Autostrade

© daido moriyama

La luce dei fari è ancorata alle righe oblique dell’asfalto. La luce dei lampioni, invece, si disperde a mezz’aria, si confonde con i catarifrangenti, gli abbaglianti delle automobili e i neon dell’autogrill. Sono sempre gli stessi i baristi, servono caffè corretto e brioche dal sapore stantìo da così tanti anni che le date di scadenza sono un esercizio logico matematico, una specie di sudoku ante litteram.

John Sterling mi guarda sempre con lo sguardo annoiato da turno di riposo saltato, faccio un grande sforzo quando tiro il freno a mano e sbatto con arroganza la portiera, cerco di darmi un tono alzando il volume della radio prima di affrontare questo triste momento di relax. Non ho voglia di tornare a casa e vedere mia moglie buttata davanti al canale delle televendite, non ne posso più di pentole che cucinano da sole e di canottiere traspiranti che ti asciugano il sudore e l’odore di dosso. Voglio comprarmi una cyclette elettrica per consumare tutta l’energia che non ho più.

Così ormai da più di due anni mi fermo a santificare la mia giornata in questo squallido autogrill, pitturato di fresco ma dai muri usurati dalla fretta dei commessi viaggiatori e sporcato dalle chiacchiere pesanti dei camionisti che viaggiano di notte.

Io mi fermo qui solo tra le sette e le otto. Oggi però ho fatto tardi, ho già saltato la cena e i doveri coniugali Sono arrivato poco prima dell’orario di chiusura, le sedie sono sul tavolo in bella mostra a sfidare le leggi elementari della fisica e del buon senso, ma io sono troppo stanco per discutere o per andare da qualche altra parte, così ordino una grappa da bere al bancone. Voglio riempirmi i polmoni di varechina, sentire l’odore metallico del banco appena pulito, voglio sentire il fuoco alcolico che mi brucia la gola e tendere l’orecchio verso la cassa ormai chiusa.

Sterling mi presenta senza emozione sempre lo stesso conto, un conto banale da pagare con i soldi contati perché non merita neanche il resto. Non c’è bisogno di aggrapparsi a questa grappa senza lode, un liquore asprigno che si adatta bene alla circostanza, un liquore da bere in fretta e da dimenticare ancora più in fretta. Così esco tra l’annoiato e il depresso e torno verso casa.

L’autostrada è un deserto illuminato ad intermittenza, un animale che respira idrocarburi e che guarda sempre nella stessa direzione. Mi piacciono le giunture dei ponti perché mi ricordano che i lavori in corso non finiscono davvero mai e che l’asfalto non basta a coprire tutte le magagne dei progettisti che hanno sbagliato i calcoli dei piloni.

Non so cosa darei per prendere velocità e decollare come un caccia su una portaerei, riconoscere l’asfalto liscio che ti scorre sotto, accarezzarlo di sfuggita e abbandonarlo alla sua segnaletica che trucca tutte le distanze.

E’ questo che penso quando lascio il mio autogrill, quando mi dimentico che ho una vita piatta che ben si adatta alle asperità di questo territorio monotono che mi accompagna fino all’incrocio della tangenziale. E’ sempre lì nello stesso punto, circa 200 metri prima del segnale che mi obbliga a tornare verso casa, che vorrei tirar dritto e accelerare gradualmente prima di perdermi nell’oscurità.

Non so cosa darei per prendere velocità e decollare come un caccia su una portaerei, riconoscere l’asfalto liscio che ti scorre sotto, accarezzarlo di sfuggita e abbandonarlo alla sua segnaletica che trucca tutte le distanze.

E’ questo che penso quando lascio il mio autogrill, quando mi dimentico che ho una vita piatta che ben si adatta alle asperità di questo territorio monotono che mi accompagna fino all’incrocio della tangenziale. E’ sempre lì nello stesso punto, circa 200 metri prima del segnale che mi obbliga a tornare verso casa, che vorrei tirar dritto e accelerare gradualmente prima di perdermi nell’oscurità.