvagi che non dovevano aver visto più di diciotto primavere. Non sembravano particolarmente impressionati dal suo intervento, ma quantomeno avevano smesso di lavorarsi il vecchio, che sembrava gradire quella pausa.
“Fatti i cazzi tuoi” ribatté con voce stridula uno dei due.
“Sì, fatti i cazzi tuoi” ripeté l’altro a pappagallo, per poi aggiungere: “Altrimenti prendiamo a calci in culo pure te”.
Erano più piccoli di lui, e nonostante la cattiveria con cui se l’erano presa con il vecchio non sembravano molto minacciosi. Ma erano comunque in due, e Ragazzo non era mai stato buono a fare a botte. Per cui impugnò il collo della bottiglia e la agitò davanti a sé, nel tentativo di sembrare minaccioso. Purtroppo era ancora mezza piena, per cui si bagnò tutte le scarpe.
“Hah, coglione” squittì il primo coboldo.
“Testa di cazzo” il secondo si concesse una variazione sul tema.
Fecero per voltarsi nuovamente verso la loro vittima, ma Ragazzo non glielo permise, calando la bottiglia sulla testa del coboldo numero uno. Il cappuccio attutì la botta, ma la forza del colpo fu tale che il vetro esplose in mille pezzi luccicanti.
“Ahi, che sei scemo? Mi hai fatto male”.
Il secondo coboldo sembrò piuttosto impressionato dalla scena, tanto che approfittò di quell’attimo di sconcerto collettivo per spostare Ragazzo con una spallata e farsi largo fuori dalla stradina, per poi schizzare via come un topo che si è appena seduto in una ciotola di wasabi.
Il suo compagno fece per stringere i pugni, con aria feroce, ma quando si rese conto che il suo avversario aveva una bottiglia rotta ancora stretta tra le mani, si cagò addosso tutta la cattiveria e nel giro di un istante tornò a essere ciò che era veramente, ovvero un ragazzino.
“Non lo faccio più” frignò mentre il vecchio si rialzava al suo fianco.
“Puoi giurarci che non lo farai più” gli fece eco quest’ultimo raccogliendo un bastone che gli doveva essere caduto a terra durante la colluttazione, “perché quando avremo finito con te avrai bisogno di papà e mamma anche per pisciare”.
Vedendo che le cose si stavano mettendo male, il moccioso si fece prendere dal panico e si precipitò anche lui verso l’uscita della viuzza, ma prima di riuscire ad allontanarsi si prese una pedata nel didietro da parte di Ragazzo, tanto che perse l’equilibrio e cadde a faccia in giù. Prima che potessero riagguantarlo, però, riuscì ad alzarsi e si disperse anch’esso come una scorreggia contro un ventilatore.
“Gran bel calcio nel culo” si complimentò il vecchio.
“Vuole andare al pronto soccorso?”.
“Al pronto soccorso?”. L’uomo, il quale oltre che anziano si rivelò essere anche piuttosto trasandato — qualcosa di molto simile a un barbone, insomma -, si diede delle pacche sul golfone di lana in cui era sprofondato il suo corpicino rachitico, come per assicurarsi che in effetti fosse tutto a posto. “Quei pivelli non sono neanche buoni a menare uno stronzo della mia età. Altro che pronto soccorso. Ma se ero qualche anno più giovane… se ero…”. Si accasciò prima di finire la frase, colto da un improvviso sconforto. “Dannazione, non sono nemmeno più in grado di reggere in mano il mio bastone”.
A sottolineare queste parole gli sventolò il bastone sotto il naso con mano tremolante. Dava l’impressione di essere stato, un tempo ormai molto lontano, un bastone da passeggio piuttosto elegante, di quelli che non si usavano più da tempo immemore. Il manico in metallo, ormai completamente ossidato, aveva la forma della testa di un cane feroce, mentre l’asta scheggiata sembrava fatta di un legno pregiato, o almeno così parve a Ragazzo, che però non se ne intendeva molto di quel genere di cose.
“Mi hanno trovato che stavo… sì, insomma” il vecchio si voltò con un filo di imbarazzo verso una casupola improvvisata con delle scatole di cartone, “mentre stavo schiacciando un pisolino. Prima di ritornare a casa, sai. Beh, insomma, mi hanno svegliato a suon di calci, e quando ho preso il bastone per fargliela pagare è bastato che ne colpissi uno sulla zucca perché mi scivolasse di mano. E quelli mica l’hanno presa bene, sai?”.
“Ho notato”.
“Per fortuna che erano dei poppanti, altrimenti avresti ritrovato una marmellata di vecchio, a quest’ora”.
Ragazzo sorrise, più per simpatia che per la battuta.
