Icche ha fatto ieri il Livorno?

Chiaro, non era assolutamente una questione di tifo, era una questione di vicinanza ideologica: il Livorno, le BAL, gli ultimi ribelli. Igor Protti prima, leggendaria bandiera; Cristiano Lucarelli dopo, con il pugno alzato. Non c’entrava un cazzo con Di Canio, o quantomeno secondo me non c’era comunanza sul gesto: uno era irrispettoso per questo dannato paese e la sua storia, l’altro era in onore a quella curva di lavoratori, portuali, “facce sporche, mani di pietra”.


Una volta, dopo una infelicissima trasferta delle BAL Livornesi in terra Romana sponda Lazio — che passò all’onore delle cronache nazionali causa “feroce repressione delle polizia fascista capitolina contro i compagni ultras labronici” — furono numerose le diffide. Io e un mio amico partimmo in treno, qualche mese dopo: destinazione Cisternino, Livorno. E porco cazzo sapevamo niente di dove stavamo andando.

La festa era di quelle belle: festa delle BAL in solidarietà ai diffidati (e incontro sindacati di base pomeridiano), suonava gratis la Banda Bassotti, per noi a quei tempi era un gruppo cult. Forse anche loro il lunedì chiedevano al barista di fiducia che già alle 7 di mattina ha letto la Gazzetta dello Sport, il risultato del Livorno del giorno prima.

Quella notte al Cisternino, con le Bal e i Bassotti

Son quelle cose che a un certo punto non rifarai mai più: partiti la mattina di un giorno infrasettimanale / Cacciucco al Sottomarino che è un istituzione/contatto via mail con un tizio che ci aveva dato le indicazioni per il Cisternino e che forse venne pure a prenderci in macchina per portarci lassù. Era distante dal centro, dalla stazione. Ma distante parecchio.

Un freddo cane, che suonavano all’aperto in mezzo alla campagna livornese. Un freddo cane che s’ammazza con Ponce e Limoncello. E via.

Pugni chiusi e inni proletari, e poi ritorno a piedi nella notte, rischiando la vita dietro ad ogni curva di una strada tortuosa, probabilmente provinciale. Fino a quando una macchinata che ricordo in modo molto annebbiato ci dette uno strappo fino alla stazione: “ma ti rendi conto?” si diceva fra noi con il sorriso bello grande.


La notte in sala d’aspetto della stazione, come in un certo periodo mi capitava spesso.

Ho dormito a Roma Termini, a Milano Centrale, a Bologna quasi una decina di volte. A Pisa una notte ci beccammo pure il ragazzo stroncato da un’overdose nella piazza antistante alla Stazione. Si commentava fumando con un paio di quei malati mentali che inevitabilmente bazzicano le stazioni quando i treni né arrivano, né partono. Non dimenticherò mai la disperazione del padre, arrivato ancora in pigiama.

Una notte siam rimasti a piedi a Ventimiglia, di ritorno da Amsterdam, dopo aver sbagliato una serie di treni in una giornata in cui girammo come una pallina impazzita in un flipper vintage per il sud della Francia. Cazzo facevamo a Ventimiglia, era tutto chiuso? La Polfer ci offrì riparo nelle loro stanze: “col cazzo, si dorme dagli sbirri”. Ce la facemmo sugli scogli, con una Moretti a testa e tanta salsedine. Che tutto sommato mi pare che dal mare alla stazione a Ventimiglia c’è parecchio poco.

questa è forse l’ultima volta che ho dormito in stazione in Italia, e s’era a Milano per il Rock in Idro. Sfuocata di brutto, ma realistica testimonianza.

Quella volta che tornammo da Livorno, per arrivare a Firenze cambiammo alla Stazione di Pisa molto presto nel mattino: saranno state le 5. Accanto a noi (ironia della sorte) c’era un magrebino probabilmente spacciatore, subito molto magnanimo con il sottoscritto perché — non ricordo bene come, ma mi capita spesso da quando sono piccino — mi sanguinava il naso. Lui aveva i fazzolettini e me li passava con gioia, parlava 4 parole in croce e mi chiamava semplicemente “Naso”.

