I miei studenti ripetono a pappagallo!

Cosa capiscono veramente i nostri studenti di quello che gli diciamo a lezione o leggono nei manuali?

Ho spiegato l’argomento con una lezione frontale e poi ho assegnato delle sezioni del manuale di Storia sull’argomento da studiare. Quando li interrogo, non mi limito a sentire il raccontino di ciò che hanno capito, ma provo a capire se hanno veramente “compreso” ciò che mi stanno pure dicendo, in un italiano comprensibile. E mi accorgo che hanno capito solo superficialmente quello che veramente veniva asserito nel testo. E, ovviamente, mi arrabbio! Li accuso di non avere studiato bene, di non avere approfondito, ma loro giurano di averlo fatto: di avere studiato dal libro!

Poi provo a capire dove sta l’inghippo. Leggo e rileggo il passo del manuale che avrebbero dovuto studiare e capisco. Quel testo è maledettamente difficile! Non per il modo in cui è scritto, ma per l’implicito a cui rimanda, che presuppone che gli studenti abbiano a disposizione delle conoscenze integrate ed organizzate (quelle che con termine tecnico vengono chiamate “Sceneggiature”) intorno a situazioni (luoghi, oggetti, persone), avvenimenti (schemi di eventi visti nei loro rapporti cronologici), operazioni (insieme di azioni organizzate per ottenere un fine), ruoli (insieme di caratteristiche e dei comportamenti di coloro che fanno parte di una situazione), che di fatto non possiedono se non grossolanamente o non padroneggiano, e che gli impediscono di inferire il non detto. In quel testo si parla dei Turchi Ottomani e si fa riferimento a “organizzazione statuale”, “primo ministro”, “province”, “governatore”: ma davvero hanno in testa i referenti per queste parole?

Per chi sono scritti i manuali? Forse per gli alunni (ma quali “alunni”? qual è l’ideal-tipo di alunno a cui fanno riferimento i manuali?); forse per i professori; sicuramente, per la Comunità accademica che deve validare scientificamente il testo. Il risultato è un coacervo di intenzionalità che rendono i manuali italiani poco praticabili dagli studenti.


Da qui, una serie di riflessioni senza pretese di scientificità o rigore scientifico. Diciamo che mi prendo la libertà di riflettere filosoficamente intorno alla mia personale esperienza del mondo e della scuola.

Il Linguaggio è una chiave di accesso al mondo. Senza conoscenza e competenza linguistica si rimane legati al proprio mondo di esperienza, per il semplice fatto che non si accede al patrimonio di conoscenze della Cultura di cui si fa parte: se non c’è possibilità di comprendere ciò che gli altri uomini hanno sperimentato, conosciuto, appreso e ci comunicano attraverso il linguaggio siamo chiusi al mondo esterno e viviamo nel mondo chiuso delle nostre esperienze.

Ma il linguaggio, per sua natura, è uno strumento economico che cristallizza esperienze e conoscenze che non si possono attivare, quando altri ci dicono qualcosa, se non si possiede una buona Enciclopedia.

Quando non siamo soddisfatti del modo in cui i nostri studenti hanno studiato, diciamo che “ripetono a pappagallo”, per dire che ripetono parole e frasi senza averne compreso il significato. È che le parole risuonano a vuoto nel nostro cervello, se non hanno un referente. E questo per la semplice ragione che prima che qualsiasi messaggio possa essere compreso, occorre che nella nostra mente sia già presente il referente: l’oggetto (reale, esperienziale o astratto che sia) a cui il messaggio fa riferimento.

Ora, la nostra Conoscenza organizzata del mondo si forma a partire dall’infanzia, nell’adolescenza, in Famiglia, nella Scuola, nelle interazioni sociali che ci capita di avere; e quanto più è ricca, tanto più riempie la nostra mente di referenti e di parole per codificarli. Il problema della carenza linguistica dei nostri alunni è un problema di conoscenza del mondo (e delle diverse porzioni di esso), di come funziona e di come è organizzato; non un problema di grammatica o di ortografia!

I nostri studenti hanno mappe lessicali e semantiche povere o inadeguate alla comprensione della quantità di messaggi elaborati in lingue specialistiche, lontane dal mondo della loro esperienza. Mancano di sceneggiature appropriate ai diversi micro-mondi con cui si trovano a dover combattere ogni giorno (il “micro mondo” della scienza, quello della Filosofia, quello dell’Arte ecc.; e all’interno di questi, per rimanere nell’ambito della disciplina che insegno, il micro-mondo dell’Idealismo, quello del platonismo o dei presocratici …) e mancano perciò del linguaggio per esprimerli e comprenderli fino in fondo. Non è problema nè di grammatica, nè di ortografia e neanche di sintassi: è di Cultura (che è insieme conoscenza e linguaggio per esprimerla).

