Operazione Scudo dell’Eufrate: il rilancio di Erdoğan

La battaglia di al-Bab, obiettivo iniziale dell’intervento militare in Siria, è alle battute finali. Ma la conquista della cittadina siriana potrebbe aprire un nuovo capitolo di scontri

Militari del Free Syrian Army (Esercito Libero Siriano) ad al-Bab. Foto: Reuters

Questione di giorni, se non di ore. Dopo essere stata campo di battaglia per mesi (impietose le fotografie che arrivano dalla zona), la città siriana di al-Bab è ora accerchiata praticamente su tutti i lati.

Prima la conquista della strategica collina Aqil che sormonta la città, poi la battaglia metro per metro, incrocio dopo incrocio. Con il supporto dei raid aerei della coalizione guidata dagli Stati Uniti, le milizie turche e l’opposizione siriana facente riferimento al Free Syrian Army (FSA, Esercito Libero Siriano) liberano strada dopo strada della cittadina nel Nord della Siria, dal novembre 2013 sotto il controllo dello Stato Islamico. Prima del conflitto vi vivevano circa 60.000 civili, oggi in larga parte evacuati o fuggiti da una città quasi distrutta.

Perché Erdoğan aveva cerchiato in rosso questa città, al momento del lancio dell’intervento militare nell’agosto scorso? Come si evince bene dalla cartina, la mezzaluna controllata dall’alleanza Turchia-FSA è essenziale per non far ricongiungere le posizioni della coalizione guidata dalle forze curde siriane (Syrian Democratic Forces, SDF), le cui aspirazioni di indipendenza sono fortemente osteggiate dal Presidente turco (ne abbiamo parlato nel 1° numero della nostra rivista). Un’ulteriore legittimazione dei “cugini” siriani potrebbe risvegliare lo stesso sentimento tra i curdi di Turchia, rinvigorendo il PKK (Partito Curdo dei Lavoratori) e una lotta armata che ha provocato una scia di morte (da ambo le parti) a partire dagli anni ’70.

Il controllo territoriale della Siria a fine gennaio 2017.

— Oltre al-Bab: un doppio fronte

La conquista di al-Bab — per quanto possa causare altre vittime, la resistenza targata ISIS sembra davvero segnata — potrebbe sembrare sufficiente, alla luce di quanto detto, per la tutela degli interessi territoriali turchi.

L’area “libera” già sotto il controllo congiunto di Turchia e FSA ha consentito, peraltro, l’inizio del ritorno a casa di una certa parte dei rifugiati che avevano affollato il confinante distretto turco di Gaziantep nelle fasi più acute della guerra civile siriana.

L’arresto delle operazioni a questo stadio ovviamente non basterebbe a sconfiggere l’ISIS, che da parte propria ha bersagliato la Turchia (così come la Francia) con una lunga scia di sanguinosi attentati.

Il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. L’incrocio tra guerra civile siriana, lotta all’ISIS e questione curda è decisivo in questo momento della sua Presidenza.

E allora non ci stupiscono così tanto le recenti dichiarazioni di Erdoğan, in cui manifesta la volontà di creare una zona “sicura” libera dal controllo dello Stato Islamico di circa 5000 km², oltre che mettere nel mirino le regioni di Manbij e al-Raqqah (capitale dello Stato Islamico).

Ora, su queste parole è necessario riflettere. Nel lessico comune utilizzato dal Presidente turco, la parola “terroristi” identifica sì lo Stato Islamico, ma anche i curdi (sui generis, che siano legati al PKK turco o alle SDF). Infatti, Manbij è il capoluogo della regione dello Shahba, parte della Federazione del Rojava (sostanzialmente autonoma da circa un anno) che raggruppa tutti i distretti del Nord della Siria e controllata proprio dalle suddette SDF a prevalenza curda.

E la stessa regione di cui Manbij è la città di riferimento si trova a Ovest dell’Eufrate, con la conseguenza di essere in pratica “isolata” dal resto del territorio controllato dalle SDF. È evidente che questo la rende un bersaglio facilmente attaccabile, senza considerare la sua posizione geografica: la distanza in linea d’aria tra Manjib e al-Bab è di soli 45 kilometri circa.

