678, un film sulle donne (per gli uomini)

Noha balzò sul cofano del pick up, tenendosi stretta mentre l’autista ingranava la retromarcia, cercando di farle mollare la presa. La giovane cadde al suolo, mentre un certo numero di persone si radunava dai negozi che si affacciavano sulla strada, domandosi e domandandole che cosa fosse successo.

Qualche ora dopo Sherif Gomaa, il 28enne che quel giorno guidava il camioncino, sarebbe diventato il primo uomo nella storia egiziana a essere accusato di molestie sessuali, in un caso legale senza precedenti. Non prima che la sua vittima fosse passata per una serie di ulteriori umiliazioni.

Perché Noha Rushdie Saleh, una documentarista 27enne del Cairo, potesse fare la sua denuncia, quel giorno dovette, nell’ordine:

  1. Schivare il biasimo dei passanti, già convinti che fosse vestita in modo poco appropriato — così non era, per inciso — e che se girava per strada così, un po’ se l’era cercata.
  2. Trascinare l’uomo che l’aveva aggredita in commissariato, con l’aiuto di un’amica.
  3. Caricarselo in macchina e portarlo alla stazione centrale, dopo che gli agenti del distaccamento si erano rifiutati di indagare su quanto successo e di trovare un auto di servizio per trasportarlo.

La ragione per cui nessun uomo fino a quel momento era mai stato costretto a prendersi la responsabilità per le sue azioni non dipendeva da una mancanza della legge, ma piuttosto da uno stigma sociale che troppo facilmente condannava la parte lesa e lasciava che gli aggressori la facessero franca. Una visione delle cose non troppo estranea agli stessi uomini che la legge erano chiamati a farla rispettare.

Quando, a ottobre 2009, l’aggressore di Noha fu condannato a tre anni di carcere, dopo il rifiuto della giovane di ritirare la sua denuncia, la notizia fece il giro delle testate internazionali. Due anni dopo, la sua storia e quelle di troppe altre donne egiziane ispirava un film di Mohamed Diab, 678 (Sitta Seba’ Thamaniyya).

“A 678 serviva un uomo”

“Volevo dedicarmi a qualcosa in cui credessi davvero”, raccontò nel 2011 Mohammed Diab, in un’intervista al New Yorker. Il regista di 678, che al momento sta lavorando al suo secondo film, Clash, aveva già alle spalle quattro sceneggiature. Tra queste quella di El Gezira, film di Sherif Atata incentrato sulla storia di un trafficante dell’Alto Egitto, un po’ pellicola d’azione e un po’ polpettone sentimentale, che sbancò il botteghino.

“Un paio di anni prima avevamo iniziato a sentir parlare di molestie sessuali di gruppo. Così iniziai ad analizzare quello che stava succedendo e a fare ricerche, e rimasi sconcertato nello scoprire la verità che il film mette in luce”.

Una verità che è quella che, un paio d’anni più tardi, mise a fuoco un sondaggio delle Nazioni Unite riportato ampiamente dalla stampa. Il 99,3% della popolazione femminile in Egitto, raccontavano quei numeri, nella propria vita subisce molestie fisiche o psicologiche. Le stesse che, in 678, sono vissute da Fayza (Bushra), Nelly (Nahed El Sebai) e Seba (Nelly Karim). Una madre velata di famiglia modesta, una giovane creativa e una donna della upper-middle class del Cairo sono accomunate nel film da esperienze molto simili, che spingeranno una di loro a cercare una “vendetta”.

“Una delle ragioni che mi hanno convinto a dirigere questo film — raccontò Mohammed Diab al New York Times — è che a questo film serviva un uomo. Se fosse stato scritto o diretto da una donna, nel nostro mondo, la gente l’avrebbe considerato parziale e non l’avrebbe preso seriamente, come invece ha fatto”.

Un punto su cui è impossibile dargli torto. 678 fu preso maledettamente sul serio, abbastanza da portare a tre cause legali. Chi le aveva presentate chiedeva che il film non varcasse i confini egiziani, perché rischiava di rovinare l’immagine internazionale del Paese, oppure accusava Diab di incoraggiare le donne alla violenza (il perché lo si capisce guardando la pellicola). L’ultima causa la presentò la popstar Tamer Hosny, non troppo felice del fatto che un suo brano fosse stato inserito nel film e che il regista lo accusasse di “promuovere” le molestie nella sua musica.

Chi voleva che il film passasse inosservato non ebbe un gran successo. 678 nel 2010 fu presentato con tre nomination (Miglior film, Miglior attore e Miglior attrice) al Festival internazionale del cinema di Dubai. La giura premiò Bushra e Maged El Kedwany, che nella pellicola è un detective chiamato a investigare su una serie di strani accoltellamenti, decretando la validità del progetto di Diab.

La Primavera egiziana

Complice l’interesse destato dalla Primavera del 2011, del tema delle molestie sessuali si iniziò a parlare con maggiore frequenza, anche grazie all’operato di gruppi come Basma, I saw harassment o Tahrir Bodyguards. Già nel 2005, tuttavia, il Centro egiziano per i diritti delle donne (ECWR) aveva lanciato un programma contro le molestie sessuali. Tre anni dopo la Ong pubblicava un rapporto, Nuvole nel cielo egiziano, che per la prima volta documentava quanto fosse diffuso il problema. Nel 2014 una legge rese punibili penalmente le aggressioni.

“Nessuna legge, nemmeno la migliore — commentò tuttavia HarassMap, iniziativa volontaria contro le molestie sessuali in Egitto — è efficace se non viene utilizzata e implementata correttamente. In passato, le leggi non sono state fatte rispettate, e ciò ha contribuito a creare l’idea che le molestie sessuali non siano davvero un crimine”. Uno studio da loro condotto nel 2014 sostiene che il 95% delle donne in Egitto sia stata molestata almeno una volta e che in un caso su due si sia trattato di violenze fisiche.

Come finì la storia di Noha Rushdie Saleh lo raccontò in un’intervista Mohamed Diab.

“Noha lasciò l’Egitto perché la gente era molto critica nei suoi confronti. Dove doveva esserci supporto, nacque invece una teoria cospirazionista secondo cui lei era una spia con l’obiettivo di rovinare la reputazione dell’Egitto, e la gente ci credette”.