Il viso di quell’uomo era stato talmente violentato dalle rughe che ci si sarebbe potuto giocare a parole crociate, sulla sua faccia, se non fosse stato per quel naso gonfio e rosso che rovinava la visuale. Capelli, barba, baffi, peli delle orecchie e del naso formavano un tutt’uno ormai inestricabile che doveva avergli tenuto caldo in più di una notte di gelo. Adesso che era ormai primavera si limitava a indossare quel grosso golf di lana grezza, ma affastellato accanto ai cartoni c’era un mucchio di giacconi e vestiti pesanti che doveva costituire il suo guardaroba invernale, in piena osservanza della Moda Uomo per senzatetto.
“Sì, lo so” fece il vecchio vedendo che Ragazzo lo squadrava, “non sono al massimo della mia forma. Ma un tempo ero un fiorellino, eh. Non ci credi?”.
“Va… bene”.
“Sul serio!” insistette.
“Ho detto va bene”.
Il barbone lo squadrò, indeciso se credergli o meno. “Sono stati i servi di Mammona a ridurmi come mi vedi”.
“I… chi?”.
“Mammona. I suoi scagnozzi. Tu non lo sai chi è quel figlio di una bagascia di Mammona, figliolo?”.
“Ehm, no” ammise imbarazzato.
“Mammona, il dio Denaro. Esiste sul serio, sai? E i suoi servi sono ovunque, si riproducono come dannati bacherozzi. Hanno rosicchiato tutto quello che avevo, poi hanno cominciato a rosicchiare pure me”.
“Bacherozzi?” gli fece eco Ragazzo, che di quel discorso non aveva capito una sola parola.
“Sì, sai. Larve, insomma. Questa città ne è infestata”.
“Ah”.
Questa volta fu il vecchio a studiarlo con attenzione, come se stesse per prendere una decisione sofferta.
“Sai che ti dico? Puoi tenerlo tu il mio bastone”.
“Io?”.
“Sì. Tanto io non me ne faccio niente. Non sono nemmeno più in grado di usarlo. Tu invece, tu sì che lo puoi usare”.
“Per andare a passeggio?” non riuscì a trattenersi Ragazzo.
Il vecchio fece una smorfia. “Fai pure lo spiritoso, giovanotto. Ma questo bastone mi ha salvato più di una volta. Dai vampiri”.
“Vampiri?”.
“Sì, i vampiri. È fatto apposta per i vampiri, questo. Dovresti vedere come scappavano, ai tempi andati, quando glielo davo in testa”.
“Suppongo che chiunque scapperebbe se gli dessero una bastonata in testa”.
Il barbone sembrò soppesare con interesse le sue parole. “Già. Supponi bene. Ma fidati, in particolare i vampiri. Sarà per via dei materiali con cui lo hanno fatto, o di chissà quale altra diavoleria”.
“Aha” lo assecondò Ragazzo, “ma certo”.
“In ogni caso, adesso è tuo”.
Non è che se ne facesse molto, di un bastone da passeggio. Se ci si fosse presentato al baretto, i suoi amici lo avrebbero di sicuro preso per il culo. E a ragione, d’altronde. Ma quel vecchietto gli pareva un po’ fuori di testa, per cui decise che era meglio non offenderlo e si fece dare il bastone senza protestare.
“Beh… grazie”.
“Grazie a te, giovanotto. Dopotutto mi hai salvato da quei maledetti nani. Anzi”. Il vecchio alzò al cielo un dito simile a un grissino integrale e si allontanò verso la casupola di cartone. Ne ritornò stringendo tra le mani una bottiglia piena di un liquido trasparente. “Sai che ti dico? Brindiamo. Ci vuole, dopo una stronzata come questa”.
Ancora una volta, Ragazzo decise di assecondare il vecchio, per cui, dopo che questi si fu ciucciato una dose generosa di quel liquore incolore, prese la bottiglia tra le mani. Prima di bere, però, la sottopose a un attento esame, sia olfattivo, da cui emerse che quella roba odorava di piscia di scimmia, sia visivo, da cui risultò che l’etichetta era scritta a penna.
“Grappa dello Stregone” c’era scritto in grande. Poi, sotto, più piccolo: “Produzione casalinga. Bevete a vostro rischio e pericolo”. E in fondo, quasi illeggibile: “+2 alla Spavalderia”.
“La fa un mio amico” commentò con orgoglio il vecchio. “Ora però bevi”.
Pur non molto convinto, Ragazzo diede a sua volta una sorsata alla bottiglia. Non aveva solo l’odore, del piscio di scimmia. Ma in ogni caso la mandò giù. E, strano a dirsi, si sentì immediatamente rinfrancato, per cui bevve subito un altro goccio.
“Buona, eh? Già, ogni volta che ne ciuccio giù un po’ mi sento che potrei spaccare il mondo”.
Dannazione, pensò, quel vecchio aveva ragione. Ragazzo si sentiva come se d’improvviso la notte si fosse fatta più chiara. O forse era la sua mente, a essersi illuminata. Si sentiva come se fosse in grado di affrontarne mille, di coboldi, tutti in una volta. E pure quei troll da cui era scappato poco prima. Non solo. Si sentiva anche in grado di fronteggiare un essere ben più pericoloso e terrificante.
