Per un’università di qualità al servizio dello sviluppo del Paese

Una prima versione di questo articolo è stata pubblicata sul blog di Guido Scorza il 21 Ottobre 2015. Intendo continuamente arricchire e modificare l’articolo in funzione dei suggerimenti e dei contributi che vorrete inviare e/o segnalare.

La stampa, molti decision-makers e in modo diffuso l’opinione pubblica periodicamente criticano l’università italiana per l’incapacità di fornire un contributo all’altezza delle aspettative e dei bisogni del Paese. Un esempio emblematico di questa posizione è rappresentata dagli interventi di Roger Abravanel che in diverse occasioni ha analizzato le università italiane, le loro posizioni nei ranking internazionali e quelle che sono, a suo giudizio, le strade da seguire per portarle al livello dei migliori atenei presenti nel panorama mondiale. Secondo Abravanel il problema del sistema italiano non sarebbe la carenza di finanziamenti, quanto la mancanza di meritocrazia, competizione e innovazione didattica.

Abravanel rappresenta solo la punta dell’iceberg di un diffuso sentimento di disistima e critica nei confronti dell’accademia italiana, accusata da più parti di provincialismo, scarsa qualità, mancanza di apertura e competizione, nepotismo.

Anche se è indubbio che per gli atenei italiani ci siano tanti margini di miglioramento, queste analisi assumono che il sistema italiano sia fortemente e cronicamente carente, e che il tema delle risorse messe a sua disposizione sia sostanzialmente irrilevante. Anzi, secondo molti aggiungere risorse ad un sistema che non funziona non fa che introdurre sprechi e peggiorarne ancor di più la situazione. Come alcuni hanno in modo piuttosto crudo hanno affermato, per guarire bisogna “affamare la bestia”.

Non c’è dubbio che un aumento delle risorse destinate al mondo delle università debba essere soggetto a moderne e trasparenti regole di assegnazione e controllo. E non c’è dubbio che introdurre questo tipo di innovazioni inevitabilmente si scontri con le resistenze di chi vuole mantenere privilegi e rendite di posizione.

Ma accanto a questo tipo di considerazioni è divenuto ineludibile e assolutamente necessario arricchire e completare un’analisi che altrimenti risulta deficitaria, semplicistica e per molti versi un po’ demagogica.


I finanziamenti pubblici e privati alle università

Uno dei punti che spesso Abravanel ricorda è quello dei finanziamenti alla ricerca che ogni ateneo riesce ad acquisire. È un punto che, tra l’altro, incide in modo molto significativo sui ranking internazionali dei quali tanto si parla sulla stampa.

A questo proposito è interessante notare una serie di fatti.

Complessivamente, come tutti i dati in modo unanime confermano, in Italia gli investimenti in ricerca, innovazione e formazione sono molto bassi rispetto al PIL. Siamo in fondo a tutte le classifiche internazionali: per averne conferma, basta spulciare le statistiche dell’OCSE.

Il tessuto imprenditoriale italiano è molto più frastragliato e frammentato di quello di paesi con i quali siamo confrontati. È alta la percentuale di piccole e piccolissime imprese che molto spesso non sono in grado di investire in R&S e in collaborazioni con centri di ricerca e universitari. Questo incide certamente sugli investimenti privati in R&S (BERD) che in percentuale sul PIL valgono circa la metà della media europea (nel 2013, 0,68% contro lo 1,31% di EU15).

Fonte: Thomas Manfredi (@ThManfredi) su dati OCSE.

In Italia, la spesa per le università è inferiore a quella delle università di riferimento nel resto del mondo se rapportata al numero di studenti e al numero di docenti. Per esempio, se consideriamo il Politecnico di Milano e il MIT, al quale l’ateneo milanese viene spesso accostato, le differenze sono eclatanti:

  • Il Politecnico ha circa 40.000 studenti e 1.500 professori, con un budget complessivo inferiore ai 500 Mil€.
  • Il MIT ha circa 11.000 studenti e poco più di mille professori, con un budget di circa 3 Miliardi di $.

Peraltro, se esaminiamo i finanziamenti per la ricerca, ci accorgiamo che il Politecnico percentualmente ha una quota di finanziamenti privati (15%) maggiore rispetto al MIT (meno del 7%), come ha ben evidenziato il collega Giuseppe Iannaccone sul suo blog. Condizioni simili possono essere osservate in molte realtà di eccellenza a livello internazionale con le quali siamo chiamati quotidiamente a confrontarci.

In generale, persino le migliori università italiane sono sottofinanziate anche se riescono a procurarsi una quota significativa di risorse private. Al contrario, la stragrande quota dei finanziamenti alla ricerca nelle università di punta anglossassoni deriva da risorse pubbliche.

La produttività scientifica

Un aspetto essenziale citato da Abravanel è la produttività scientifica. A questo proposito, uno studio commissionato dal governo britannico ha confrontato la produttività di diversi paesi dal punto di vista delle pubblicazioni prodotte in rapporto agli investimenti in R&S. Il diagramma riassuntivo, costruito sulla base dei dati Scopus e OCSE, segnala che la produttività della ricerca italiana è tra le più alte (in particolare, è superiore a quelle di USA, Germania, Francia e Cina). Il problema, quindi, è la qualità e produttività dei ricercatori o il valore assoluto degli investimenti?


