Star Wars e il “lato oscuro” della Disney

Il franchise di Star Wars non è soltanto quello che ha avuto più successo, ma soprattutto quello più controllato dagli autori dell’originale

Foto: Serious Cat su Flickr (CC)

Pensavate che gli autori di Star Wars fossero i più permissivi, nei confronti dei loro fan? Sarete costretti a ricredervi. Il successo del franchise è una lunga storia di censura — dalla Lucasfilm alla Disney. Le ragioni sono diverse… a partire dal contesto economico dell’epoca. Forse, proprio perché dobbiamo a George Lucas l’inaugurazione d’un fenomeno trentennale! Se fosse uscito nel 2000, A New Hope avrebbe avuto una struttura e un destino completamente diversi e gli spettatori avrebbero avuto un ruolo attivo nello sviluppo della storia. Così — a differenza di quanto pensiate — non è stato.


Che cosa stai dicendo? C’è anche un concorso ufficiale dedicato ai film dei fan!

Se vi riferite agli Star Wars Fan Film Awards, è stato l’inizio della fine. Lucas non ha mai accettato delle “interferenze” sulla storia — molto prima del passaggio alla Disney — né gradiva le varianti proposte dai fan. Queste sono arrivate soprattutto col reboot della saga, nell’era di internet, benché fossero già apparsi nei decenni precedenti dei contenuti di terze parti distribuiti su fanzine e quant’altro. Diventati accessibili a tutti sul web, hanno iniziato a costituire un problema: pensate alla mitizzazione di Boba Fett che ha spinto gli autori a inserirlo pure in Attack of the Clones.

È un paradosso. Perché gli autori avrebbero dovuto dare quest’attenzione ai fan?

Procediamo per gradi. Lucas non apprezza le “deviazioni” dal soggetto originale… ma internet permette a chiunque di contribuire allo sviluppo del franchise e le cause per violazione del copyright sarebbero state difficili da seguire — a causa della grande popolarità di Star Wars. Allora, la produzione ha pensato di creare un sito web e di distribuire dei materiali ufficiali da sfruttare nella fan fiction e d’indire un concorso che premiasse le opere migliori a patto che queste seguissero delle ferree linee guida imposte dagli autori e monitorate da Lucas. Un’operazione geniale (e di successo).

Perché tanta prudenza? Non sarebbe bastato assecondare i contenuti più efficaci?

Sì, se parlassimo d’una saga avviata nell’ultimo decennio. Neppure i fan di Harry Potter hanno avuto maggiore fortuna! Divagazioni sul tema a parte… dovete pensare che il termine open source era pressoché sconosciuto e Lawrence Lessig non aveva ancora ideato Creative Commons. L’economia di Hollywood era basata esclusivamente sul copyright e la violazione dei diritti d’autore costituiva un reato gravissimo: l’unica fonte di guadagno degli autori era la paternità della storia. Un concetto che possiamo dichiarare defunto, oggi. Non era lo stesso nel 1977 e neppure nel 1999. I tempi sono cambiati.

E perché questo atteggiamento non è cambiato, nonostante le innovazioni del web?

I fan di Star Wars — quelli più accaniti, almeno — sono stati “addomesticati” dalla produzione che controlla tutto: i blog, le fanzine, i podcast. Le giornate dedicate alla saga. Un po’ come i chapter dei motociclisti della Harley Davidson che sono legati ai concessionari. Questo scambio non è paritario! Per gli appassionati non è un problema perché possono comunque agire con una relativa libertà e accedere a contenuti esclusivi. La loro soddisfazione è immutata, benché siano monitorati dagli autori. Non c’è motivo di preoccuparsi della propria autonomia intellettuale. Potrebbe essere un bene.

Perché imporre dei limiti alla creatività potrebbe avere degli aspetti positivi?

Facciamoci una domanda: chi possiede la storia? Gli autori, i produttori o i fan? Dal punto di vista legale non esistono dubbi. Tuttavia, la società “partecipata” del web rende molto difficile dare una risposta definitiva. Qual è il limite oltre il quale non ci si dovrebbe spingere? I franchise introducono dei mondi che il fruitore può a sua volta espandere, ma chi li ha generati non è detto che ne percepisca un vantaggio economico. Anzi, direttamente non lo può avere per definizione. Ecco perché quello di Star Wars è un caso studiato e dibattuto nelle università di tutto il mondo occidentale.


Bibliografia:

Henry Jenkis, “Cultura Convergente”, Maggioli Editore, Santarcangelo di Romagna (RN), 2014, trad. it. Vincenzo Susca e Maddalena Papacchioli, pagg. 131–175

Frank Rose, “Immersi nelle storie - Il mestiere di raccontare nell’era di internet”, Codice Edizioni, Torino, 2013, trad. it. Antonello Guerrera, pagg. 37, 39, 46, 51, 54–61, 78, 120–136, 156, 209, 213, 255