Westworld e l’effetto Uncanny Valley: quanto ci dovrebbero assomigliare i robot?

Di Daria Bernardoni

Dolores, Westworld.

Poche cose sono entusiasmanti quanto i dinosauri. Tra queste, i robot. Westworld, la nuova serie tv della Hbo in onda in Italia su Sky, è Jurassic Park con i robot. Non a caso, dato che è tratta da un libro di Michael Crichton. Ha solo due problemi: è prodotta da J.J. Abrams, che odio a partire dalla terza stagione di Lost, ed è una serie western, genere che non mi ha mai acceso in alcun modo.

Mi sono appassionata di western soltanto studiando Deliverance di John Boorman, alias Un tranquillo weekend di paura, che è la radicale messa in discussione dei canoni del genere, a cominciare dalla netta separazione tra natura selvaggia e civiltà, che deflagra nella magistrale scena del Banjo: i selvaggi siamo noi, noi siamo i selvaggi.

Nonostante la mia antipatia, la scelta di un’ambientazione western è più che perfetta proprio perché centra un bersaglio molto preciso: la frontiera.

Westworld si sviluppa esattamente al confine tra uomini e robot, i primi alla conquista di un nuovo mondo che credono di poter dominare, i secondi stipati in una riserva indigena che si trasforma in un campo di concentramento.

I robot di Westworld hanno in comune con i dinosauri di Jurassic Park il fatto di essere formidabili creature capaci di sfuggire al controllo del loro creatore, ma hanno in più una singola caratteristica che li rende tremendamente più inquietanti: sono indistinguibili dagli essere umani.

I robot siamo noi, noi siamo i robot.

L’antropomorfismo dei robot

Proprio sull’antropomorfismo dei robot si gioca una delle tante sfide della robotica: la figura umana, con la sua statura eretta e l’andatura bipede, è davvero la forma più adatta alla funzione? Se proprio la tecnologia deve copiare la natura, perché non copiare da una specie potente — non sto schezando — le formiche?

Discutere del sesso dei robot è come discutere del sesso degli angeli, o capire quali caratteristiche selezionare e riprodurre dell’essere umano è il prossimo step evolutivo della specie?

A questo proposito sono illuminanti gli studi di Masahiro Mori, pioniere della robotica attivo negli anni Settanta in Giappone, autore del saggio The Uncanny Valley (不気味の谷, “Bukimi No Tani”).

Semplificando, Masahiro Mori sostiene che le funzioni matematiche del tipo y=f(x), in cui al variare di x varia costantemente anche y, siano le più facilmente comprensibili dall’essere umano e le esperienze descrivibili da questa funzione risultino particolarmente familiari.

Per esempio, ci aspettiamo che all’aumentare costante della pressione del piede sull’acceleratore, aumenti costantemente anche la velocità della macchina, e quando questo succede abbiamo la percezione di controllo. 
Ci aspettiamo ugualmente che, in un percorso di montagna, al diminuire della distanza dalla vetta aumenti proporzionalmente l’altitudine a cui ci troviamo, anche se spesso a causa dell’alternarsi di colline e valli (hills and valleys) questo non è vero, e l’esperienza può provocare una sorta di disagio.
Spiegato questo, Masahiro Mori scrive: “I have noticed that, as robots appear more humanlike, our sense of their familiarity increases until we come to a valley. I call this relation the “uncanny valley”.

Masahiro Mori ha osservato che finché i robot non hanno un volto o le gambe, ma semplicemente ruotano su se stessi, estendono o contraggono i propri bracci (non ancora braccia), non suscitano nell’uomo alcun senso di familiarità. Se però si aggiungono al design due gambe, il torso e alcuni tratti facciali, le persone reagiscono positivamente e sono più propense a instaurare relazioni familiari con i robot.

Procedendo con l’aggiunta di elementi sempre più realistici — il colore della pelle, la fluidità dei movimenti — questo senso di familiarità aumenta, ma solo fino a un certo punto, poi precipita di colpo: c’è un punto in questo processo di verosimiglianza in cui gli esseri umani hanno un fase di rigetto verso i robot.

È l’uncanny valley, una zona che è perfetto definire perturbante, nel senso dell’Unheimliche freudiano: qualcosa di familiare ed estraneo allo stesso tempo che genera angoscia.

Corollario notevole: è la stessa ragione per cui gli zombie fanno così paura.

The Uncanny Valley, Masahiro Mori

Credo che di aver sperimentato esattamente quello che spiega Masahiro Mori una volta allo zoo di Pistoia, quando una scimmietta pulciosissima, con mia immensa gioia, mi si è avvicinata sempre di più, *fino a stringere la mia mano con la sua*. Una mano troppo umana, che mi ha immediatamente respinto.

Vuoi capire meglio che cosa si prova? Guarda questo video. O, per testare il creepy touch, questi video.

Bonus Track:

Anche se dall’uncanny valley si può risalire, la conclusione di Masahiro Mori è che progettare robot umanoidi troppo realistici nell’aspetto e nel movimento non sia una buona idea. Ma non si è fermato lì: nel 1974 Mori ha pubblicato un altro contributo, The Buddha in the Robot, in cui discute le implicazioni metafisiche della robotica. Nel libro scrive:

“Io credo che i robot abbiano dentro se stessi la natura di Buddha, cioè il potenziale per arrivare alla buddhità”.

I robot sono Buddha, Buddha è un robot

Oltre ad aver sostenuto queste illuminanti tesi, Masahiro Mori ha inaugurato la prima di una lunga serie di competizioni nazionali giapponesi di costruzione di robot — Asimo, il robot umanoide dell’Honda, è stato progettato da uno dei suoi allievi — e attualmente è presidente dell’Istituto di ricerca Mukta, che egli stesso ha fondato a Tokyo per promuovere le sue teorie su religione e robot.

A proposito di religione e robot, per capire l’origine della coscienza, ma soprattutto per capire Westworld, è interessante leggere Julian Jaynes (1920–1997), professore di psicologia alla Princeton University, autore di una tesi molto interessante: la primitiva separazione dei due emisferi celebrali potrebbe essere la spiegazione della voce che sentiamo dentro la nostra testa e che le civiltà passate hanno interpretato come un segnale divino.

Il saggio è Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza, è citato nel terzo episodio di Westworld e secondo certe interpretazioni potrebbe accorciare di molto la distanza tra noi e i robot. Il che ci riporta alla domanda più importante di Westworld: quando realtà e finzione sono indistinguibili, ha ancora senso tenerle su due piani diversi?


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