Ma il rugby è uno sport fascista?

Mario Bocchio
Aug 24, 2016 · 7 min read

di Mario Bocchio

Rugby e fascismo . “Sport da combattimento”, cartolina con frase di Achille Starace

Il rugby è di destra o di sinistra? No, è semplicemente uno sport. Ma la storia è una spada di Damocle che ogni tanto ritorna.

Sport minore, sport di provincia, relegato ai margini dello sport italiano. Questa è stata la storia della palla ovale per decenni, fino alla fine degli anni ’90, se non addirittura nel nuovo secolo. Uno degli ostacoli più grandi che la palla ovale ha dovuto superare negli ultimi decenni è stato quello dell’etichetta che le era stata appiccicata addosso di essere uno sport “fascista”. Violento, maschio, da duri. Non sono questi i soli motivi per i quali il rugby è stato osteggiato per decenni in Italia. Ma da dove nasce l’abbinamento fascismo-palla ovale? E, soprattutto, perché la politica deve entrare anche nello sport, quando sui campi di tutta Italia si sono affrontati, e hanno giocato assieme, compagni e camerati, atei e preti?

Biglietto d’ingresso per match di rugby durante il Ventennio

Durante il ventennio fascista il rugby italiano vide un’importante periodo di crescita, con la nascita della Federazione nel 1928 e i primi incontri internazionali e i primi successi azzurri. Eppure il rugby venne inizialmente osteggiato dal regime. Troppo anglosassone per essere accettato dall’ideologia fascista, il rugby trovò piano piano il suo spazio, proprio grazie a quei pregi che ancora oggi ne fanno uno sport adatto ai più giovani. Improntato sul più vero gioco di squadra, sul cameratismo, ottimo per la crescita fisica dei ragazzi e capace di insegnare i valori del combattimento e della lealtà. Insomma, messa da parte la remora sulle origine britanniche, il rugby divenne negli anni ’30 uno degli sport più amati e praticati dalla gioventù fascista. Dimostrazione di forza e coraggio, in contrasto con quei giovani letterati “malaticci e inetti”, come venne detto anche dai massimi dirigenti del Partito.

Purtroppo, però, con la caduta del regime di Mussolini anche il rugby dovette pagare pegno. Esaltato dal fascismo venne visto per molti anni come uno sport violento e legato a doppio filo all’ideologia mussoliniana. Anche questo ha frenato la sua diffusione in Italia nel dopoguerra.

La nascita della Federazione e della Nazionale

Dopo la Gramde Guerra fu il cremonese Stefano Bellandi — che era emigrato in Francia — a tentare di rilanciare la disciplina: chiese ospitalità allo Sport Club Italia, del cui presidente Algiso Rampoldi era amico e, con la collaborazione di alcuni amici, rimise in piedi una squadra rugbistica, benché raffazzonata ed estemporanea, che si fece comunque conoscere dal grande pubblico grazie alla stampa; il 26 luglio 1927 fu alfine costituito un comitato di propaganda che costituì il preludio alla nascita di una Federazione nazionale che disciplinasse l’attività rugbistica, nel frattempo diffusasi in tutta la penisola (a parte Milano, anche Torino, Udine, Roma, Napoli e altre città). Il 26 luglio 1928 a Roma vide la luce la Federazione Italiana Rugby.

Una formazione della nazionale italiana del 1933

La Nazionale nacque quasi contemporaneamente all’istituzione del primo campionato italiano: il 20 maggio 1929, allo Stadio dell’Esposizione del Montjuïc di Barcellona, vi fu l’esordio contro l’altrettanto debuttante selezione spagnola, arbitro il francese Brutus. Gli iberici (in realtà una selezione catalana ufficialmente rivestita con i colori della Spagna) si imposero 9–0 e un anno più tardi, il 29 maggio 1930, restituirono la visita per quello che fu il primo incontro interno dell’Italia. A Milano gli Azzurri, per l’occasione ancora in maglia quasi completamente bianca, vinsero 3–0. Gli uomini di quel primo incontro di Barcellona furono Dondana, Cesani, Dora, Vinci II, Vinci III, Vinci IV, Modonesi, Balducci, Paselli, Raffo, Allevi, Barzaghi, Altissimi, Bottonelli, Bricchi. Roma e Milano si divisero in parti uguali la rappresentanza: sei atleti dalla Capitale, sponda Lazio, inclusi i fratelli Vinci, altrettanti dall’ex U.S. Milanese, oramai fusa con l’Ambrosiana-Inter. Brescia contribuì con due uomini; ma il capitano proveniva dalla Michelin Torino (Dondana).

Il saluto fascista dei giocatori di rugby della Roma sul campo dell’impianto sportivo del Testaccio
Partita di rugby tra le squadre della Roma e Mussolini allo stadio del Testaccio
Mischia di giocatori durante l’incontro di rugby tra la Roma e la squadra Mussolini allo stadio Testaccio

Nonostante una polemica di carattere politico-organizzativo che portò allo scioglimento della F.I.R., alla sua successiva ricostituzione come Federazione Italiana della Palla Ovale e poi, ancora, per ragioni autarchiche, come Federazione Italiana Rugbi, nel quinquennio successivo la Nazionale si confrontò con le più forti selezioni dell’Europa continentale (le quattro britanniche dell’IRB costituendo di fatto una realtà a loro stante), Cecoslovacchia (sconfitta due volte, a Milano e Praga, nel corso del 1933), Romania (vittoria a Milano per 7–0 nel 1934) e Catalogna (pareggio per 5–5 a Barcellona nel 1934).

