Si, sono un drogato.

È vero, lo sono. Esattamente secondo lo stereotipo che tanto terrorizza la madre catechista per tutta la post adolescenza, ritrovatasi portante in grembo il miracoloso seme al primo cedimento, al primo peccato carnale.

Lo sono esattamente come mi vede il Giovanardi di turno, che ha sempre pensato che l’eroina oggi ADDIRITTURA si tira, e che esistono degli “spinelli” trattati che ti fanno morire all’istante.

Lo sono, agli occhi di me bambino, che quando andava al bar della parrocchia la domenica prima della messa, vedeva “quelli più grandi”, con i vestiti strappati e i capelli lunghi incollati e unti, che si arpionavano al bancone con i gomiti in attesa del primo caffè della domenica mattina. In hangover.

Allora ho letto da qualche parte che ‘sta roba qua, insieme al prossimo video, è una delle cose riconosciute più terrificanti nelle menti della mia generazione.

Ho visto nella mia vita quasi tutti i tipi di droghe, me ne hanno offerte diverse e tante le avrei potute chiedere. Ho parlato, occasionalmente frequentato o periodicamente discusso con gente cotta e strafatta di tutto.

Ho semplicemente sempre avuto troppa paura di lasciarmi andare, e probabilmente il terrorismo della pubblicità anni 90 “chi ti droga, ti spegne” deve aver influito molto nel mio subconscio. O forse quelle immagini dei giovani del bar della parrocchia, che da piccino per me erano “tutti drogati”.

È così che convenzionalmente mi sono salvato, con la paura. E a un certo punto anche con la coscienza, trasformata nei primi barlumi di conoscenza di me stesso: sono potenzialmente un dipendente nato, per questo ho sempre deciso che sarebbe stato meglio non provare, piuttosto che farlo e rimanerci invischiato.

Ma ho studiato ogni singolo opuscolo che ti danno i volontari del Sert fuori dai locali, letto su internet, visto video, e poi rapportato tutto questo alle esperienze personali dirette che sapevo mi sarebbero capitate.

È così che ho capito che attivando la paura di fronte alla scelta, ero capace di mettere in funzione il firewall giusto per mantenermi pulito.

Ma anche io, come tutti, ho le mie debolezze. Chiunque ha degli scheletri nell’armadio.

Diciamo però che sono un drogato un po’ più atipico di tutti voi: che quelle rare volte in cui uso l’OKI per curar un qualcosa, mi arriva una bomba al cervello; allo stesso modo quando uso la codeina che trovo tranquillamente dentro uno sciroppo liberamente acquistabile in farmacia. A differenza vostra, ho sempre usato poco. Tutto.

Chi ha paura delle droghe? Viste così son proprio belline…

C’è un ragazzino qualsiasi, in una città Italiana qualsiasi, che probabilmente in questo momento sta acquistando droga. O la sta consumando. Il fatto di dover specificare quale tipo di droga è superfluo, perché grazie a geniali leggi passate, tutte le sostanze psicoattive considerate illegali e dannose al corpo e alla mente di noi teneri italiani, sono ugualmente vietate.

Un ragazzino di 18 anni, in questo momento, sta camminando per un parco qualsiasi con una mazzetta di soldi in tasca: le Nike che si bagnano progressivamente all’affondare nell’erba quasi alta (perché “il Comune la taglia sempre meno spesso”), i pantaloni della tuta Adidas con cavallo abbondante, ma stretti sulle caviglie, una cappellino qualsiasi in testa di quelli che una volta si chiamavano “da baseball” e probabilmente i primi tatuaggi nascosti da una maglietta sotto una felpa abbondante con il cappuccio. Si guarda intorno, procedendo sicuro. Si avvicina a un nord africano che lo aspetta sotto un albero, in una zona un minimo riparata: si danno la mano una volta, per passaggio del denaro. Se la ridanno una seconda, che poi il ragazzino si mette in tasca.

A poche centinaia di metri di distanza, altri due amici aspettano il ragazzino di ritorno: hanno compartecipato alla colletta per quello che da noi chiamavamo “tocco” di fumo, fremono per dividerselo. Tutto quello che succederà dopo, cioè quando ognuno di loro nell’intimo della propria vita deciderà di fumarselo attraverso quello che i vecchi amano ancora chiamare “spinello”, è una cosa che non ha senso descrivere. Per chi non lo sa, probabilmente si immaginerà occhi senza pupille, l’alone viola dell’AIDS intorno al corpo, pazzia omicida o collasso imminente con bava alla bocca.

