PD, tra scissioni e coalizioni future

Il Partito Democratico sembra vivere il suo momento più buio. Eppure, analizzando la scissione, questo potrebbe essere solo un assestamento prima del successo più importante

L’idea che le persone si sono fatte riguardo il centrosinistra italiano dalle sole notizie che arrivano è che il Partito Democratico stia vivendo uno dei momenti più bui della sua storia. Eppure, se si guarda lo scenario politico nel suo insieme ci si accorge che potrebbe essere il contrario, ovvero il momento più radioso. Certo, un’affermazione del genere sembrerà una follia a molti, per questo motivo bisogna andare con ordine e mettere insieme tutti i tasselli di questo complicato e articolato mosaico partendo dai motivi che fecero nascere il Partito Democratico.

Matteo Renzi in bicicletta quando era ancora “solo” il sindaco di Firenze

La nascita

Il Partito Democratico nasce in un periodo storico molto particolare per la sinistra e per la politica italiana: era il 2007 e le elezioni politiche erano alle porte. Prodi aveva dimostrato che una sinistra unita poteva battere l’avversario di sempre ovvero Silvio Berlusconi. Il Governo Prodi II aveva però mostrato la fragilità di una coalizione che racchiudesse tutta la sinistra italiana, dal centro fino agli estremi. Così, mentre i consensi di Berlusconi crescevano, fu chiaro a tutti la necessità di unirsi sotto un’unica bandiera. Se il centrodestra aveva un leader forte (Berlusconi) allora il centrosinistra avrebbe avuto un partito forte. Nacque così, sotto la guida veltroniana, il Partito Democratico che fu subito inserito nelle fragili dinamiche del Governo Prodi II.

Walter Veltroni a Trento in piazza Cesare Battisti col Partito Democratico nel 2008

La vita

Caduto il Governo Prodi II il partito si trovò (dopo le prime primarie in terra italiana vinte da Veltroni) ad affrontare Silvio Berlusconi nelle elezioni politiche del 2008. Diversi politologi e giornalisti sostengono che Veltroni fosse consapevole che vincere avrebbe voluto dire allargare quelle crepe e quelle spaccature di un partito unitosi molto in fretta e con molte idee discordanti. Però Veltroni sapeva che anche perdere con troppo margine sarebbe stato fatale a quella sua creatura. Quel partito aveva bisogno di vedere la possibilità di vincere in futuro e, allo stesso tempo, di unirsi contro un antagonista comune, solo così avrebbe trovato l’unità e la forza necessaria a vincere delle elezioni in futuro. Veltroni riuscì nell'impresa perdendo con meno del 5% di distacco (se si guardano solo i voti presi da Pd e da Fi). A consolidare ancora di più il partito fu il vedere che quella percentuale di voti era data dalla somma dei voti dei partiti fondatori ma frutto, anche e soprattutto, di voti arrivanti da vecchi astensionisti e da partiti minori della sinistra (come Sinistra Arcobaleno o Sinistra Critica). Da qui in poi si susseguirono anni di opposizione ai governi passando dalla guida di Veltroni a quella di Franceschini fino ad arrivare a Bersani e alla prima vera occasione di governare: le politiche del 2013.

Manifesto elettorale di Pierluigi Bersani per le elezioni del 2013

La morte e la resurrezione

Con le politiche del 2013 il Pd, sotto la segreteria di Bersani, vede la seria possibilità di arrivare al governo. La storia è cronaca recente con i problemi di ingovernabilità, le grandi intese di Letta, il Governo Renzi (governo del Pd ma comunque azzoppato da una maggioranza risicata e allargata) e un governo Gentiloni solo di transizione. Così si arriva ai giorni nostri e alla tanto discussa e aberrante scissione con correnti e filosofie che stanno dando vita a vari partitini. Ma veramente il Pd sta mandando all’aria tutto quello che aveva fatto? La calma serafica di Renzi, che non annuncia nemmeno le sue dimissioni dalla segreteria (lo ha dato Orfini l’annuncio pubblico) e che non si presenta al Direttivo, ha fatto però alzare le antenne a molti. Il suo atteggiamento, riservato e impassibile, non nasconde panico, rassegnazione, paura, amarezza o qualunque altro sentimento dovrebbe provare un politico in una fase come questa, sembra invece provare più la calma serafica dello scacchista, quella strana convinzione che ha chi subisce solo perché aspetta di scoccare la mossa vincente. Una possibile, e quanto mai probabile analisi, risiede nella logica della politica e nella storia propria del partito stesso. Il Partito Democratico nasce per contrastare un leader forte, un leader sicuro di sé e quasi imbattibile. Bisognava farsi vedere uniti, creare un fronte comune e combattere contro quell'antagonista forte, che era Silvio Berlusconi, mettendo da parte le vicissitudini interne a qualunque costo. Ora, però, il leader forte ce l’ha la sinistra mentre la frammentazione vera, l’assenza di idee e di una guida forte sono proprie della destra. In questo scenario politico avere un partito unito sotto una sola effìgie potrebbe addirittura costare dei voti. Chi infatti fosse di sinistra ma non la pensasse come Renzi non si recherebbe al voto per la mancanza di una possibile scelta. Una frammentazione in partitini che si unissero poi in un’unica coalizione sotto un leader forte sarebbe invece una corazzata invincibile. E, ascoltando i vari comizi, la scissione sembra chiara, ma anche la riappacificazione è già più che evidente e già nell'aria.

Matteo Renzi durante un comizio alla Festa dell’Unità di Bosco Albergati il 20 settembre 2013

E Michele Emiliano allora?

Emiliano non è sicuramente uno sprovveduto, uno sciocco o una persona avventata. Difficile credere che uno così possa pensare di sconfiggere Renzi. Ovvio, in politica tutto è possibile, ma è più logico pensare alla necessità di legittimare il futuro leader della coalizione contro un avversario forte, un avversario vero. Ovviamente questa è solo un’ipotesi, ma una ipotesi che si fonda su basi solide. Si provi a fare un passo avanti e a catapultarsi mentalmente al fine di queste scissioni. Se ci si attiene alla sola attualità lo scenario sarebbe quello di un centrosinistra spaccato, un Renzi debole e che non riesce più a tenere insieme i filacci del suo partito il tutto con delle elezioni politiche alle porte. Adesso si provi ad immaginare un Renzi rinvigorito dalla vittoria alla corsa alla segreteria e un Emiliano sconfitto ma che, presa consapevolezza di quanti lo voterebbero, confluisse nel partito di Pisapia (Campo Progressista che vedrà la luce l’11 marzo e che ora è quasi a termine di gravidanza) o di un qualunque altro partito in orbita sinistroide. I due, seppellite le relative asce di guerra, si potrebbero trovare nella stessa coalizione raccogliendo quindi i voti dei pro Renzi e degli altri. Se si considera anche che il nascituro Campo Progressista ha già annunciato una possibile alleanza con le forze del centrosinistra con il ruolo di “vigilante”, il tutto prende una definizione migliore e anche il ruolo di Emiliano diventa evidente, visto che è quello che già sta cercando di fare con questa candidatura. Arrivati a questo punto del ragionamento tutte le pedine sarebbero state schierate e pronte a muoversi in vista di uno scacco matto alle prossime elezioni. E chissà che dopo 10 anni di vita il Partito Democratico non riuscisse veramente ad arrivare a quello per cui era stato concepito: far rinascere la sinistra italiana e portarla al governo.

(Per approfondire la questione scissioni leggi anche PD, la giornata più lunga: chi va e chi resta)

Michele Emiliano durante la Direzione del Pd di febbraio 2017

Dario Jovane

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