Ad un certo punto, nel surrealismo più totale, salgono nello scompartimento una quindicina di coglioni vestiti tipo soldati e demoni, con tanto di lance ed elmetti. Per la verità mentre stavamo qualche minuto prima al binario ad aspettare il treno, ci passò davanti un imbecille in mantello e scettro: ma sia io che il mio collega pensammo di aver avuto più un’allucinazione causata dalle quasi 30 ore svegli, dai 15 ponce e svariati limoncelli e magari pure dal Cacciucco del Sottomarino che è un quintale, e che a una certa fa un po’ l’effetto di un trip.

Insomma ‘sti cazzo di coglioni si mettono nel nostro scompartimento a gridare le loro puttanate, chiamandosi con nomi legati a qualche puttanata tipo Signore degli Anelli, o gioco di ruolo….non so, ‘sta roba non mi ha mai acchiappato. Avevano dei thermos di Caffè e bevevano a nastro, eccitandosi a vicenda e alzando la voce.

“Ti danno noia, Naso?” mi fa il magrebino, intendendo le mie bestemmie in sottovoce, che tutto sommato noi si voleva pure dormire quell’oretta e mezzo di viaggio che doveva essere.

Manco il tempo di rispondergli che il magrebino si alza e tira fuori un coltellaccio di tasca. Grida un paio di bestemmie in Italiano, probabilmente copiate da quelle appena sentite da me e dal mio collega. Gli dice che hanno rotto il cazzo, che devono stare zitti, che sennò li sgozza tutti.

10 minuti di panico in quei volti pasciuti di post adolescenti aspiranti guerrieri di qualche mondo inventato di merda. E poi cambiarono vagone. Viaggio sereno.


Un’altra volta finimmo a Livorno in macchina alle 7 la mattina, sarà stato tipo l’anno dopo. Serata surreale partita un po’ a caso: siamo tre amici, si va a Firenze alla Flog e si becca un gruppo electro stranissimo, che fa roba tipo dance con influenze anni 80. Quella che canta è una modella da paura, i musicisti son vestiti con il chiodo e parevano i Ramones: Vive La Fete, si chiamavano. Una musica che funzionava molto tra i Gay a giudicare dal numero dei presenti in sala che manifestavano quell’orientamento sessuale lì.

Bella storia, i Vive La Fete

Sotto le luci che non si vede un cazzo, in prima fila, c’erano due ragazze (per la verità non brutte) che si baciavano per tutto il concerto. Evidentemente bisex, visto che alla fine in due di noi ci siam finiti. Una delle rare serate vincenti di una lunghissima post adolescenza sfigata, cazzo.

Poi, visto che eravamo nel Capoluogo di Regione e che dei Compagni stavano occupando uno stabile a Pontassieve — sgomberato di lì a poco — e visto che tutto sommato era ancora presto, ce ne andammo là. Finisce che son quasi le 5 e che io sto suonando i djambè con della gente con i dreadlocks e forse qualche africano.

Tempo di tornare a casa, non prima però di una sosta all’ultimo autogrill disponibile, un po’ alla 883 di Rotta Per Casa Di Dio, seppur a notte finita. Non ricordo bene a chi venne l’ideona di andare a mangiare il Cacciucco a Livorno, a quel punto. Ma evidentemente il Cacciucco a Livorno è sempre stata una bella scusa per noi, che tutto sommato amavamo Livorno. Anche per la squadra, anche per Lucarelli, anche perché lì era nato il Partito Comunista, anche perché a me quell’architettura fascista del centro mi è sempre piaciuta un botto. Anche perché Livorno è pure decadentemente splendida tra i suoi canalini centrali.

Verso Lucca finimmo la benzina in autostrada. Autogrill a tipo 15 km. Si ferma la polizia, ci attacca con un gancio alla loro macchina e ci lascia alla pompa di benzina più vicina. “Ma ti rendi conto?” ci diciamo fra noi sorridendo.

Dormiamo al porto di Livorno senza un reale perché. Senza sigarette, dentro la macchina. Cioè, io non dormo: ma ti pare? È l’alba passata, sono al porto di Livorno dopo una notte in cui mi pare di averne fatte più che un tizio normale in tutta la sua vita. Non è così dura prendersi del tempo per far girare i pensieri a caso nella testa, aiutato dai postumi tenuti in piedi di un sabato da leoni, mentre gli altri dormono e li vedi dal finestrino con la bocca aperta tipo L’Urlo di Munch, però con la bava che ciondola di lato.