La didattica

Un altro parametro che gioca un ruolo decisivo nei ranking internazionali è il rapporto studenti docenti e, in generale, la qualità dei servizi di supporto alla didattica. Se torniamo al confronto Politecnico-MIT proposto in precedenza, i numeri parlano da soli. E si può forse ignorare che i servizi di supporto dipendono largamente dalle risorse economiche messe a disposizione? Pensiamo veramente che un ateneo come il Politecnico non fornisca servizi comparabili a quelli di MIT o Stanford perché spreca le risorse che in realtà avrebbe?


Il posizionamento del sistema italiano

Nonostante le singole università italiane non compaiano ai primi posti dei diversi ranking, se guardiamo il posizionamento del sistema italiano nel suo complesso (cioè quante università sono elencate nelle posizioni alte della classifica) si hanno delle notevoli sorprese (ricordiamoci che nel mondo esistono oltre 20.000 atenei).

  • L’ennesimo ranking (a cura di US News & World Report e citato in un articolo del World Economic Forum) considera le prime 750 università al mondo: in tale ranking il sistema italiano è quinto dietro a USA, Cina, Regno Unito e Germania.
  • Un collega del Politecnico ha scaricato i dati dal sito di Times Higher Education (organizzazione che compila un altro importante ranking) e ha costruito la seguente tabella di sintesi:

Lungi da me voler trarre affrettati ed inopportuni motivi di sollievo. Non è tuttavia possibile non notare che il sistema nel suo complesso “regge” ed è caratterizzato da tanti atenei che “non fanno male”, anche se non riescono ad eccellere e accedere alle posizioni alte delle classifiche. E tutto ciò in un confronto con sistemi che nel loro complesso sono più finanziati e sostenuti del nostro.


Le politiche per la ricerca

In molti paesi, in prima approssimazione si distingue tra finanziamento di base, orientato soprattutto (ma non solo) alla didattica, e finanziamento alle attività ricerca, legato ai progetti veri e propri.

  • Il primo (da noi è sostanzialmente il Fondo di Finanziamento Ordinario o FFO) si somma a quanto pagano gli studenti attraverso le rette.
  • Il secondo, che come abbiamo visto è anche in questo caso largamente di natura pubblica, di solito proviene da enti come agenzie (per esempio, in USA il Departimento della Difesa) e fondazioni (sempre in USA, la National Science Foundation). Per fare altri esempi, in Svizzera gli attori sono il cantone, la confederazione e l’agenzia federale; il Germania lo stato federale e i länder. Tipicamente questi finanziamenti alla ricerca vengono erogati attraverso valutazioni competitive come nel caso dei progetti europei.

In Italia negli anni scorsi si è ridotto il finanziamento di base (che ha portato alla riduzione degli organici) e si è quasi azzerato il finanziamento alla ricerca (salvo iniziative sporadiche ed estemporanee o per le cosiddette aree depresse). Ci sono i finanziamenti europei, ma va osservato che in altri paesi (certamente UK e Germania, per citare i più grandi) i finanziamenti nazionali alla ricerca si affiancano in modo strutturale e non estemporaneo a quelli europei, permettendo così la creazione di realtà solide e qualificate, che poi competono meglio anche a livello europeo.

È importante sottolineare l’importanza del canale separato per il finanziamento della ricerca, perché, ferma restando la possibilità per gli atenei di finanziare la ricerca in proprio, se ben gestito permette di puntare alla qualità attraverso valutazioni competitive (e uso questi termini e non il termine “merito” perché quest’ultimo fa pensare a premi a posteriori e non all’incentivazione e selezione “a monte”).

In generale, non si chiedono fondi a piaggia o denaro da spendere in modo arbitrario, ma un programma di finanziamenti che nei metodi, nella continuità, nei contenuti e nelle risorse sia paragonabile a quelli degli altri paesi con i quali siamo chiamati a confrontarci.

Qualche considerazione di sintesi

Stiamo continuando con una politica dei tagli e “dell’affamare la bestia senza se senza ma”. Stiamo mortificando la professionalità del personale universitario che è stanco di essere considerato solo un insieme di baroni corrotti e nullafacenti. E tutto ciò accade sulla base di valutazioni superficiali e spesso distorte e fuorvianti.

In questo modo la “bestia” non guarisce, muore.

È questo ciò che serve al nostro Paese? È così che si promuove lo sviluppo culturale e sociale delle nostre comunità? È così che saniamo le situazioni di malaffare e monopolio? È così che si offrono opportunità serie ai nostri giovani e si riconoscono i tanti cervelli che grazie a Dio lavorano nel nostro paese e che hanno deciso di non andare in fuga?


A ciascuno le proprie responsabilità

L’università italiana e i tantissimi docenti e ricercatori di valore che in essa operano vogliono contribuire con competenza, passione e generosità allo sviluppo della cultura, della scienza e, in ultima analisi, del benessere economico e sociale del nostro Paese. E non hanno paura né di sacrifici né di rendere conto del loro operato. Siamo noi per primi a chiedere analisi rigorose e valutazioni che non facciano sconti ad alcuno.

Vi è tuttavia un bisogno ineludibile di una classe dirigente consapevole e convinta che le università sono uno degli snodi essenziali per costruire, sul serio e non a chiacchiere, un futuro migliore per noi e per le prossime generazioni.
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