Sofia.
“Buona sì” si lasciò sfuggire. “Cioè. No. Fa schifo. Ma è meravigliosa”.
“Vero?” chiocciò il vecchio. “E ora va’, qualunque sia la tua destinazione. Va’ e lasciami dormire in pace, che forse è la volta buona che non viene più nessuno a rompermi i coglioni. E non dimenticare il bastone, eh?”.
Il bizzarro individuo lo congedò con grandi pacche sulle spalle, e quando Ragazzo si voltò indietro, ai margini dalla vietta, lo vide già sprofondato nella sua oasi di cartone e giornali. Gli sarebbe piaciuto che ci fosse una porta dietro cui chiuderlo, per tenerlo al sicuro dai troll e dai coboldi, ma la sua magione non aveva niente di simile, per cui si limitò ad augurargli tra sé e sé un sonno tranquillo, e ritornò in strada, proprio come prima. Ma, questa volta, con una meta ben precisa.
Il Lavorincorso non era lontano da lì: ci sarebbe andato, avrebbe raggiunto Sofia e, beh, il resto della storia era tutto da scrivere.
Affrettò il passo in direzione del centro sociale, con la determinazione di un automa con un ultimo compito da portare a termine prima dell’autodistruzione, ignorando le figure fantasmatiche che di tanto in tanto incrociava lungo il cammino, tuffandosi in vicoli bui che gli permettevano di risparmiare tempo e modulando il respiro per non perdere il ritmo.
Tempo un quarto d’ora e fu davanti all’ingresso del Lavorincorso, dove alcuni ragazzetti in fila fumavano e chiacchieravano in attesa del proprio turno al banchetto di legno che fungeva da biglietteria.
Non che ci fosse una gran folla, ad aspettare. Ma le due volontarie sedute al banco non sembravano avere una gran dimestichezza né con la matematica, né tantomeno con le banconote, che riponevano ed estraevano da una cassetta metallica pinzandole tra indice e pollice, con un misto di imbarazzo e soggezione, come se stessero maneggiando un grosso dildo a una comunione.
Dietro alla cassa, ai due lati del portone d’ingresso, si ergevano minacciosi due ragazzi del servizio d’ordine, che dovevano essersi ingrossati a furia di prendere a pugni i blindati della polizia alle manifestazioni. Ragazzo guardò il bastone da passeggio che stringeva tra le mani e che non aveva mai mollato durante la sua piccola maratona notturna. Immaginò che i compagni del Lavorincorso non avrebbero gradito, se avesse cercato di entrare a casa loro con quello, per cui decise di mollare il regalo del vecchio in una vietta laterale, nascosto dietro un cassonetto dell’immondizia, per poi recuperarlo all’uscita. Certo, se se ne fosse venuto via da lì accompagnato da Sofia, avrebbe dovuto spiegarle che voleva portarla in un vicolo buio per recuperare un vecchio bastone senza suonare minaccioso, ma tutto sommato quella era un’eventualità a cui avrebbe pensato più tardi.
Sistemato l’arnese, si mise ordinatamente in fila alla cassa, nella speranza che le volontarie smaltissero in fretta il gruppetto di ragazzi davanti a lui. Cosa che puntualmente non avvenne.
Venti minuti dopo, poté finalmente estrarre dal portafogli i suoi cinque euro e consegnarli alle due cassiere, che se li passarono stando attente a limitare il più possibile il contatto e li lasciarono cadere con malcelato sollievo nella cassetta metallica.
Prima che potesse addentrarsi nel centro sociale, uno dei due guardiani lo afferrò per il braccio. Per un attimo temette che volesse torcerglielo dietro la schiena, così, giusto per divertimento, o magari perché era un po’ che lo tenevano d’occhio e si erano accorti che aveva bigiato troppi cortei del Primo Maggio. Ma il gigacompagno si limitò a stampargli un timbro sul dorso della mano e poi gli fece segno, con il minor entusiasmo possibile, di entrare pure.
Già dai primi passi, entrare nel Lavorincorso fu come un tuffo nel passato, un po’ perché quando ancora andava a scuola si ritrovava spesso a bighellonare per centri sociali, più per assistere ai concerti che per un reale sentimento politico, un po’ perché lì dentro non vigeva, come ormai in qualsiasi altro luogo pubblico, il divieto di fumare, per cui gli tornarono alla memoria i tempi in cui andare per locali la sera significava tornare a casa di sua zia con gli occhi rossi e l’odore di nicotina sotto pelle.
Il pubblico era piuttosto variegato, sia in quanto a età, che a stile, che a estrazione sociale, ma come era prevedibile una certa componente che si sarebbe tranquillamente definita alternativa la faceva da padrone, non sembrando quindi poi così alternativa.