Ecco, quelli son coloro che ci son rimasti sotto con le pubblicità dei primi anni 90, o hanno sentito troppe volte quel Giovanardi lì.

Questo non è forse terrificante? O forse semplicemente Creepy?

Di fatto però, può essere che quel ragazzino dai suoi amici non c’arrivi mai. Può darsi che carabinieri o polizia siano appostati o di passaggio nella zona. È probabile che siano già scattati a placcare il nordafricano e a prendere per un braccio il ragazzino, prima che potesse lanciar via quel pezzetto di hashish che si teneva in tasca. Un pezzetto non certo gigantesco, ma che supera i quantitativi limite tollerati per considerarlo “per uso personale”.

È spaccio, pischello. E te ne vieni in commissariato.

Per te negro son due pedate in pancia, una notte in caserma e poi si guarda che cazzo ci vien voglia di fare, in base a quanto puzzi.

Una storia che si ripete e si ripete da generazioni, da anni: cambiate i protagonisti, i luoghi, le sostanze e niente cambia. La legge per strada si sbatte a reprimere l’ultimo anello della catena, lo spaccino senza arte né parte nella vita, e sacrifica il consumatore, marchiandolo come drogato.

Avrà un fermo — avrà una perquisizione a casa di mamma e papà — avrà un processo — sarà affidato al Sert — pagherà dei soldi — dovrà farsi dei controlli.

Potrebbe rischiare di finire dentro, e potrebbe salvarsi dichiarandosi “dipendente”. A volte capita che ti entrano in casa, e magari in un cassetto ti beccano qualche bustina di coca, o di cristalli, o vai a sapere….

Bene in quel caso, dichiarandoti dipendente, ti eviti le sbarre con l’obbligo di presenziare in case famiglia o centri di recupero promossi e controllati dal Sert. Ti ritrovi lì con quelli che avevi sempre inteso come “tossici veri”, gente che si fa la roba, che prende il metadone per star calmo nelle ore in cui son obbligati a star lì dentro; che non vedono l’ora di uscire, come quando suona la campanella a scuola, per tornare a bucarsi. Quelli del Sert, gli operatori e/o i dottori sono liberi di darti tutto quel cazzo che ti serve per “combattere” la tua dipendenza.

Si tratta di droghe. Altre droghe per uscire dalla presunta dipendenza dalle droghe. Solo che loro li chiamano farmaci, e chi ci guadagna dietro non sono i mafiosi che stanno al vertice di quella piramide infondo alla quale c’è il nordafricano che spaccia al parco. Ci guadagnano le case farmaceutiche. E infatti sono droghe legali, come è legale tutto quello che porta soldi allo stato e a chi lo sostiene economicamente.

Chi vuole un pò di droghe in corsia?

Ma potrebbe anche andargli meglio, al ragazzo. Potrebbe cavarsela con una segnalazione al Sert, con l’obbligo di un paio di incontri con lo psicologo e qualche pisciata in provetta per controllare che la lezione sia stata imparata davvero. Si, però poi c’è tutto un contorno che deve sopportare: quel contorno che è la famiglia in lutto che “mai avrebbe voluto un figlio drogato”, tutto il quartiere o il paesino che ti guarda come “se fossi un malato di aids”, il prete e gli psicologi del Sert e altri maestri di vita improvvisati che fremono per spiegarti che hai sbagliato, che sei una delusione per la comunità, ma che puoi ricostruire te stesso a partire da ora. Se il ragazzo è fragile — magari è disoccupato e frustrato, visto che viviamo nel 2016 ed è cosa diffusa — ci sta che a tutto questo regga male.

“nel senso?” direte voi teneroni padri buoni di famiglia, proibizionisti per cultura e fieri firmatari de “una firma contro la droga” fuori dai supermercati e/o gli ospedali.

Nel senso che si può cadere in esaurimento nervoso; nel senso che le conseguenze di una canna ( DI ESSER BECCATO con una canna )possono avere pesanti strascichi nella psiche di un ragazzo.