La foto non è mia, ma la sciarpa è uguale uguale

Del Livorno c’ho ancora una sciarpa delle BAL con scritto “Fino all’Ultimo Bandito”, d’inverno qualche volta la metto ancora. Tempo fa al Bar, uno degli Ultras più vecchi mi si avvicinò minaccioso, indicandomi come un infame con la sciarpa dell’Arezzo. Che noi a Montevarchi gli aretini non li possiam vedere anche e soprattutto calcisticamente; tutto il resto viene dopo (Livorno e Arezzo son più o meno amaranto tutti e due a livello di colori sociali). Io mi giustificai dicendo subito che era la sciarpa del Livorno, ma non è che la cosa andava tanto meglio: quando il Montevarchi era in C1, era rivale con il Livorno di brutto, e tra l’altro c’ha vinto un paio di partite storiche. Un quattro a zero in casa loro all’Armando Picchi, una roba che a Livorno, se gli dici “Montevarchi”, se la ricordano ancora.

Insomma me la vidi brutta al bar, con la sciarpa del Livorno. Non ricordo chi corse in mio aiuto, ma alla fine si disse “dai…sono compagni. Poi le BAL in serie A sono la meglio tifoseria. A prescindere da quello che succedeva dieci anni fa”. Spiegazione accettabile, sciarpa e forse denti salvati.

Che Sudaka. Per metà Argentini, per metà Colombiani, trapiantati a Barcellona.

Mi piace sempre tornare a Livorno: lo scorso anno siamo stati al The Cage a vedere una band di Barcellona che si chiama Che Sudaka. I tempi sono cambiati, anche se avevo l’accredito dal gruppo e quindi (se possibile) riesco ancora ad andare a vedere qualche concerto a gratis. Ora per andare ad un concerto a Livorno mi tocca prenotare un albergo perché non me la sento mica più di far quasi due ore di viaggio alle 3 di notte per tornare a casa; e poi quando sei ragazzo e ci vai con gli amici le rischi più volentieri, ti fai forza a vicenda a non pensarci. Quando hai sbarcato i trenta e ci vai con la tua ragazza, la scusa è che hai comunque qualcuno che vuoi proteggere. Il problema è che non ce la faresti forse mica più: o meglio, magari torni ma poi per due giorni sei uno stronzo di Zombie.

Perché lo dicevo ieri sera a cena, a due colleghi di 10 anni più giovani di me: sfori i trenta e sei andato. Per riprenderti ci vogliono due giorni, se bevi quattro birre senza mangiar troppo sai già che il giorno dopo devi lottare in modo tremendo con i demoni dei peggiori postumi di sempre. Prima della prossima volta.

Sembra una cazzata, perché quando te lo raccontano e magari hai 25 anni, pensi che siano storie e basta. Poi te lo ritrovi addosso come il fango che ti schizza in faccia se stai accanto a una ruota che slitta per un parcheggio di terra battuta, per uscire in retromarcia.


Grande Dancing Sirenella

Passati i 30 anni e non essendo più neanche in serie A, manco me ne fotte un cazzo di chiedere il lunedì che ha fatto il Livorno. Le BAL sono sciolte dalla notte dei tempi, Lucarelli credo faccia il presidente della Carrarese, o almeno lo è stato. Gli ultimi due dischi della Banda Bassotti mi fanno cagare, e che non faccio il pugno chiuso se non per ironizzare, sarà diversi anni. Probabilmente non ho più neanche suonato un Djambè, né importunato delle lesbiche, e indubbiamente piuttosto che passare una notte a una stazione — dovesse anche essere per una cena ad Arcore con Silvio e il suo Harem — me ne vado un mese in pensione a Riccione a ballare il liscio la sera al Dancing Sirenella. Perché secondo me tra l’altro il Dancing Sirenella è ancora aperto.

L’ultima volta che ci sono entrato a ridere dei vecchi ballerini, avrò avuto 14 anni, e con un mio amico ci si presentava lì alla porta dicendo allo pseudo buttafuori: “ci fai entrare che devo dire una cosa a mio nonno che è dentro?”. A quei tempi manco si beveva gli alcolici, che cazzo gliene fregava a quello? E infatti ci faceva passare. Ci sembrava di far chissà cosa.

Ma questa è un’altra storia e non c’entra un cazzo con Livorno. O forse con i miei anni sbarcati i trenta. O forse con quei ricordi che una domenica mattina che ti svegli alle 7, ti rimbalzano liberamente per la testa e poi li scrivi a caso.

“Ma ti rendi conto?” dici a te stesso, sorridendo.

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