In ogni caso, Ragazzo era abbastanza anonimo da potersi mimetizzare nell’ambiente, e così fece, zigzagando in mezzo alla folla ciarlante alla ricerca di Sofia.
Non aveva grande familiarità con la dubstep, ma quella musica bassa e distorta, complice anche il pessimo stato dell’impianto acustico, lo frastornava in maniera piacevole, avvolgendolo in una glassa di chiasso che lo faceva sentire in qualche modo protetto.
Non era mai stato bravo a ballare, per cui si era sempre un po’ trattenuto, anche se tutto sommato non gli sarebbe dispiaciuto sapersi muovere per bene. Si ricordò di quando anni prima andava alle serate drum’n’bass nei centri sociali: apprezzava, di quei ritmi frenetici e sincopati, la possibilità di spaziare nei movimenti, di agitarsi più o meno a tempo senza il timore di sentirsi un cretino.
Ora, ascoltando la musica scelta dal dj del Lavorincorso (il famoso cugino di Sofia?) , ne apprezzava l’incostanza e le sbavature, che portavano i ragazzi assiepati davanti alla console a ondeggiare a strappi, in una sorta di abbandono fatto di contorsioni e di salti quantici.
Quasi quasi, pensò, un paio di bicchieri più tardi avrebbe potuto provare a cimentarcisi pure lui.
Gironzolò per i corridoi, le stanze, i pertugi del centro sociale in cerca di Sofia, ma non era facile trovarla in mezzo a tutta quella gente.
Dopo un po’, stanco, si appollaiò sul bracciolo di un divano di velluto mezzo sfondato che era stato trascinato nell’angolo di una stanza vagamente appartata, una sorta di zona di decompressione dal casino degli altri ambienti. Qualcuno pensò bene di passargli direttamente in mano una canna già accesa e mezza consumata, e Ragazzo trovò che sarebbe stato maleducato rifiutare, così accennò un paio di tiri goffi e restituì la sigaretta magica a chi gliela aveva consegnata, che si rivelò essere una ragazza piuttosto carina, affondata in una felpa che sarebbe andata giusta a un lottatore di sumo. Pensò anche di provare a scambiare due chiacchiere, ma poi si ricordò che era lì per un altro motivo e riprese la sua ricerca.
Di Sofia, però, nessuna traccia. Poteva darsi che se ne fosse già andata. O poteva anche darsi che non fosse mai arrivata fino a lì, trascinata in qualcun’altra delle tante situazioni nascoste che offrivano un approdo ai naufraghi della notte metropolitana.
A quel punto avrebbe anche potuto decidere di tornare a casa da sua zia, ma pensò che era arrivato fin lì, quindi tanto valeva approfittarne. Oltretutto quella maledetta dubstep non gli dispiaceva affatto.
Si aggrappò al bancone e nel giro di pochi minuti si schiantò in gola gli ultimi euri che gli erano rimasti sotto forma di rum. Temporeggiò come un surfista in attesa dell’onda adatta, poi, quando l’alcol gli si avvinghiò al cervello in una sola, rapida mossa, si fece coraggio e si lasciò inglobare dal flusso.
Nonostante le facce convinte, nessuno dei coraggiosi che avevano riempito la dancefloor sembrava sapere bene come muoversi, per cui Ragazzo, il cui senso del pudore era peraltro stato bruciato dall’ultimo shot, non si fece troppi problemi a esibirsi nella sua danza scomposta e oscillante, come se da un momento all’altro rischiasse di cadere dal bordo di una traghetto durante una mareggiata.
Ballava da solo, ma tutto sommato si stava divertendo. E gli piaceva pensare che sotto sotto si stessero divertendo anche gli altri.
Ma l’onda perfetta non durò a lungo, perché l’atmosfera fu guastata da un manipolo di ragazzi-lucertola, i cui tratti distintivi comprendevano sopracciglia sottili e interrotte da tagli regolari e capelli rasati con crestina al centro. Si insediarono nel mezzo della sala pressando verso i margini tutti gli altri, e cominciarono a ballare in maniera scomposta, spingendosi e agitando grottescamente una mano sopra la testa. Ogni tanto urtavano qualcuno degli astanti e ridacchiavano, tradendo l’intento di provocare una reazione.
Ragazzo ne fu così infastidito che smise di ballare e si spalmò su una panca a ridosso di una parete. In breve, fu imitato da una buona parte dei presenti, fino a che non rimasero soltanto i rettili e altri tre o quattro ragazzi indecisi sul da farsi.
Quando però la conquista della dancefloor da parte degli invasori sembrava inevitabile, irruppero sulla scena i due ragazzi della security, trascinandosi dietro un altro ragazzo-lucertola, che spinsero senza troppi riguardi in mezzo ai suoi simili.
Il momento di gelo fu sottolineato dall’improvviso sgonfiarsi della musica. Senza dubbio il dj aveva l’esperienza sufficiente per capire quando era il momento di prendersi una pausa.
