Forse non tutti sanno che un boss è stato scarcerato per un indirizzo email sbagliato

I dati pubblicati dalla Commissione Europea mettono l’Italia all’ultimo posto in UE per competenze digitali. La cronaca dimostra che si tratta di un’emergenza democratica.

Ernesto Belisario
Jun 19, 2020 · 5 min read

Forse non tutti sanno che il primo capo di Stato a inviare una email è stata la Regina d’Inghilterra Elisabetta II. Era il 26 marzo 1976. Una data da ricordare a tutti quelli che, ancora oggi, definiscono — convintamente— la posta elettronica come “una nuova tecnologia”.

Non fatevi ingannare, però. Spesso, soprattutto nella pubblica amministrazione, quando qualcuno usa il termine “nuovo” associandolo a una tecnologia si sta preparando un alibi. Se l’ente non è ancora pronto per usare quella tecnologia, se non ha fatto investimenti, se non ha riorganizzato i processi, nessuno è colpevole per l’arretratezza degli uffici. È tutto così “nuovo” che ancora non sappiamo bene come si fa.

È questo il motivo per cui le email spesso vengono ancora stampate per finire in fascicoli cartacei (o sulla scrivania), così come spesso vengono stampate anche le PEC, le “raccomandate digitali” che pure ormai non sono tanto nuove visto che sono state istituite con un decreto di ormai 15 anni fa (il DPR n. 68/2005).

1976, la regina Elisabetta II mentre invia la sua prima email

Forse non tutti sanno che pochi giorni fa la Commissione Europea ha pubblicato l’aggiornamento 2020 DESI, l’indice di digitalizzazione dell’economia e della società.
In questa classifica l’Italia si colloca al 25º posto fra i 28 Stati membri dell’UE, perdendo terreno rispetto ai già non lusinghieri risultati degli anni precedenti. Poche luci: preparazione al 5G, offerta di servizi pubblici online e di opendata (con dati superiori alla media europea).
Molte ombre: specialmente con riferimento al capitale umano (siamo all’ultimo posto).
Solo il 42% delle persone tra i 16 e i 74 anni possiede almeno competenze digitali di base, solo il 22% possiede competenze superiori rispetto a quelle di base. Questi dati incidono anche sul livello di interazione online tra PA e utenti: solo il 32% usufruisce attivamente dei servizi di #egovernment (la media UE è il 67%).

Da qualche anno la pubblicazione del DESI è un rito stanco per addetti ai lavori. Gli unici che commentano questi numeri, pur senza riuscire a farne comprendere a politica e opinione pubblica la drammaticità per la qualità delle nostre vite, lo sviluppo dell’economia e il funzionamento della democrazia.

La posizione dell’Italia nel DESI non fa neanche più notizia

Forse non tutti sanno che in un’audizione davanti alla Commissione parlamentare antimafia, Giulio Romano — ex direttore generale della direzione detenuti e trattamento del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia — ha spiegato qual è il motivo della scarcerazione del boss di camorra Pasquale Zagaria nel corso dell’emergenza da Covid-19.

Riporto testualmente le parole di Romano:

“È stato accertato un errore nell’indicazione della posta elettronica del dipendente del Tribunale di Sassari, imputabile all’ufficio e al personale della direzione che io dirigevo”.

In poche parole, il messaggio di posta elettronica che avrebbe dovuto impedire la scarcerazione del boss è stato inviato all’indirizzo sbagliato.

L’ex dirigente che ha anche aggiunto che con il sistema in uso al Ministero della Giustizia (Calliope) arriva la conferma di lettura solo per le PEC, mentre se si tratta di posta ordinaria “non sai se è arrivata”. E dunque, visto che quella email non è mai arrivata e nessuno se n’è accorto, il detenuto è stato scarcerato.

Il Presidente della Commissione Antimafia, appresa questa circostanza, si è detto “esterrefatto”. Sarebbe esterrefatto chiunque nell’apprendere che un fatto così grave è accaduto per un motivo apparentemente così banale.

Eppure, queste sono le cose che capitano in quei Paesi che non hanno investito in competenze digitali dei propri dipendenti pubblici, molti dei quali sono stati assunti molto prima che le tecnologie diventassero di uso corrente.

Attenzione, però, il problema non è solo che l’indirizzo sia stato sbagliato. A chiunque sarà capitato un errore, anche se magari non così grave. Quello che viene spontaneo da chiedersi è: possibile che nessuno si sia accorto dell’errore in tempo?

Il deficit di competenze digitali è ancora più evidente proprio nel modo in cui certi processi sono stati costruiti, inserendo le tecnologie in modo posticcio, approssimativo e insicuro nei procedimenti amministrativi. Si vede nel modo in cui sono state sviluppate le tecnologie utilizzate quotidianamente dalle amministrazioni (possibile che per comunicazioni interne al dominio del Ministero della Giustizia non ci sia la possibilità di inviare la comunicazione ad una rubrica “chiusa di destinatari? possibile che, nel 2020,il sistema non consenta di ricevere un alert in caso di errore o anomalia?).

Questa notizia oltre a lasciarci esterrefatti ci dimostra come mai è necessario investire in competenze digitali e formazione.

Forse non tutti sanno che, in proposito, il Codice dell’Amministrazione Digitale, all’articolo 13, prevede da anni che le amministrazioni debbano provvedere alla formazione informatica dei propri dipendenti. Formazione obbligatoria per tutti, a cominciare dai dirigenti che — ovviamente — devono essere preparati non solo per usare correttamente le tecnologie, ma anche per governare la trasformazione digitale, progettare la nuova organizzazione degli uffici e scegliere le soluzioni adeguate ai tempi.

Peccato però che una finanziaria di diversi anni fa abbia limitato le spese per la formazione dei dipendenti pubblici, di fatto fornendo l’alibi perfetto per evitare l’aggiornamento del personale.

È l’inganno dell’innovazione a costo zero, della trasformazione digitale senza investimenti. Con una norma ti obbligo a fare la formazione, ma con l’altra ti tolgo i soldi con cui organizzarla.

PA digitale talks — Con Elio Gullo parliamo di competenze digitali nella PA

Forse non tutti sanno che qualche anno fa AICA aveva stimato in 19 miliardi il costo dell’ignoranza informatica degli italiani. Non si tratta però solo di un problema economico.

La storia della email del Ministero della Giustizia dimostra che, senza investimenti in formazione e competenze, non solo scendiamo nelle classifiche, ma quotidianamente perdiamo un po’ per volta efficienza, competitività e democrazia.

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