Reddito di cittadinanza: di cosa si tratta?

Sarà uno dei temi più caldi della prossima campagna elettorale. Dopo averne parlato di lavoro nel numero di marzo, andiamo a scoprire che cosa significa e dove è attualmente applicato.

Philippe Van Parijs, dopo aver studiato per oltre trent’anni il rapporto tra economia e giustizia sociale, nel 2006 ha teorizzato in modo ampio il reddito di cittadinanza nel libro Redesigning distribution: basic income and stakeholder grants as alternative cornerstones for a more egalitarian capitalism.

Il concetto di reddito di cittadinanza è stato teorizzato, seppur in maniera primitiva, già nel 1795 da Thomas Paine: non inganni la sua “resurrezione” mediatica solo recente! In tempi moderni è per lo più legato al nome di Philippe Van Parijs, economista e filosofo belga, che nei suoi scritti ne ha teorizzato la sostenibilità per i modelli economici attuali. Si tratta di un reddito erogato da una comunità politica ai suoi cittadini in quanto tali, senza contropartite o restrizioni. Lo status nel mondo del lavoro (occupato, disoccupato, etc.) o il reddito non influiscono: se l’individuo è in possesso della cittadinanza, requisito unico e fondamentale, allora acquista il diritto a percepire questa somma a cadenze prestabilite (base mensile generalmente).

È il grande tema del prossimo futuro, soprattutto se si guarda alle elezioni nei principali 3 paesi dell’Unione Europea (in ordine cronologico: Francia in aprile, Germania in settembre e Italia entro febbraio 2018). Vale la pena di investire dai 300 ai 350 miliardi di euro di spesa pubblica (nel caso italiano) per consentire a tutti i cittadini di percepire circa 800 euro al mese, valore di riferimento per la soglia di povertà? È opportuno mettere a rischio la stabilità dei conti pubblici per un provvedimento simile? Vale la pena di creare un enorme deterrente all’ingresso nel mondo del lavoro per una cospicua parte della popolazione?

Sono evidentemente domande difficili, che andrebbero interpretate alla luce della svolta “robotica” del mondo del lavoro: è ormai chiaro che, nel giro di pochi anni, la meccanizzazione di molte attività produttive lascerà in eredità un numero impressionante di disoccupati. Il reddito di cittadinanza può da un lato essere percepito come una “diga” che impedisca alla società di andare alla deriva; dall’altro, senza un piano a lungo termine per la modernizzazione sia del sistema scolastico, sia del mercato del lavoro, potrebbe finire per essere un semplice “regalo” a spese dei contribuenti.

— Dalla teoria alla pratica: i primi tentativi

Sono comunque in aumento le formazioni politiche che credono nella necessità di sostenere questo provvedimento. In Finlandia è partito dal 1° gennaio una sperimentazione su 2000 individui, con durata prevista di due anni. D’altro canto, non è andata altrettanto bene in Svizzera: la proposta di istituire il reddito di cittadinanza è stata bocciata dal 76,9% dei cittadini in un referendum nel giugno 2016. L’unico paese al mondo dove è compiutamente in vigore è l’Alaska (USA), seppur ancorato a condizioni economiche generali come i ricavi dalle attività petrolifere e limitato per entità.

— Vero o falso? Alcuni falsi miti sul reddito di cittadinanza

  • Reddito di cittadinanza non significa reddito minimo. Il reddito di cittadinanza è universale e senza condizioni, mentre il reddito minimo è uno strumento per evitare ai redditi più penalizzati di scendere sotto la soglia di povertà;
  • Il reddito di cittadinanza non esiste in Italia. Esiste piuttosto il reddito di inclusione: si rivolge a coloro che non superano la soglia di povertà, a patto che dimostrino di impegnarsi in un efficace percorso di inserimento sociale e lavorativo. Ulteriori clausole sono previste dal contratto sottoscritto con il Comune di residenza.
  • Non è proprietà privata di qualche partito politico. È un concetto che è stato esplorato da schieramenti politici molto diversi tra di loro: dal centro-destra in Finlandia, alla sinistra riformista di Benoît Hamon in Francia, al Movimento 5 Stelle in Italia.
Al momento fare previsioni sulla entrata in vigore di provvedimenti simili in Italia è pura fantapolitica. Sta di fatto che un numero crescente di formazioni politiche ha iniziato a studiare il tema, pur non approfondendo il legame che appare evidente con la robotizzazione del mondo del lavoro. Una cosa è certa: nei prossimi dieci anni, con le attese riforme strutturali per un mercato del lavoro 2.0, sarà un tema perennemente all’ordine del giorno.

Giacomo Corongiu

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