Qualcuno ti porterà da uno specialista, e forse ne cambierai anche un paio. Ti diagnosticheranno una depressione -daranno colpa alla droga- ti faranno credere che ti sei fritto il cervello — e questo ti terrorizzerà ancora di più- ti troveranno una decina di patologie — nell’esposizione dei rischi degenerativi ti daranno assist per chiudere questo stato confusionale in cui ti trovi. Ti daranno delle risposte: delle droghe.

Delle droghe legali che chiamano Antidepressivi. Da queste, magari per un eccesso di dosaggio o per un errore di consiglio, potresti passare agli Ansiolitici. Qui potresti diventar dipendente dal benzodiazepine, che tutto sommato sembra esser la soluzione per star bene, e a quel punto potresti aver bisogno anche di Neurolettici. A questo punto sei ben sedato, rincoglionito e dipendente da droghe che ti hanno fatto assumere per risolvere un problema che -ti hanno raccontato- ha causato il tuo abuso di droghe. A questo punto ti diranno che ti sei fritto il cervello, e che devi trovare il cocktail giusto di farmaci (cioè droghe) per poter mantenere un equilibrio, prima che ti possano reinserire nella società. Le droghe costano, e bisogna andar per tentativi, con l’aiuto di professionisti che ti seguiranno passo dopo passo, prescrizione dopo prescrizione. Queste droghe che sono legali, portano bei soldoni in tasca alle case farmaceutiche.

Prendi una pillola per essere normale/felice/prestante/socialmente accettabile

L’antidroga non fa le retate nei magazzini delle case farmaceutiche. Non caccia i ricercatori di questi prodotti, come faceva con Heisenberg in Breaking Bad. Non salta addosso con placcaggi da NFL dietro ai medici che ti danno indicazioni su dove trovare queste droghe, né tanto meno lo fanno ai farmacisti che te le vendono, quando terminano il turno e si incamminano verso casa.

Eccovi un autentica chicca di persuasione e/o terrorismo psicologico nascosto come “buona novella”: I nostri eroi alla riscossa (noto anche come: Cartoni animati contro la droga, titolo originale: Cartoon All-Stars to the Rescue). Un cartone animato “educativo” che chi ha la mia età ricorderà bene. In Italia venne trasmesso a partire dal 29 dicembre 1990 su iniziativa del Dipartimento degli Affari Sociali della Presidenza del Consiglio dei ministri, preceduto da un’introduzione dell’allora premier Giulio Andreotti. La rete della prima TV fu Rai 1, ma nei giorni seguenti, lo special venne replicato su Rai 2 e Italia 1 (30 dicembre), nonché da Canale 5 e Telemontecarlo. GODETEVELO. Io lo vidi il 30 dicembre su Italia1 ricordo.

Qualcuno può spiegarmi la differenza tra chi vende merda all’angolo di una strada a un tizio con la pelle bianca -scalfita da unghiate rosse in tutto il corpo per grattar via il prurito- e un dottore con i suoi fogli di carta e attestati, che prescrive pillole che ti annientano cervello, emozioni, necessità e capacità critica?

Qualcuno può trovarmi anche una differenza con una sorta di sedicente predicatore –che sia un prete, un imam o chiunque cazzo decide di parlare a un gregge sbavante di metafore che spesso non ha strumenti per tradurre- che inserisce con la violenza delle parole timori, paure, terrore e limitazioni morali nei cervelli di chi, accecato nella razionalità e nell’istinto, permette al suo corpo di farsi soggiogare in nome di un “dopo” che può giustificar a se stesso solo attraverso la fede in un mistero?

Il cazzo di libero arbitrio è tutto quello che avremmo, per determinare il nostro essere — per elevarci a quella metaforica illuminazione che è l’apice personale della nostra conoscenza — e lo annientiamo tutti i giorni con le influenze che passivamente, ci lasciamo introdurre nella scatola cranica da una serie di spacciatori professionali e legalizzati; persone socialmente riconosciute come aventi un compito, che dietro i pixel del matrix che ce li occulta, non sono altro che grosse droghe fisiche, capaci di attivare costantemente i recettori della limitazione del potenziale personale.