Prima sconfitta dopo l’esordio, a Roma nel 1935 contro la Francia che, fino al 1983, fu l’unica squadra di alto livello fuori dall’IRB e, fino al 1988, l’unica del “5 Nazioni”, a concedere all’Italia test match ufficiali.

Il 2 gennaio 1934 l’Italia, la Francia e la Germania, capifila di un fronte che propugnava la formazione di una Federazione internazionale alternativa all’IRB, istituirono a Parigi insieme ad altre Federazioni nazionali europee la Fédération Internationale de Rugby Amateur o FIRA. La neonata associazione istituì un torneo, originariamente chiamato Torneo FIRA (poi Coppa delle Nazioni e Coppa FIRA), di fatto un campionato europeo di rugby a cui l’Italia prese parte fino al 1997.

Totale di una squadra di rugby in posa al centro del campo dello stadio
I giocatori di una squadra di rugby posano al centro del campo eseguendo il saluto fascista. Totale del gruppo in campo allargato
Inquadratura frontale di una squadra di rugby in posa in campo

La Nazionale italiana prese parte a due delle tre edizioni del Torneo FIRA d’anteguerra, classificandosi in un’occasione terza, nell’altra seconda. Entrambi i trofei furono vinti dalla Francia, che peraltro si impose in 25 edizioni sulle 30 in totale cui prese parte.

I capitani delle due squadre di rugby si stringono la mano, sorridendo. Uno di loro ha un mazzo di fiori in mano
Giocatori di rugby sono accalcati intorno al pallone durante un momento della partita
Giocatori di rugby infangati sono ritratti durante un momento della partita

L’attività proseguì per quanto possibile durante la guerra: il campionato si tenne fino al 1943 e la nazionale andò avanti fino al maggio del 1942; l’ultimo incontro disputato prima di una lunga interruzione internazionale che durò fino al 1948 fu a Milano contro la Romania. Del resto, lo stesso regime fascista, dopo aver malvisto tale disciplina in quanto di derivazione inglese, decise di promuoverlo a tutti i livelli quale esempio di cameratismo e spirito di combattimento; Achille Starace, segretario del Partito, sostenne che “Il giuoco del rugby, sport da combattimento, deve essere praticato e largamente diffuso tra la gioventù fascista”. Uno dei fattori ritenuti frenanti d’una possibile ulteriore diffusione del movimento rugbistico nel dopoguerra viene identificato proprio in tale politicizzazione della disciplina, alla quale a lungo fu attribuita l’etichetta di “sport fascista”.

Ma Quanto nervosismo per il “6 Nazioni” del 2015!

L’edizione di quell’anno venne stata presentata a Roma nel Salone d’onore del Coni: a far da sfondo ad Alfredo Gavazzi, presidente della Federazione Italiana Rugby, a Giovanni Malagò, presidente del Coni e agli atleti azzurri, c’era il maestoso affresco di Luigi Montanarini, “Apoteosi del Fascismo”.

Italurgby posa davanti al dipinto “Apoteosi del Fascismo”

Le colpe del Fascismo sono note a tutti: quotidianamente la televisione e i giornali ci ricordano gli sbagli di un periodo storico molto discusso vissuto dal nostro Paese. Al solito giornalismo perbenista, che all’occorrenza si occupa anche di sport, non andò proprio giù che quella foto con l’“Apoteosi del Fascismo” sullo sfondo avesse fatto il giro del mondo o comunque dell’Europa rugbistica che aveva seguito con interesse la presentazione del “6 Nazioni in Italia”.

Dal 1944 e per 53 anni, l’affresco è rimasto coperto da un grande panno verde. Fu Walter Veltroni, da ministro della Cultura, a chiedere di togliere il velo”. “Avevo il dovere di salvaguardare quell’opera” dichiarò il futuro fondatore del Partito democratico.

Sarebbe il caso di ricordare come uno dei protagonisti della Resistenza come Sandro Curzi, storico giornalista italiano, stava per organizzare assieme ad altri giovani partigiani l’esplosione dell’obelisco del Foro Italico, anch’esso simbolo del Fascismo recante la scritta Mvssolini. Dopo essersi consultati tra loro, Curzi e gli altri guerriglieri decisero di lasciar perdere proprio perché certe opere sarebbero servite da monito per le generazioni future.

In Italia, dunque, a 71 anni di distanza c’è ancora chi alimenta il sentimento di odio civile e insensato astio politico trasportandolo nello sport, in occasioni come la presentazione del “6 Nazioni”. Lo sport in generale e il rugby in particolare dovrebbero unire. O meglio, il rugby è lo sport che per antonomasia unisce dappertutto, ma non in Italia. Basti pensare alle Nazionali irlandesi — quelle della Repubblica d’Irlanda e dell’Irlanda del Nord — che in occasione del rugby mettono da parte la storica ostilità tra cattolici e protestanti per militare insieme nella stessa nazionale. Un astio, dunque, ben più antico tra fascismo e antifascismo.

Ma forse una parte di stampa preferisce l’oscurantismo di quel mantello che per 53 anni ha coperto l’opera di Montanarini. E che gli fa dimenticare che il rugby in Italia è stato diffuso definitivamente proprio dal fascismo, nel 1928.

Contributi video

La Nazionale italiana a Barcellona nel 1929

Italia-Germania a Milano nel 1939

La leggenda del rugby

Lo sport degli ultimi guerrieri

    Mario Bocchio

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    Giornalista professionista, amo il calcio, soprattutto quello dei mitici anni Ottanta. Non disdegno la politica, anche per averla praticata attivamente

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