Uno dei due buttafuori lanciò un sacchettino di plastica contro il ragazzo-lucertola che aveva appena strapazzato. Ne uscì una tombolata di pillole colorate la cui allegria stonava fastidiosamente con la situazione.
“Questa merda portatevela a casa vostra”.
Ricompattatisi, i ragazzi-lucertola azzardarono una reazione a base di porcodiaz e gesti intimidatori. Ma quando si resero conto che attorno ai due energumeni si era creato un capannello di persone dalle intenzioni poco amichevoli, persero di baldanza.
Mentre uno del gruppo cercava di recuperare dal pavimento più pastiglie possibile, gli altri si diressero lentamente verso la porta, cercando di non dare mai le spalle al muro umano che si era formato a contrastarli. Quando il ritardatario li ebbe raggiunti in prossimità dell’uscita, si dileguarono sibilando minacce poco credibili.
Passato appena un minuto dalla loro fuga, il dj assestò una zampata agile alla console e fece ripartire la musica.
Ragazzo, però, non riprese subito a ballare. La sua attenzione era stata calamitata da una pastiglietta che era rotolata sotto una panca e lì era rimasta, in una pozza di umido e cocktail rovesciati. Non sapeva perché, ma gli era presa una voglia irresistibile di recuperarla e ficcarsela in bocca. Aveva sempre guardato con diffidenza alle droghe sintetiche, non tanto per questioni di morale, quanto piuttosto perché non gli erano mai sembrate adatte a lui, eppure c’era qualcosa di seducente nella prospettiva di tuffarsi in una nuova esperienza.
Forse era semplice noia. Probabilmente, ripensandoci il giorno dopo, l’avrebbe vista come una madornale imprudenza. Ma con il suo senso del pudore, nel rum, era affogato anche il suo senso dell’opportuno, per cui sgattaiolò fino alla panca, fece finta di allacciarsi una scarpa e, badando di non essere visto, raccolse la pastiglia dalla pozza per poi ficcarsela in tasca.
Andò al bancone dove si fece dare un bicchiere d’acqua del rubinetto, dopodiché si spostò verso un angolo appartato. Lì rigirò un istante la pasticca tra le dita — era bianca, ma c’era disegnato sopra, in nero, un teschio con i canini pronunciati, come se si trattasse di un licantropo, oppure di un vampiro — e poi senza ulteriori esitazioni se la schiaffò in bocca e la inghiottì con un sorso d’acqua.
Non sapeva nemmeno che cosa c’era, lì dentro. Volendo, sarebbe stato ancora in tempo a correre al cesso, ficcarsi due dita in gola e vomitare. Invece decise di ritornare davanti alla console del dj, dove riprese a ondeggiare, in principio poco convinto.
A un tratto, però, ebbe l’impressione — o meglio, si rese conto di avere già da un po’ l’impressione, ma di non essersene reso conto fino ad allora — di muoversi perfettamente a tempo con la musica, in armonia tanto con le accelerazioni, quanto con gli improvvisi cali dei suoni bassi spremuti dalle casse.
Non ci sarebbe stato niente di straordinario, se la sincronia tra i suoi movimenti e quelle note non fosse stata chirurgica, tanto da suggerire un’identità non solo di intenti, ma anche di origine.
Naturalmente, non l’avrebbero pensata così i ragazzi attorno a lui, ai cui occhi le sue mosse apparivano grottesche e drammaticamente imprecise. Ma se anche uno di loro gli avesse comunicato una simile impressione, in quel momento lui non gli avrebbe dato ascolto e avrebbe riso di quel tizio troppo fatto o troppo ubriaco per rendersi conto della realtà dei fatti.
E mentre Ragazzo ballava, la musica si andava accartocciando su se stessa come una lattina di alluminio, tra mille scricchiolii ontologici e frizioni di senso. In breve, l’intero dj set fu compresso in un’unica nota dilatata allo spasmo, come se il disco del tempo si fosse incantato e nessuno potesse farci niente.
Cristallizzati come insetti nell’argilla, i presenti si ritrovarono paralizzati in posizioni plastiche e innaturali. I loro corpi erano intrappolati, eppure i volti erano indefiniti come se fossero in continuo movimento.
L’unico immune alla paralisi era Ragazzo, che si aggirava divertito in mezzo a quelle statue di carne, stupendosi di come le linee cinetiche sui loro visi formassero delle specie di tratti somatici alternativi, simili ai disegni schematizzati sulle maschere tribali.
Ma la sua meraviglia fu anche maggiore quando si sentì prendere sottobraccio, con delicatezza, e accompagnare fuori dalla sala. Cercò di indovinare l’identità del suo nuovo amico, ma era avvolto in una tunica nera con cappuccio che permetteva soltanto di intuirne le forme. Doveva essere molto alto e molto magro, quasi scheletrico, ma la gentile determinazione con cui lo trascinava dietro di sé tradiva una forza inaspettata.
Ragazzo si lasciò traghettare senza opporre resistenza.