Quando scegli di mettere il tuo corpo in competizione con una sostanza chimica vietata, e ti sbatti per acquistarla e usarla, operi una scelta. No, non è come quando ti raccontavano che i drogati ti avrebbero aspettato fuori dalle scuole elementari per metterti in bocca “caramelle alla droga”, e renderti uno di loro. Non è come in un film di zombie, dove il primo catturato dalla squadra di sbavanti esseri dondolanti, appesta poi tutta la città. Quando scegli consapevolmente di rendere il tuo corpo schiavo di un qualcosa che serve a rilassarti, a non pensare, a divertirti, ad avere una prestazione, ad essere come vorresti ma non puoi, hai comunque scelto. E i numeri per conoscere le conseguenze, li abbiamo tutti. O almeno dovremmo.

Quando tocchi il fondo, ti rendi conto di non aver più indipendenza chimica da una sostanza, ma anche ti trovi distrutto nel cervello e nel corpo da un evento, da un malessere interiore, dal continuo sbattere la fronte su un difetto innato che ti genera quello che viene diagnosticato come depressione, hai già perso la capacità al libero arbitrio.

Chi ti vende una soluzione o una cura, chi ti inserisce con forza droghe per combattere altre droghe, chi ti conquista la testa con persuasioni metaforiche, ha l’interesse solo e unicamente di finire quello che probabilmente la società ha avvallato, dentro al quale sei caduto a piedi pari: la distruzione della tua creatività, curiosità, possibilità di contribuire in un modo diverso allo sviluppo (salvazione) del genere umano.

Una differenza c’è: è la possibilità di scegliere quello che perderai da un certo punto in poi; che attraverso titoli opinabili, qualcuno annienta definitivamente con l’imposizione del controllo fisico e solo dopo mentale.

Solo attraverso un lavoro capillare di conoscenza, creazione di coscienze e libertà, attraverso lo studio di effetti e conseguenze delle sostanze cosiddette psicoattive, si può sperare di creare un pensiero critico che permetta all’adolescente di domani di usare il cervello, nella scelta. Solo liberalizzando ogni sostanza e creando luoghi guidati di controllo — e non presunte panacee di salvazione — potremmo annientare chi ha interesse a sviluppare economicamente questo mercato, e creare un utilizzo inevitabile e consapevole, ma sicuro, nelle utenze.

La mafia ha scoperto che forse è più redditizio il traffico degli esseri umani nel canale di Sicilia, e tutto quello che viene dopo, rispetto allo spaccio di roba.

Ma quanto conviene alle case farmaceutiche, ai dottori, alle strutture organizzate apposta, al Sert, a chi statalmente è pagato per annientare le capacità di quella categoria per la quale “se ne recuperano forse 2 su 10000”, e comunque quelli che non si recuperano chi se ne frega, che sono irrecuperabili in quanto improduttivi al modello sociale auspicato?

C’è un modo per annientare “il peccato”, ed è legalizzare il proibito. Trasformare la reazione per contraddizione alla convenzione, in semplice scelta consapevole.

La prostituta obbligata a battere la strada perché venduta di mafioso in protettore già in Africa, obbligata perché i suoi documenti sono nelle mani di un tizio che le sfrutta l’anima per i suoi soldi, è una cosa diversa da chi sceglie autonomamente di guadagnare con il proprio corpo. Chi ferma la macchina sul ciglio della strada, e la fa salire su, è uomo differente al cambiare di queste due prospettive.

Lo stesso vale per le droghe.

Trasformate i venditori di droghe legali -i dottori del cervello- in professori. Istruite i bambini sul libero arbitrio. Sulle motivazioni piacevoli che ti portano a scegliere surrogati di realtà sotto forma di sostanze, per migliorare un momentaneo stato di essere, o per il piacere fisico a sfruttare un corpo in vendita. Fate sviluppare le loro capacità critiche, tanto che se un giorno dovessero trovarsi a scegliere “se si o no”, siano capaci di farlo non per come socialmente riteniamo giusto noi, ma per come ritengano giusto loro, in base alla loro esperienza.

La moralità di cui tanto vi riempite la bocca drogando, terrorizzando, violando cerebralmente, rinchiudendo e annientando la gran parte degli esseri umani di questo mondo, concretamente, ne guadagnerebbe.