Da ‘alert’ a ‘zoom’: il lessico del “lockdown”

Il libro

Questo “post” non piacerà non solo a chi non conosce la lingua inglese, ma sopratutto a chi, non conoscendola, la detesta per sua ignoranza, per presunto nazionalismo linguistico ed anche politico, per presunzione culturale, per limitazione intellettiva, per provincialismo, per ristrettezza mentale e via dicendo.

L’occasione me la offre un articolo pubblicato sul quotidiano inglese “The Guardian” che rilancia il successo di un libro scritto da Steven Poole, linguista e giornalista molto attento ai problemi della linguistica dei moderni mezzi di comunicazione. Le parole che compaiono in questa lista ruotano tutte intorno al nuovo lessico che si è venuto a creare intorno all’arrivo di quel nemico invisibile che va sotto il nome di “coronavirus”.

Il termine “coronavirus” venne coniato nel 1968 da un gruppo di virologi che scrisse alla rivista Nature per descrivere una famiglia di virus che, al microscopio, sembrano palline con una “caratteristica” frangia “di proiezioni arrotondate o a forma di petalo “.

Ricordava loro la corona del sole (dal latino”corona“). Le vendite di una birra chiamata Corona immediatamente crollarono e divenne una delle tante vittime della inevitabile e drammatica infodemia. La parola ha fatto però anche strada a termini più rassicuranti come ad esempio quello per indicare il peso che abbiamo messo su durante il blocco, il “coronastone”. In inglese la parola “stone” sta per peso corrispondente a circa sei kg e mezzo.

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Antonio Gallo

Nessuno è stato mai me. Può darsi che io sia il primo. Nobody has been me before. Maybe I’m the first one.