Spesa, appalti e competenze ICT: le “lezioni” della Corte dei Conti

Nel “Referto in materia di informatica pubblica” una lucida analisi di quello che non ha funzionato nella trasformazione digitale della PA

Ernesto Belisario
Dec 4, 2019 · 5 min read

Nei giorni scorsi è stato pubblicato un documento molto interessante per tutti coloro che si occupano di digitalizzazione della pubblica amministrazione italiana (e, in generale, per tutti coloro che vogliono capirne di più).

Si tratta del “Referto in materia di informatica pubblica” delle Sezioni riunite in sede di controllo della Corte dei conti.

Il Referto è un documento molto corposo (254 pagine più gli allegati) in cui si trova una ricostruzione assai minuziosa — e a tratti impietosa — dell’evoluzione e dello stato dell’arte dell’informatica pubblica del nostro Paese.

Il documento dà atto del fatto che gli investimenti pubblici e i tanti interventi del legislatore (si pensi alle sei versioni del Codice dell’amministrazione digitale) non hanno fin qui raggiunto i risultati sperati e l’insoddisfazione non è più ormai limitata alle analisi degli addetti ai lavori, ma è diventata argomento mainstream (come dimostra l’ultima puntata di Report sul tema della digitalizzazione della PA).


Per cambiare passo è necessario imparare dagli errori del passato

In un contesto ancora troppo ancorato a logiche formalistiche e burocratiche tese alla perpetuazione di vecchi schemi e modelli, il Referto della Corte dei Conti ha il merito di affermare indiscutibilmente che la digitalizzazione è ormai un processo irreversibile e indispensabile per costruire un nuovo rapporto tra amministrazioni e cittadini.

“In generale non può essere messo in discussione che un più elevato livello di digitalizzazione dell’Amministrazione pubblica sia fondamentale per migliorare la qualità dei servizi resi ai cittadini e agli utenti”.

(Consiglio di Stato, sez. VI, sentenza n. 2270/2019)

Quello delle Sezioni di controllo della Corte dei Conti non è, però, un esercizio di stile. Tutt’altro. In un momento così cruciale e di grande interesse verso gli investimenti pubblici ICT e all’indomani dell’avvio di una nuova fase della governance digitale (con la nomina di un Ministro dedicato all’innovazione), quello appena pubblicato è un documento assai utile per capire come migliorare l’acquisto di beni e servizi informatici. Fin qui, infatti, l’incapacità delle amministrazioni di raggiungere risultati apprezzabili sul versante della trasformazione digitale è dipesa in gran parte proprio dalla difficoltà nel capire “cosa” comprare e “come” comprarlo.

Il Referto fornisce alcune indicazioni utili per invertire la rotta, contribuendo a sfatare — numeri alla mano — alcuni “falsi miti” molto diffusi anche tra gli addetti ai lavori.

Non è vero che “non ci sono i soldi

I giudici della Corte dei Conti smentiscono, innanzitutto, uno dei più frequenti luoghi comuni legati all’innovazione del settore pubblico, quello cioè legato all’assenza di risorse destinate alla digitalizzazione.

E invece, sulla base dai dati citati nel Referto,

appare difficilmente invocabile la scarsezza di risorse pubbliche tout court per giustificare il mancato raggiungimento dei risultati attesi. Le stime più accreditate dichiarano una spesa complessiva di circa 5,7–5,8 miliardi l’anno per l’informatica pubblica, tra risorse nazionali e comunitarie. Lo scenario, quindi, dà evidenza di disponibilità cospicue che rappresentano un considerevole potenziale di sviluppo che potrebbero fare la differenza nell’adeguamento dell’ICT italiana a tutti i livelli di gestione e di governo, ma che vengono utilizzate in misura limitata e non sempre nel modo più razionale.

Insomma, i soldi ci sono. Il problema è che non sempre arrivano dove c’è davvero bisogno o vengono spesi in linea con le indicazioni del Piano triennale e dei documenti strategici.

Colpa anche di un sistema di governance molto frammentato in cui nessuno ha finora avuto la possibilità (e le risorse) per poter adottare delle direttive realmente cogenti e per poter, successivamente, controllare la conformità dell’operato delle singole amministrazioni.

La domanda che si pone (anche) la Corte dei Conti è: la situazione cambierà dopo l’istituzione di un Ministero e di un Dipartimento dedicati alla trasformazione digitale?

Le norme sugli acquisti centralizzati non funzionano

Nel corso degli ultimi anni — anche con la famosa Legge di stabilità del 2016 — il legislatore ha reso obbligatorio il ricorso a Consip e ai soggetti aggregatori per l’acquisto di beni e servizi informatici.

Eppure, stando a quanto si legge nel referto,

complessivamente il valore della spesa nell’ICT effettuata attraverso Consip (circa 2,2 miliardi nel 2018) costituisce il 38 per cento della spesa totale stimata ICT della PA.

Fonte: CONSIP

Questo significa che la misura che più di tutte doveva contribuire alla razionalizzazione e all’efficientamento della spesa pubblica per il digitale non ha raggiunto il risultato. Questo sia per una certa resistenza delle amministrazioni nel fare ricorso a soluzioni standardizzate, sia per la durata delle gare Consip (da un minimo di 11 mesi a un massimo di 24 mesi, ricorsi permettendo).

Questa situazione ha costretto le amministrazioni ad organizzarsi autonomamente per poter rispettare le scadenze del CAD e del Piano triennale (o anche solo per assicurare la continuità dei servizi).

Anche perché, finora, nessuno ha controllato (né sanzionato) chi non ha rispettato le previsioni di legge.

Bisogna ripartire dalle competenze

Le criticità legate agli acquisti ICT non derivano solo dalle lungaggini delle procedure, ma sono legate anche all’assenza di competenze digitali.

La Corte dei Conti afferma infatti che

È cruciale, quindi, per la realizzazione di politiche di innovazione e crescita del paese, nonché di competitività europea, che la pubblica amministrazione investa nel capitale umano ed incrementi i livelli di padronanza delle competenze digitali.

Senza formazione sui profili giuridici, tecnologi e organizzativi, difficilmente le amministrazioni potranno governare le procedure di affidamento, acquistando i beni e servizi necessari per completare il percorso di trasformazione digitale.

Peccato però che molte amministrazioni — proprio per contenere la spesa — abbiano bloccato (o drasticamente ridotto) le spese in formazione, viste come un costo e non come un investimento.

Le conclusioni, giuste e importanti, della Corte dei Conti contribuiranno a segnare un’inversione di tendenza?


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Ernesto Belisario

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Sono avvocato, insegno diritto amministrativo e delle tecnologie e mi occupo di #laPAdigitale, #OpenGovernment, #OpenData, #Startup e #SocialMedia

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