L’inverno del 1663

Baruch Spinoza

Baruch si esprime solo per catacresi.

Chiuso nella sua soffitta gioca con gli angoli riflessi dal lucernario in modo da ammirare sotto una nuova luce la precisione effimera e cristallina della trigonometria.

Ha studiato il Talmud, ma questo non è piaciuto affatto alla comunità che ha proposto subito un bando di espulsione. Così si è messo a tagliare lenti, e questo gli dà un piacere particolare poiché è una attività conforme all’esattezza dei suoi pensieri.

Ama il suo mestiere, incidere il vetro lo inorgoglisce perché non si fa traviare dai suoi riflessi che distolgono la mente dall’oggetto rendendolo ambiguo e privo di contorni. È felice di manipolare e dominare la materia compatta e trasparente, l’uniforme varietà della superficie sempre uguale lo affascina. Come un chirurgo opera lentamente incidendo il materiale con la punta di diamante, e nello scontro niente si perde se non l’attrito delle sue metafore.

Allora il cane segno celeste e il cane animale latrante escono dal loro contesto originario muovendosi liberi nei discorsi interpretabili. Vi sono delle enormi difficoltà a far coesistere animali così uguali ma anche così distanti.

Il cane animale latrante ha una sua dignità e questa gli è riconosciuta dal pensiero di Baruch negli umidi inverni di Leida. Ma allo stesso tempo, oggettivandosi, soffre enormemente il complesso di inferiorità nei confronti del cane segno celeste: lontano, inafferrabile, immobile nel suo splendore eterno e…muto. Il mutismo di questo fratello così lontano e luminoso lo rende orgoglioso del suo latrare, tanto che non passa giorno che non alleni la gola e i polmoni a lanciare sempre più in alto il suo urlo. Ma lo sforzo deve rivelarsi vano. L’altro oltre che muto è anche sordo.

Baruch conosce i limiti che affliggono il cane segno celeste, ma non li ha mai rivelati al cane animale latrante, che nell’eterno morire delle sue strida ha trovato la coscienza della propria identità. Anche Baruch è contento di non svelare l’arcano, sicuro così di non interferire nei suoi stessi pensieri, compiaciuto di crearli ma ancora più soddisfatto di comandarli, nascosto dagli indeterminati suoni che rimbombano nell’assenza di rumore che abbraccia il confine tra ciò che è reale e l’immaginario.

Soddisfatto più di tutti è naturalmente il cane segno celeste, che dall’alto del suo mutismo, immobile nella sua sordità, ammira divertito il conflitto rovinoso che in quella zona di silenzio si combatte tra il pensiero e la parola, allo stesso modo in cui dalla natura del triangolo, dall’eternità e per l’eternità, segue che i suoi tre angoli sono uguali a due retti.