L’incappucciato lo condusse attraverso le scale, i corridoi e le stanze del centro sociale, fino a che non si trovarono sul tetto dell’edificio. Ragazzo guardò giù e pensò che non si era reso conto di quanto fosse alto il Lavorincorso: dovevano trovarsi quantomeno al trentesimo piano.
Davanti a loro si stendeva un tappeto buio ricamato con sporadici puntini di luce. Ragazzo vi riconobbe la Città.
Il suo accompagnatore indicò davanti a sé con un dito così sottile da essere a malapena percettibile.
E fu allora che Ragazzo vide i mostri che infestavano la metropoli, brulicanti come germi, spesso niente affatto inquietanti nelle apparenze, anzi alle volte addirittura rispettabili, eppure affannati in traffici che avrebbero spaventato il demonio in persona.
E vide Mammona, flaccido, tentacoluto, rigonfiare con le sue protuberanze ogni linfonodo, ogni capillare della Città.
E si ricordò perché era venuto fin lì.
“Sofia” disse nella sua testa.
“Chi?” gli domandò un tizio con la barba e l’orecchino che lo scrutava stranito. Evidentemente doveva avere dei poteri psichici.
Ragazzo si guardò intorno. Era seduto su una panchina, nel cortile del Lavorincorso. Lo circondavano alcuni bamboccetti divertiti e i due buttafuori un po’ meno divertiti, mentre una ragazza coi rasta, forse una divinità benevola dei centri sociali, gli passava con dolcezza uno straccio bagnato sulla fronte.
“Hai preso qualche porcheria?” gli domandò il tipo con l’orecchino.
Sì, ma giuro che è l’ultima volta, pensò tra sé, comunque convinto che quel tizio telepatico fosse riuscito a captare la risposta.
Si alzò a fatica, pallido in viso e gli occhi sgranati. Aveva la sensazione di essere sopravvissuto a un ammollo con centrifuga in lavatrice. Cercò di razionalizzare la scena che gli si parava davanti, e quando finalmente credette di esserci riuscito, annunciò: “Credo che me ne tornerò a casa”.
“Credo che sia una buona idea” commentò uno dei buttafuori mentre lo osservava ciondolare verso l’uscita.
Non aveva idea di che ore fossero. Non aveva idea di quanto tempo fosse passato da quando aveva raccolto la pastiglia da terra. Non aveva idea di molte altre cose, se era per questo. Ma in tutto quel vuoto si sentiva sicuro come non lo era mai stato prima. Sicuro come lo si può essere quando non sai cosa farai domani, ma comunque ti sei avvicinato di un passo a quella che si può definire decisione. Una decisione che lo avrebbe portato il giorno seguente, proprio quel giorno seguente che rappresentava per lui un tale mistero, a chiamare il suo amico e dirgli “Non te la prendere, ma mi serve il numero di tua sorella. Ne va della salvezza di questa Città. Non chiedermi di più, perché non ti so spiegare”.
Prima di lasciarsi risucchiare dal tunnel spazio-temporale che lo avrebbe trasportato verso casa senza quasi sapere come, decise di recuperare il bastone.
Tornò nel vicolo dietro il centro sociale e constatò con sollievo che nessuno se lo era portato via. Gli sarebbe dispiaciuto non ritrovarlo. Era un regalo, dopotutto. E poi ne avrebbe avuto bisogno se voleva sopravvivere in quella città popolata di mostri e di sicari di una divinità ingorda.
Con il bastone sottobraccio, pallida imitazione di un gentiluomo inglese, si avviò verso casa a passo malfermo.
L’esperienza sul tetto del Lavorincorso gli aveva risucchiato le energie, sia fisiche che mentali, eppure si sentiva rinnovato, come un hard disk infetto dopo una formattazione purificatrice. Aveva compreso, nel delirio momentaneo del suo viaggio, che i mostri erano troppi per poterli combattere. Che se mai fosse morta la divinità che li manovrava come pupazzi, la città sarebbe collassata su se stessa, tanto era intimo il legame tra le due entità. Ma di fronte a questa sconfitta ineluttabile, c’era ancora qualcosa che si poteva fare. E quel qualcosa consisteva nel combattere con le unghie e con i denti e se necessario con le bottiglie rotte per difendere il proprio angolino di affetti da quell’invasione strisciante. Ritagliarsi, incidere con dei cocci di vetro uno spazio di felicità effimera, all’interno del quale costruire una traballante esistenza. Più di così, non si poteva fare. Ma provarci era un imperativo vitale.
L’abitazione di sua zia non era proprio dietro l’angolo, per cui ci mise il suo tempo, prima di arrivare nei dintorni.
A ormai pochi isolati dalla destinazione, nella quiete assurda dei minuti che precedono l’alba, udì un vociare eccitato.
Di per sé non aveva motivo di andare a controllare, ma una sorta di sesto senso che più tardi avrebbe ricollegato — seppure senza una ragione logica — al bastone, gli suggerì di avventurarsi nel pertugio ancora in penombra.
