Le stagioni di Zhat
Storia di una donna. E dell’Egitto che la circonda

Non sono neppure le otto, il giorno è un mercoledì di fine luglio, quando un comunicato affidato alle onde della radio annuncia che qualcosa in Egitto è cambiato. È il generale Muhammad Naguib a spiegare ai milioni di abitanti del Paese nordafricano che da quel giorno del ’52 la monarchia sarà storia passata.
È colpa di un golpe, o di una rivoluzione — ma poco cambia — che ha spodestato l’ultimo re, Faruq, e messo il Cairo nelle mani di un manipolo di militari che si definisce il gruppo degli Ufficiali Liberi. Ne fanno parte due uomini: Gamal ‘Abd al-Naser e Anwar Sadat, che terranno le redini dell’Egitto fino al 1981.
Il momento è cruciale per il futuro del Paese. Ma ai fini di questa storia non è la Rivoluzione di luglio l’avvenimento principale. O forse sì, ma filtrata attraverso altri occhi. Perché è proprio in quel giorno del 1952 che prende il via Le stagioni di Zhat, romanzo del 1992 dello scrittore egiziano Sonallah Ibrahim, tradotto quest’anno in Italia per Calabuig da Elisabetta Bartuli.

Mentre i militari danno il benservito all’ultimo monarca, Zhat lancia i primi vagiti. È da qui che prende il via una storia che procede su due linee parallele, quella di una donna e quella dell’Egitto — di due donne in fin dei conti — , raccontata da Ibrahim in un susseguirsi di episodi personali e collettivi, “una narrazione alternativa — scrisse su Mada Masr Dina Hussein — del periodo dell’infitah (l’apertura economica, ndr) egiziano, attraverso la vicenda ordinaria della sua protagonista della middle-class”.
A dare il tono alla vicenda è la storia personale di Sonallah Ibrahim, oggi ultra-settantenne e di cui in Italia sono stati pubblicati altri tre romanzi: La commissione (Jouvence, 2003) Warda (Ilisso, 2005) e il desaparecido Quell’odore, che la casa editrice De Martinis stampò nel 1994.
Intellettuale marxista, in una intervista a Giuseppe Acconcia, pubblicata sul Manifesto, racconta del presidente Sadat come di un uomo che aveva “difeso e aiutato la crescita di una borghesia compradora egiziana”, in una frenesia che la protagonista del romanzo fatica ad assimilare. Ed è nella critica alle aperture neo-liberiste dell’era Sadat, e nella fine del socialismo nasseriano, che si può individuare una delle chiavi di lettura principali delle Stagioni di Zhat.
Nel 1959 “Nasser era all’apice della sua gloria popolare, — raccontò Ibrahim in un’altra intervista al Manifesto, nel 2014, ricordando il periodo che trascorse in carcere perché comunista— dal 1956 aveva iniziato l’egizianizzazione delle aziende in mano agli stranieri per mettere in pratica il nazionalismo arabo”. Un orientamento che il suo successore non avrebbe seguito, aprendo decisamente alle logiche del mercato.
“Bent Esmaha Zaat”

Il periodo di grandi cambiamenti degli anni Settanta e Ottanta è raccontato in Le stagioni di Zhat con l’aiuto di ritagli dai giornali e dalle pubblicità dell’epoca. Passaggi forse a tratti un po’ noiosi, ma qua e là divertenti, che aiutano a contestualizzare gli eventi e creano un andamento certamente particolare, ma che deve avere dato più di un pensiero a chi decise che Zhat poteva essere un ottimo soggetto televisivo.
Bent Esmaha Zaat (Una ragazza di nome Zaat) debuttò soltanto nel 2013, sebbene l’idea di adattare per il piccolo schermo il romanzo di Ibrahim fosse di qualche anno precedente. A bloccarne la realizzazione fu — scrisse Abir Awad per la Bbc — l’incarcerazione del direttore generale della televisione di Stato (ERTU), accusato di corruzione per fatti dell’era Mubarak. Assolto due anni dopo, portò con sé il progetto al canale privato Dream TV. La regia venne affidata a Kamala Abou Zikri e Khairy Bishara, Nelly Kareem fu scelta per il ruolo di protagonista e Bassem Samra per quello del marito Abdel-Maguid, Mariam Naoum si occupò dello sceneggiatura.
Le riprese degli episodi iniziarono nella primavera del 2012, non senza problemi. La troupe, che stava girando nel campus dell’università Ain Shams al Cairo, fu cacciata dall’Unione studentesca, all’epoca controllata dai Fratelli Musulmani, apparentemente oltraggiata dal fatto che le donne della serie indossassero delle micro-gonne che, d’altronde, negli anni Settanta non erano poi così aliene neppure alle strade d’Egitto.
Mandata in onda durante il mese di Ramadan, una delle tante musalsal, serie tv che tradizionalmente accompagnano i giorni che portano all’Eid, Una ragazza di nome Zaat fu uno dei successi di quella stagione, in grado di riflettere “sulla resa della borghesia, sulla crescente povertà, la corruzione e l’oppressione dell’opposizione politica sotto i tre presidenti che vennero dopo il rovesciamento della monarchia”, in un momento in cui l’Egitto assisteva al golpe militare che rimosse il presidente Muhammad Morsi, eletto dopo la Rivoluzione.

Se il libro di Sonallah Ibrahim aveva il suo culmine negli anni Ottanta, con l’assenso dell’autore la serie televisiva completa l’arco storico, arrivando fino ai giorni nostri. Una scelta che non tutti ritennero riuscita. “Negli episodi ambientati nel periodo dopo gli anni Ottanta — scrisse su Mada Masr Dina Hussein — sembra di avere perso la Zaat di Ibrahim e di guardare un melodramma qualsiasi”. Non bastarono tuttavia quelle puntate a sminuire il valore artistico di Una ragazza di nome Zaat. Il critico televisivo Tareq Shinnawi ne parlò con toni entusiastici. Con la serie, scrisse, “si stabilivano nuovi standard per il dramma egiziano”.
“Ciò che rende la storia così speciale — raccontò al quotidiano Al Ahram Kamala Abou Zikri, uno dei due registi — è ciò che Zaat e suo marito non sono. Non sono eroi in nessun modo. Non sono interessati alla politica, non sono ricchi, non sono eccezionalmente dotati o di successo. Sono normali egiziani che vedi e incontri ogni giorno; persone pacifiche che lottano per portare avanti le loro vite e che non vogliono problemi, il tipo di persona che forma la maggioranza della popolazione di questo Paese”.
- Su ArabLit potete trovare un’analisi piuttosto interessante e molto esaustiva sull’argomento: On changing gender relations from book to screen
- Su YouTube, per i fortunati arabofoni, ci sono invece tutte le puntate
Questa storia è stata pubblicata la prima volta il 28 dicembre 2015 su kalaMasr.it, un blocco con qualche appunto sull’Egitto.