Eclissi

Vibra il cellulare.
Guardo lo schermo, un allarme mi avvisa dell’imminente eclissi di luna.

Alzo lo sguardo al cielo. La falce si sta restringendo tanto da scomparire in questo istante, sino lasciare nella volta buia un tenue disco rosso. È la prima volta che mi capita di assister ad uno spettacolo del genere ed un po’ mi mette paura. La terra trema.
Questa non me l’aspettavo.
Un lieve terremoto, niente di preoccupante, ma in concomitanza all’evento celeste ha un che di lovecraftiano. Mi allontano rapidamente dal muro di pietra a cui ero accostato, procedendo nella direzione in cui stavo andando, mantenendomi a distanza anche dal muro parallelo. Ho la gola secca. Andando dove poi?
Non ne ho la minima idea. Mi guarderei attorno ma è tutto buio.

Apro gli occhi. Stavo sognando. Salvo la parte in cui avevo la gola secca. L’avrei definito incubo ma la situazione attuale non mi sembra migliore.
La testa mi sta esplodendo, sono disidratato. E le mani legate dietro la schiena. Già. In posizione fetale sul lato, il braccio destro schiacciato dal mio peso, non lo sento più. Fa un caldo infernale. Provo ad alzarmi ma sbatto contro una lamiera incandescente. La mia formazione in telefilm americani mi conferma che sono chiuso nel baule di un’automobile. Non credevo succedesse anche nella realtà. Cazzo.

Respiro.
Urlo diverse volte, ma dopo qualche minuto mi rendo conto dell’inutilità.
Respiro.

Sono zeppo di sudore, fisicamente a pezzi per il caldo e la disidratazione. Mi viene da vomitare.

Respiro.

Raccolgo tutte le forze, sposto il peso sulla schiena e colpisco il fondo, nella zona dove suppongo ci sia una serratura.
Nulla. Bestemmio.

Colpisco di nuovo. Di nuovo.
Di nuovo.
Al quarto colpo cede di scatto. Un onda di luce e ossigeno mi investe, stilettandomi le pupille fin dietro il cervello. Lancinante, ma niente in confronto al polpaccio destro che viene perforato da un ferro rovente. Urlo e bestemmio. Alzo il capo per una boccata di ossigeno pensando all’ultimo richiamo di antitetanica che ho fatto. Questo scatena un effetto domino di domande senza risposta, che dal banale “come sono arrivato qui” passando per “qual’è l’ultima cosa che ricordo” non trova soluzione nemmeno al fatidico “chi sono”.

Scendo dal baule mantenendo a fatica l’equilibrio a causa della debolezza dei muscoli. Quanto tempo sono rimasto là dentro? Spero che questo vuoto di memoria sia imputabile ad un colpo di caldo, mentre cerco un pezzo di lamiera su cui strofinare il laccio con cui sono legate le mie mani. Ci provo con il baule bordeaux che ho appena aperto. Alla tv la fanno sembrare più semplice.

Lavorando a tentoni di spalle, mi guardo attorno e cerco di raccogliere gli elementi per farmi un quadro.
Sono in un parcheggio di terra battuta. È evidentemente estate. Il parcheggio è recintato da una bassa staccionata di legno, il perimetro è un rettangolo irregolare in discesa con un’aiuola al centro di piante grasse. Verso il basso, termina a strapiombo sul mare, ad almeno cento metri di sotto. Alla mia destra l’entrata è delineata da una stanga -ora aperta- ed un cabinotto vuoto. Una strada asfaltata continua serpeggiando verso l’alto e dietro l’altura su cui mi trovo. Vista la posizione del sole, suppongo che sia tardo pomeriggio, e che il mare sia a sud.
Libero. La fascetta di plastica che mi bloccava i polsi è saltata, lasciando che il sangue torni a popolare le mie dita.

Mi controllo la gamba. Sanguina poco, il foro è profondo ma non fa molto male. Non mi viene in mente niente, di conseguenza stimo di avere alcuna formazione medica.
Penso sia il caso di controllare l’auto. È una Panda rosso scuro, corrosa dalla ruggine sul fondo. Il sedile posteriore è ricoperto di immondizia. Cazzo. Il conducente è ancora al suo posto.
È impossibile non si sia accorto di nulla. Faccio un passo indietro e mi muovo lentamente di lato.

Un ciccione in camicia bianca fissa con sguardo spento davanti a se. Non respira. Non vedo sangue o altro, che sia morto di attacco di cuore? Testa di cazzo, così impari a chiudere nel baule un povero cristo.
Le chiavi sono nel quadro, ma che me ne faccio del ciccione? Non posso certo lasciarlo qui in mezzo al nulla e andarmene in giro guidando la panda di un pregiudicato morto.
È il caso me ne vada da qui.

Mi guardo attorno. Che senso ha un parcheggio in mezzo al nulla? La gente che ha lasciato qui la macchina, dove andava? Percorrendo il perimetro trovo un sentiero sul lato meridionale che scende verso il mare. Probabilmente ci sarà una spiaggia, ottimo, una rinfrescata è cio’ di cui ho bisogno.

Comincio a ricordare. Ero in navigazione verso Diego Garcia assieme a due persone che conosco. O conoscevo. Ricordo i loro nomi e le loro facce, ma nulla di più. Ylenia e Benny.

Respiro.

La testa pulsa.

Mi sforzo di andare al ricordo più remoto a mia disposizione.
Ricordo di esser stato sorpreso nel sonno, di aver provato a lottare, ma erano in troppi. Sono stato incappucciato prima di capire cosa mi stesse succedendo. Ricordo le urla. Ricordo il suono di scarponi che colpiscono e di civili che incassano. Ricordo il sapore del sangue in bocca prima di perdere i sensi.