Le prime lame di sole tagliuzzavano la notte ormai sconfitta, permettendogli di intravedere alcune figure affaccendate in mezzo ai bidoni dell’immondizia e agli elettrodomestici abbandonati. Erano tre: una, massiccia, se ne stava in piedi a osservare la scena, mentre una seconda armeggiava attorno all’ultimo dei figuranti di ombra, simile a una iena che spogli una carcassa brandello dopo brandello.
“Questa è bella che andata. Non si accorge nemmeno se me la faccio tutto il giorno” sghignazzò la seconda ombra.
“Perché, qualcuna se ne è mai accorta?” commentò la prima ombra.
Quando Ragazzo riconobbe le voci, si impietrì.
“Fottiti. E dammi una mano, che qui sta facendo giorno”.
Il Gatto e la Volpe.
All’improvviso si ricordò di come li chiamavano i suoi amici. E dire che lo aveva detto pure il vecchio…
“Questa ce la succhiamo fino al midollo” gongolò la prima ombra, ovvero il Gatto, la componente grossa e cotonata della coppia.
Vampiri.
Non voleva ficcarsi un’altra volta nei guai. Dopotutto aveva già fatto l’eroe una volta, quella sera,e gli era andata bene solo perché i coboldi che importunavano il vecchio erano delle mezzeseghe. Ma il Gatto e la Volpe, i Vampiri, erano tutt’altra faccenda. Pur essendo dei tossici mangiucchiati da scimmie di tutte le razze, erano pericolosi. Sapeva che non si trattava di semplici dicerie.
Fu sul punto di voltarsi e tornare silenziosamente sui propri passi, facendo finta di non avere visto niente. Sarebbe tornato a casa e avrebbe annegato la memoria di quel vicolo in una generosa dose del liquore schifoso che beveva sua zia. Ma nel preciso momento in cui stava imprimendo ai suoi neuroni l’impulso poco decoroso di battere in ritirata, una scheggia vagante di luce colpì la terza ombra, quella che giaceva immobile contro il muro.
Era Sofia.
A occhi chiusi, senza più la gonna e con la maglietta mezza alzata, si lasciava spogliare come una bambola dalla Volpe sovraeccitata.
Ragazzo guardò prima lei, ridotta in quelle condizioni da chissà quale inghippo dei due predatori, poi il bastone, con il manico in metallo lavorato e il corpo in solido legno. Lo lanciò in aria con un gesto rapido e lo riafferrò per l’estremità inferiore. Mosse alcuni passi silenziosi in direzione del gruppetto e, quando fu alle spalle del Gatto, del monumentale Gatto che lo superava in altezza di almeno una spanna, gli abbatté il manico di metallo sulla nuca con una forza che non avrebbe mai sospettato di avere.
Il sibilo del bastone che tagliava l’aria fu seguito da un colpo sordo e da una bestemmia. L’omone vacillò in avanti, portandosi una mano al punto in cui era stato colpito, ma riuscì a non crollare.
Evidentemente, per quanto forte, il colpo non era stato forte abbastanza.
Ma Ragazzo gli lasciò a malapena il tempo di girarsi e gli assestò un secondo colpo sulla mandibola. Forse fu solo un effetto dovuto ai raggi di sole che cercavano di infilarsi nel vicolo, ma ebbe l’impressione di vedere delle schegge bianche fuggire dalla sua bocca, come in preda al panico.
La Volpe, accortasi che il suo socio era stato aggredito, abbandonò la preda e si rialzò facendo scattare un coltello a serramanico dalla tasca del giaccone.
Ragazzo cercò di farglielo saltare di mano con una bastonata, ma l’agile predatore, con riflessi insospettabili per un tossico, tolse il braccio appena in tempo e poi si gettò sul suo avversario, riuscendo a ferirlo di striscio.
Ragazzo sentì una stella filante di dolore, sottile eppure incisiva, lungo tutto il petto.
In un lampo di coscienza, si rese conto di essere stato ferito da una coltellata, e che quella era la prima volta che gli accadeva una cosa simile. Si rese conto che l’esito dello scontro poteva essere mortale. Una simile consapevolezza lo avrebbe potuto annichilire.
Tuttavia, riuscì a vincere la tentazione di abbandonarsi alla paura, di fermarsi, lasciar cadere il bastone e frignare qualcosa del tipo “Ehi, così non vale”, come se si trattasse di una baruffa per gioco all’oratorio durante la quale uno dei partecipanti si era lasciato trascinare un po’ troppo dall’entusiasmo, e ritornò subito con la mente al suo qui e al suo ora, senza permettere che gli avversari potessero approfittare della sua momentanea esitazione.
