Dai Trattati di Roma alla Dichiarazione di Roma. Passaggio alla “doppia velocità”

Sono passati 60 anni da quando l’Europa ha mosso i primi passi: cosa è stata e cosa dovrebbe essere nel futuro per continuare a sopravvivere

Roma, sabato 25 marzo: i capi di stato dei 27 Paesi membri riuniti nella sala degli Orazi e Curiazi.

I Trattati di Roma, di cui lo scorso sabato 25 marzo si è celebrato il sessantesimo anniversario, sono due tra i documenti più importanti che rappresentano il momento costitutivo della Comunità Europea, ovvero l’organizzazione di Stati europei che rappresentava il “primo pilastro” di quella che poi sarebbe stata rinominata Unione Europea (1992, Trattato di Maastricht). Furono firmati a Roma dai delegati di sei paesi europei: Italia, Francia, Germania Ovest, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo. Nello specifico, i trattati sono due, e con essi si sono istituiti rispettivamente la Comunità Economica Europea (CEE, rinominata in seguita solo Comunità Europea) e la Comunità Europea dell’Energia Atomica.

Il primo trattato aveva finalità prettamente economico, mentre il secondo si prefiggeva di coordinare i programmi di ricerca degli stati membri sull’energia nucleare e assicurare che venisse usata per scopi pacifici. Quello con argomento economico ha subito nel corso del tempo diverse modifiche, mentre quello relativo all’energia atomica ha mantenuto lo stesso testo.

25 marzo 1957: una foto di repertorio della firma dei Trattati di Roma.

Nello specifico.
Il più importante è diventato nel tempo il primo, quello di materia economica: con esso gli Stati firmatari si posero l’obiettivo di promuovere una crescita economica stabile e duratura, attraverso l’istituzione di un mercato comune e l’armonizzazione delle leggi economiche statali. In particolare il trattato prevedeva: l’eliminazione dei dazi doganali, l’istituzione di una tariffa doganale esterna comune, l’introduzione di politiche comuni nel settore dell’agricoltura e dei trasporti, la creazione di un fondo sociale europeo, l’istituzione di una Banca Centrale europea e infine lo sviluppo e la cooperazione tra gli Stati membri. Proprio quest’ultimo punto molto probabilmente rappresenta quello fondamentale, quello su cui si basa l’istituzione non solo dell’ Unione Europea, ma di una qualsiasi comunità di Stati. Fondamentale, ma soprattutto emblematico alla luce dell’ultimo grande tema a carattere europeo: quello di un’Europa a più velocità; un tema non nuovo, già protagonista di dibattiti in passato (probabilmente non con la stessa veemenza di adesso), ma che è tornato prepotentemente in voga.

Doppia velocità.
Più che di “Europa a doppia velocità”, sarebbe più appropriato parlare di “Europa a cerchi concentrici” o di “Europa a geometria variabile”. Il concetto chiave di questo tipo di sistema si basa sul fatto che più sono i membri all’interno dell’ UE, più difficile diventa raggiungere un consenso nelle diverse questioni, e allo stesso tempo è meno probabile che tutti quanti vogliano muoversi alla stessa velocità nei diversi campi tematici. Le due velocità quindi stanno ad indicare i diversi livelli di integrazione o di partecipazione degli Stati membri dell’Unione alle diverse politiche europee, a seconda delle questioni in gioco. Si tratta dunque di un tipo di strategia comunitaria attua ad aumentare la cooperazione tra gli Stati, seppur limitandola, per alcune questioni, a cerchie ristretti di Paesi.

Paolo Gentiloni durante il discorso per la celebrazione dei Trattati di Roma.

Questa soluzione è quella che, con la Dichiarazione di Roma del 25 marzo scorso, tutti i Paesi membri hanno firmato e appoggiato: “Agiremo congiuntamente, a ritmi e con intensità diversi se necessario, ma sempre procedendo nella stessa direzione, come abbiamo fatto in passato in linea con i trattati e lasciando la porta aperta a coloro che desiderano associarsi successivamente. La nostra Unione è indivisa e indivisibile”.

Un’Europa nuova, diversa. Non cancellata. E’ questo il sentimento comune che viene a galla dopo la celebrazione dei 60 anni dei Trattati di Roma: furono un appuntamento importante all’epoca per dare vita al sentimento di collettività, lo sono stati tutt’ora per ribadire che insieme si può essere protagonisti nel mondo. I populismi, almeno per una giornata, non hanno guadagnato le prime pagine dei giornali.

Marco De Vincenzi

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