Non hai bisogno di una nuova app.
UX o UI? Forse quello che ti serve è un vecchio campanello.

Perché il campanello di casa “suona”?
Un secolo e mezzo fa, quando il campanello diventò elettrico, fu una innovazione strabiliante: far suonare qualcosa da un lato all’altro della casa (o della città) con un solo cavo elettrico (invece di corde, fili tesi, argani, gigantesche torri). Fu possibile rimpicciolire così tanto il dispositivo da poterlo inserire nei muri.
Ma, di nuovo, perché scegliere un suono?
La familiare “campana” fu scelta forse senza pensarci, considerato il fatto che da millenni vengono usate per richiamare l’attenzione delle persone.
E dunque la domanda, posta così, può sembrare banale.

I campanelli “del futuro”… non suonano.
Eppure la risposta così banale non deve esserlo, considerato che uno dei campanelli più venduti su Amazon è un campanello che non suona, ma invia una notifica su un’app su un telefono che permette — una volta agganciata la connessione — di vedere chi c’è fuori.
Una soluzione all’apparenza innovativa (sicuramente è più tecnologica del vecchio relé montato nei muri) perché trasforma un dispositivo elettrico in qualcosa di digitale.
Se prima bastava un cavo e la corrente perché la pressione del pulsante facesse suonare il campanello, ora c’è bisogno infrastruttura complicatissima: c’è da mandare un segnale radio a un ricevitore in casa, e da lì farlo rimbalzare da una parte all’altra del mondo — via Internet — perché arrivi al nostro telefonino, e dunque a noi (ammesso che ce l’abbiamo vicino).
Una salto futuristico… se solo non ci volessero tra i 40 e i 50 secondi (secondo le stime di agguerriti recensori su Amazon) perché l’app notifichi che c’è qualcuno alla porta. Abbastanza perché questo qualcuno abbia già girato i tacchi, pensando non ci sia nessuno in casa.
Ok. L’app campanello non funziona. Aggiustiamola.
Ma facciamo prima mente locale: quanti ‘step’ ci vogliono per andare alla porta e chiedere “chi è”?
Nel caso di un campanello tradizionale: quelli che ci separano dalla porta.
Quanti ce ne vogliono, invece,perché il segnale audio/video venga convertito digitalmente, attraversi il mondo, torni indietro, trovi il telefono, lo faccia squillare; io lo senta, lo raggiunga, lo sblocchi, veda chi è, E POI vada alla porta? Molti di più.
È UX o UI?

Chiariamo subito: la User Experience è l’insieme di cose che un cliente (o meglio, un utente) prova, vive, esperisce mentre sta usando un prodotto o un servizio fornito da qualcuno.
Le persone usano i prodotti o i servizi di questo qualcuno perché hanno un problema (qualunque esso sia) e sono tanto più felici quanto più riescono a risolverlo nella maniera più fluida possibile: che sia prelevare soldi da un bancomat senza prendere a testate la macchinetta, o entrare in un’auto che non ha bisogno di essere guidata per portarci dal punto A al punto B.
In questa catena di esperienze c’è la gioia (o la frustrazione), l’intrattenimento (o la noia), il piacere (o la delusione); ci sono i sorrisi (o la rabbia), c’è la produttività (o il blocco) ma soprattutto c’è un guadagno (o no): di tempo e risorse per l’utente, di soldi per le aziende.
La User Interface invece è l’insieme delle pratiche che rendono un uomo capace di interagire con una macchina (un telefonino, un microonde, un computer…) per fare in modo che la macchina faccia quello che vuole l’uomo.
La differenza tra una UI fatta bene e una no, a volte può fare la differenza tra un problema risolto all’utente e un problema in più per l’utente.
MA la migliore delle interfacce non basta a coprire le falle di un prodotto o un servizio che non serve a niente, o meglio, nessuno.
Ux ≠ UI

Molto spesso, quando un cliente bussa alla nostra porta (che suona con un classico e funzionalissimo dlin-dlon) il cliente arriva non solo con un problema, ma anche con una soluzione:
«Non ho abbastanza clienti mi rifate il sito web?» (No, non facciamo siti web)
«Voglio essere innovativo, mi fate l’app?» (Sicuro che ti serva un’app?)
«Voglio offrire un servizio migliore ai miei clienti, mi fate una brochure?» (…)
Spesso, infatti, si confonde il Design con la finitura estetica di un prodotto.
Il Design è invece un’arma strategica potente, capace di velocizzare i tempi con cui si porta un prodotto o un servizio sul mercato; capace di inventare addirittura nuovi mercati; capace di innescare trasformazioni visionarie all’interno di un’azienda o — come abbiamo visto negli ultimi anni — nel mondo (everything is designed: tutto intorno a noi è artificiale, cioè qualcuno l’ha progettato).
Le app disegnate bene (UI) sono una possibile soluzione a un possibile problema: non li risolvono tutti.
Abbiamo un problema con gli schermi.
Siamo diventati pixel-dipendenti. Buona parte della nostra giornata, e dunque della nostra realtà, è chiusa nei confini di uno schermo. Ecco perché a chiunque (all’azienda di tondini come a quella della Silicon Valley) sembra scontato che la soluzione di qualunque problema possa trovarsi lì dentro.
Quando un cliente arriva da noi convinto che gli serva un’app, la prima cosa che gli chiediamo è perché ne sia convinto: se la risposta è ”voglio fare più soldi”, raramente la soluzione è dare “solo” una ritoccatina all’app (UI), senza passare per una analisi dell’esperienza (UX) che attualmente offre ai suoi clienti.
Probabilmente — se non fa abbastanza soldi — la soluzione è proprio una esperienza migliore da offrire ai suoi clienti.

Il Design fa proprio questo: non si occupa solo di mettere le mani sulla punta dell’iceberg (la parte che l’utente vede, l’interfaccia o la finitura estetica) ma se le sporca ficcandosi negli intricati, contraddittori, spesso macchinosi e impolverati meccanismi che giacciono lì sotto.
Comprensione reale del problema, una User Research fatta con i più avanzati paradigmi di ricerca sociale, esplorazione dei Touchpoint tra l’azienda e l’utente nella sua interezza: sono questi i primi fondamentali passi perché l’utente finale viva un’esperienza semplice, desiderabile e acquistabile.
Il futuro non è un’app.
Oggi che ci sono più prodotti connessi che persone nel mondo, abbiamo una opportunità da cogliere: disegnare un quotidiano migliore, che funzioni per noi, piuttosto che per la tecnologia.
Se il campanello deve essere connesso, concentriamoci sul disegnare l’esperienza nel miglior modo possibile. Che non deve passare per forza attraverso il Wifi.
La tecnologia miniaturizzata, embedded, invisible, ci dà la possibilità di creare un futuro con la minore quantità di interferenze possibili.
Perché l’esperienza migliore si concentra sulle persone, non sugli schermi.
Se il tuo campanello troppo smart fa andare via le persone invece di farle entrare, quello che ti serve non è una nuova app: ma un nuovo, vecchio campanello.