Preso un respiro, premette il manico del bastone contro lo sterno della Volpe e la ricacciò indietro, in modo da essere fuori portata del suo corto coltello, dopodiché calò un colpo in mezzo alle costole dell’avversario, togliendogli il respiro. Impugnò la sua arma a due mani e con un unico movimento armonico gliela precipitò sul cranio, facendogli sfuggire la lama dalle mani.
Ragazzo stava per assestargli il colpo di grazia, quando si sentì afferrare per le ascelle e sollevare in aria. Nemmeno il tempo di rendersi conto di trovarsi tra le manone del Gatto, che si vide scaraventato vari metri più in là, fino a sbattere con violenza contro il muro.
Pur frastornato per la botta, riuscì a rimettersi subito in piedi e a barcollare di fronte al gigante. Questi, con le labbra e il mento imbrattati di sangue, come se avesse appena dilaniato una preda, gli ringhiò con i denti resi rossi e acuminati dal bastone e si lanciò alla carica.
Era troppo più grande di lui. Lo avrebbe di sicuro travolto, pensò Ragazzo. Spazzato via come un topolino sotto l’attacco di un mammut. Questo pensò. Ma non pensò affatto quando avvertì il suo corpo mulinare su se stesso, in una piroetta che lo spostò un metro più a destra, e sfruttare l’energia cinetica del proprio corpo per scagliare il manico metallico della sua arma contro il collo del bestione, che trovandosi colpito e privato del proprio bersaglio non riuscì a frenare la corsa e andò a schiantarsi contro il muro, con un tonfo che sembrò far vibrare la città intera.
Era il momento giusto.
Ragazzo non si lasciò pregare e lo percosse due, tre volte sulla nuca, finché non lo vide accasciarsi, dopodiché passò rapido alla Volpe e la bastonò sulla schiena, per impedirle di rialzarsi, e poi di nuovo al Gatto, e poi al suo compare, con ferocia, a più riprese, fino a che entrambi, ammaccati, spezzati, a mala pena ancora in vita, non riuscirono più a risollevarsi.
Solo allora si arrestò, ansimante, il bastone, il petto, il viso incrostati del loro sangue di mostro. E solo allora si ricordò del perché era lì, del motivo che lo aveva spinto a rischiare la vita per combattere i due vampiri.
Si voltò verso Sofia, che se ne stava ancora accasciata in mezzo ai rifiuti, semisvestita, incurante di tutto quel che le stava succedendo attorno, per quanto corrucciata in fronte, come se stesse sognando di essere interrogata a sorpresa in matematica.
Ragazzo la raggiunse senza mai abbandonare la sua arma, casomai il Gatto e la Volpe, nella miglior tradizione dei film dell’orrore, si fossero risvegliati e lo avessero afferrato per una caviglia. Si chinò su di lei e si fermò a guardarla. Per un istante, si vergognò del fatto di trovare il suo corpo attraente. Poi, scacciato questo pensiero, la rivestì con delicatezza e se la caricò in braccio, appendendosi il manico del bastone al gomito.
Si allontanò dal vicolo sporco di sangue, dove i due mostri rimasero privi di conoscenza mentre il sole li inondava di luce. Se proprio doveva essere come nei film dell’orrore, pensò Ragazzo, di lì a poco si sarebbero sciolti come gelato alla fragola.
In strada panettieri, vecchietti e pendolari mattutini osservavano incuriositi la scena, ma nessuno osava dirgli niente, o meglio, nessuno aveva voglia di immischiarsi in una faccenda che non lo riguardava, come era costume tra gli abitanti della Città.
Percorse buona parte della strada che lo separava da casa del suo amico, il fratello di Sofia, riempiendosi le narici dell’alone alcolico e fumoso che la circondava. Era pestilenziale, ma gli piaceva.
Giunto al portone, la scaricò a terra con attenzione, ma anche con un certo sollievo, e prima di decidere sul da farsi appoggiò il bastone al muro e si stiracchiò i bicipiti indolenziti. Poi prese il telefono, compose il numero e chiamò il suo amico.
Per fortuna aveva tenuto il cellulare acceso, ma non fu particolarmente felice di essere svegliato a quell’ora. Anche lui doveva avere passato una serata interessante. Ragazzo cercò di spiegargli nel modo più semplice possibile quanto era successo poco prima — omettendo giusto i dettagli più cruenti, del tipo che in un vicolo a un chilometro da lì dei netturbini avrebbero trovato due tizi ridotti a uno schifo — e concluse anticipando la domanda del suo amico con un: “Siamo qui sotto, aprimi”.
Riprese Sofia in braccio, pronto a portarla su per le scale, oppure a passarla a suo fratello. Come unica reazione, lei tirò su col naso.
Intenerito e allo stesso tempo reso coraggioso dal suo stato di incoscienza, le diede un bacio sulla fronte. Sofia si girò verso di lui e socchiuse brevemente gli occhi, per poi lasciar ricadere le palpebre gonfie.
Si accucciò contro il suo petto e farfugliò: “Sei proprio un bravo Ragazzo”.


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