— Guardando nel profondo. Gli scenari per Manbij e al-Raqqah

Donald Trump, 45° Presidente degli Stati Uniti d’America, in carica dal 20 gennaio 2017. Già da ora è richiesto il suo intervento sulla questione siriana.

Un attacco per liberare la riva occidentale dell’Eufrate dalle presenze “sgradite” a Erdoğan — senza menzionare le schermaglie che sono già avvenute nelle settimane scorse, a conferma delle intenzioni del Presidente turco—porrebbe seri problemi anche dal punto di vista diplomatico, visto che la conquista di Manbij era avvenuta con un notevole supporto da parte degli Stati Uniti (che tutt’ora restano il più forte sostenitore della coalizione curdo-siriana). Resta da capire quale sarà la posizione del nuovo Presidente Donald Trump in merito, anche in virtù dell’intesa sviluppatasi tra Turchia e Russia dopo il fallito colpo di stato di luglio 2016.

Diversa è la situazione per al-Raqqah, capitale dello Stato Islamico. In questo caso, Erdoğan e SDF si troverebbero ad affrontare un nemico comune, seppur a distanza. Infatti, l’operazione Ira dell’Eufrate da parte delle forze curde (sempre con il supporto statunitense) è già nella sua fase decisiva e punta con forza alla capitale, ultima roccaforte di una certa dimensione interamente detenuta dal Califfato.

L’eventuale contributo turco—da al-Bab fino alla riva occidentale dell’Eufrate, per poi arrivare a al-Raqqah — potrebbe essere decisivo per ridimensionare nettamente il territorio controllato dall’ISIS, con la coalizione curda a completare l’accerchiamento prendendo di mira direttamente al-Raqqah. Quasi una manovra attuata di concerto tra alleati, se i protagonisti in causa non si chiamassero esercito turco e SDF…ironia della sorte, anche l’esercito siriano leale a Bashar al-Assad sta sottraendo villaggi e città all’ISIS giorno dopo giorno, avvicinandosi alla martoriata Palmira (Sud della Siria) come mai negli ultimi mesi.

Il Presidente Siriano Bashar al-Assad. Circa il 60% della popolazione del paese risiede nei territori sotto il controllo del suo Governo e dell’Esercito Siriano (SAA — Syrian Arab Army)

E in tal senso è necessario argomentare anche la posizione dell’attuale Presidente siriano Assad. Alla luce del supporto turco all’Opposizione siriana, e considerati i cattivi rapporti con Erdoğan, come verrebbe interpretato un intervento turco che si insinui in profondità nel paese? Un conto è l‘operazione Scudo dell’Eufrate, riguardante una minaccia fondamentalista che si era spinta fin quasi al confine turco: in questo caso la presenza di truppe turche in una fascia molto contenuta della Siria poteva essere giustificata con finalità di difesa. Un’offensiva verso ar-Raqqah richiederebbe uno schieramento di forze più imponente: con la poca fiducia tra i due Presidenti il rischio escalation sarebbe dietro l’angolo.

Comprenderemo meglio i piani di Erdoğan solo dopo che al-Bab sarà definitivamente conquistata. I dubbi vertono soprattutto sulle priorità turche: verrà messo in primo piano l’obiettivo di sconfiggere il nemico comune di tutti (l’ISIS), oppure il Presidente turco vorrà cementare la sua area di influenza al di fuori del proprio paese? La sensazione è che le chiavi degli sviluppi futuri passino attraverso un complesso intreccio diplomatico e politico, necessario per evitare inutili spargimenti di sangue. Il 23 febbraio a Ginevra riprenderanno le trattative di pace tra i vari schieramenti della guerra civile siriana: potrebbe essere un’occasione valida per discutere delle possibili implicazioni delle mosse di Erdoğan, garante dei suddetti colloqui insieme a Putin.

Giacomo Corongiu

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