Certo, le cose migliorano quando ci si specializza: allora abbiamo una esperienza ricca di quel settore di realtà e impariamo il linguaggio delle cose, dei fenomeni, dei processi; ma la nostra cultura personale rimane, per tutta la nostra vita, fatta di vuoti e di pieni: ambiti di esperienza molto ricca e che padroneggiamo (i “pieni”); e ambiti di esperienza che conosciamo poco o approssimativamente (i “vuoti”), di cui non siamo spesso consapevoli. Ciò che non abbiamo imparato a scuola, ci peserà per tutta la vita come l’assenza ingombrante di qualcuno o qualcosa di indefinito di cui sentiamo la mancanza, ma che non sappiamo bene identificare.

La scuola dovrebbe sopperire alla carenza di esperienza del mondo, preoccupandosi, da un lato di arricchire la disponibilità di sceneggiature per la nostra mente, e dall’altro lavorare sulla conoscenza del linguaggio con cui parliamo del mondo.

Leggere libri di tutti i tipi, guardare documentari storici, naturalistici , ecc., in questo può aiutare; ma aiuta anche (ed è forse più significativa) l’esperienza diretta del mondo, soprattutto, nella più tenera età: visitare il mondo è arricchente. Bisognerebbe portare i bambini nei posti dell’amministrazione pubblica, nei posti di lavoro, nelle biblioteche; fare un giro per la scuola e far vedere come è organizzata: chi ci lavora, le mansioni, le regole da rispettare … e poi tornare in classe e fare una mappa lessicale in cui le parole che stanno per i ruoli, per le mansioni vengono imparate; una mappa dei ruoli; uno schema di processo in cui i bambini imparano le parole delle diverse fasi del processo, ecc. .

Insomma, andiamo nel mondo, oppure rivivamo le esperienze di altri (attraverso i libri), a condizione di fermarci poi a dare un nome a ciascuna cosa, a ciascuna esperienza, fenomeno, processo, fase …

Se quanti dicono che non c’è competenza senza conoscenza intendono questo, allora, hanno ragione.

Io insegno filosofia e storia, e quando faccio lezione mi chiedo: ma cosa avranno capito di quello che gli ho detto? A vedere certe facce, poco! Alla secondaria superiore ti rivolgi agli studenti con un linguaggio che utilizza un registro medio e che fa riferimento ad un’enciclopedia di conoscenze riguardo a come funziona la società, l’economia, la politica, la conoscenza, l’agire morale ecc., elementare se vuoi, ma che comunque dovrebbero possedere, quando hanno 17 o 18 anni: ma non è così. Per dire, l’altro giorno in una quinta scientifico parlavo di positivismo evoluzionistico, dando per scontato che sapessero l’essenziale dell’evoluzionismo darwiniano e che avessero qualche volta sentito parlare di Lamarck, e ho fatto l’agghiacciante (per modo di dire) scoperta, che non avevano che una vaga idea di ciò di cui stavo parlando. Non ti dico quando si parla di sistemi politici, elettorali, amministrativi ecc. Siamo arrivati al punto che questi ragazzi ti chiedono di fargli una “lezione” sui programmi politici dei partiti, perché non ci capiscono niente: e questi votano!

Da qualche parte c’è qualcosa che non funziona! Devono sapere la storia di… e non capiscono i meccanismi di funzionamento di…

E, allora, ritorniamo al problema del linguaggio. La comunicazione dovrebbe attivare processi referenziali, ma se gli “oggetti” di riferimento non ci sono, non c’è comunicazione e non c’è apprendimento.

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Prima di costruire e arredare i piani alti del Sapere, bisogna avere cura delle fondamenta e dei piani bassi, se questi non ci sono, alimentiamo solo l’ignoranza, verniciandola di pseudo-sapere nozionistico.

E questo è ancora più grave per i ragazzi che provengono da famiglie svantaggiate e deprivati culturalmente.

Tutti hanno dato addosso al povero Michele Serra (che certo non si è spiegato al meglio), ma è vero che lo svantaggio sociale diventa svantaggio culturale (l’esperienza del mondo e del lessico per parlarne), che se non viene colmato a Scuola, in una scuola trasmissiva e nozionistica è destinato a riprodursi.