Riccardo Caporossi*

Il gatto in palcoscenico

Ho letto (o ri-letto) recentemente un saggio di Valerio Marchi; darò estremi di identificazione solo in coda, alla fine, al termine dell’atto, come chiusura, oltre il sipario, perché al momento non venga considerato come letteratura ma entri, in maniera decisa a giocare la partita che desidero proporre. Sembra scritto oggi; attenta analisi di questi ultimi venti anni e invece è stato scritto venti anni fa presagendo il futuro.

Non c’è più bisogno di mascherarsi dietro i classici per rappresentare la nostra epoca e, attraverso loro, nascondere l’ignoranza di poter attivare il “senso critico” sul nostro vivere, pur facendosi tutti paladini di conoscere tutto abbastanza; poterlo e saperlo rappresentare, ognuno nel suo campo. Che contraddizione! Che superficialità! Che confusione! È un vero peccato che la con-fusione non abbia messo altro in rilievo che l’indifferenza.

La fusione della differenza è di là da venire. Per Lorenz l’uomo è ancora a uno stadio intermedio tra l’animale e l’uomo veramente umano. Ma l’uomo arriverà al suo obiettivo? Saprà dire NO all’unica ideologia che è rimasta? Quella del consumo che ha investito di significati socio-culturali?

Ma non è ancora questo ciò che desidero raccontare, anche se tutto ciò ne rappresenta la scena; un fondale dipinto alla Truman show. E allora ecco il primo (e forse l’unico) punto che affronto: il cavallo di Troia. Da una parte: l’inganno. Dall’altra: il dono, l’involucro che l’ingenuo ha accolto, ignaro nel comprendere l’astuzia del nemico. Qui si gioca il nostro stare uno di fronte all’altro; l’inganno e il danno. Ma quando diremo NO. Ci ho provato e sono rimasto sconfitto. Ancora ci provo e rovesciando ancora la maniera tradizionale di vivere, spingo, contro ciò che deve perire, il desiderio della fine. Metto così a fuoco l’inganno, quell’inganno che include anche parole quanto mai abusate: innovazione e tradizione. Nel magma indistinto, confusionale, indifferente, siamo arrivati al nocciolo.

La tradizione indica semplicemente un processo di trasmissione, consegnare qualcosa, delineare un passaggio da uno all’altro, ancorare ponti. Deriva dal verbo latino tràdere, trasmettere, un transitare di qualcosa da un tempo all’altro, da un luogo all’altro. È un termine dinamico che sfugge a tutti coloro che la inquadrano nell’idea di staticità. Un tempo il ribellismo giovanile si opponeva non alla tradizione che è rimasta bagaglio base al nuovo modo di osservare, pensare, agire; ma al tradizionale che ne mostrava gli effetti indesiderati.

Nel parlare della tradizione teatrale si dovrebbe indicare quale sia il tràdito e cioè cosa di specifico venga trasmesso. Altrimenti il pensiero è solo tradìto.

Si dovrebbe abbattere quel confine che divide le due (errate, a mio parere) concezioni della tradizione come bagaglio invariante e il nuovo, abusato, oggi (forse come ieri) con il termine: innovazione. E qui desidero citare un illuminante pensiero di Robert Walser:

nell’arte non si tratta mai di innovare, ma solo di concepire una certa cosa in un modo nuovo, mai di far pulizia, ma solo di essere puliti, mai di creare nuovi valori, ma solo cercare di essere in prima persona colmi di valori”.

E allora arrivati al nocciolo cerco di rammendare; svolgere quel lavoro che si fa per ricostruire o rinforzare trama e ordito in un tessuto strappato o molto usato, per apparire all’osservazione invisibile. E così ago e filo alla mano riprendo l’operazione di apparecchiatura dei tessuti. Il saggio del sociologo Valerio Marchi (scrittore di libri e saggi sul conflitto giovanile e sulle sottoculture metropolitane) è comparso su Critica Marxista del 1995 (n°4–5, luglio-ottobre). La disillusione del Paninaro è il titolo.

Temi e argomenti: dopo la caduta del muro di Berlino. L’illusione dell’uguaglianza realizzata tramite il consumo e il fallimento delle speranze dell’89. Karaoke. La fonte dell’eterna giovinezza. L’ideologia del consumo. Cultura egemonica. Paninari. Disillusione.

“Sul capo di questa gioventù maltrattata, afflitta da un sistema scolastico ai limiti della fatiscenza e da prospettive disoccupazionali, lobotomizzata da un sistema televisivo demenzial-totalizzante, immiserita di ideali e di utopie che altri hanno provveduto a distruggere. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.”

Un invito a leggerlo? Fate Voi. Quei risultati che, oggi, un altro sociologo: Zygmunt Bauman ci fa osservare galleggianti sulla società liquida che ha teorizzato. Ma in questo scenario mi sono chiesto: non solo ai giovani è negato il futuro. Chi non tiene passato, non tiene futuro. Il rammendo è concluso. Hai sete? Quando vai a prendere l’acqua nel pozzo, ricordati di chi lo ha scavato. Infine, come una firma metto il titolo Il gatto in palcoscenico.

Il gatto non sono io, è stato un mio compagno domestico per diversi anni. L’ho colto rilassato sulle tavole del palcoscenico di un modellino di Teatro, un mio manufatto per alcuni esperimenti. Lo ha attratto senz’altro il mio odore, caparbio come era ad acciambellarsi sulle mie gambe, quelle di CAP (Codice Avviamento Palcoscenico).


*Riccardo Caporossi è un artista di palcoscenico e cioè un attore-regista-scrittore drammatico e ancora altre cose. Ironia solo apparentemente brillante, ma di fatto sgradevolissima al common sense, la sua che gli permette, come nel caso di questa “prosa di pensiero”, di esprimere magistralmente, attraverso uno stile sottile e penetrante, un rifiuto delle apparenze che tende a riscoprire la sostanza profonda del soggetto e del mondo.