Innovazioni didattiche e Nuove tecnologie nella didattica

Cosa pensano i nostri studenti dell’innovazione e della tecnologia a scuola

Pietro Alotto
Oct 29, 2017 · 7 min read
https://pixabay.com/it/classe-computer-studente-insegnante-2029206/

Dopo alcuni anni di sperimentazione di uso di piattaforme social, didattica capovolta, didattica per progetti, di cooperative learning e di Digitale in classe ho provato a vedere cosa ne pensavano veramente i ragazzi di queste “innovazioni”. Invece di chiederglielo direttamente, per evitare qualsiasi possibile forma di timore o di piaggeria, ho pensato di fare un’indagine rigorosamente anonima, utilizzando Google Moduli.

Si tratta, evidentemente, di un campione poco significativo (circa una quarantina di studenti, distribuiti in due classi) e i risultati non possono non risentire del “mio” particolare modo di proporre queste “innovazioni” in classe. Niente esclude che docenti diversi, con approcci diversi possano ottenere risposte diverse. Ma ritengo, comunque, possa essere di un certo interesse. E potrebbe essere riproposto, magari migliorandolo e adattandolo alla propria esperienza e metodo di insegnamento, anche alle proprie classi.

A me è servito per correggere alcune misconcezioni (originate forse da una forma di wishful thinking, tipica di molti docenti “innovatori”, e che vorrebbe gli studenti pronti per, e vogliosi di “innovazione didattica”) e veri e propri errori di metodo.

Quando la realtà distrugge le illusioni

La prima indagine l’ho fatta con una classe quarta scientifico, una classe cui avevamo introdotto una sperimentazione che ha dato a noi insegnanti, ma, soprattutto, a loro grandi soddisfazioni in termini di riconoscimenti esterni e di prodotti realizzati. Nei due anni della sperimentazione i ragazzi hanno prodotto, infatti, un iBook sul Basso Medioevo, una mostra in realtà aumentata sulla Peste del ‘300 (presentati e apprezzati in presentazioni pubbliche a scuola e in due diversi Tablet School a Belluno e a Milano) e un Webdoc sulla prima rivoluzione astronomica.

La sperimentazione, denominata (ammetto, con poca fantasia) “Progetto Classe digitale”, intendeva promuovere l’integrazione delle tecnologie digitali, in primis il Tablet, nella didattica.
Va subito detto che il focus non era sul tablet in classe, quanto sulla possibilità di sperimentare un modello di didattica innovativa, fondata su una forma di apprendimento attivo e collaborativo; un approccio interdisciplinare in cui il curricolo invece di essere suddiviso in discipline separate, viene costruito attorno a tematiche e progetti che attraversano le discipline in modo da seguire i collegamenti tra i vari domini del sapere, ridando in questo modo senso alle conoscenze disciplinari stesse; un’organizzazione della giornata scolastica interamente ripensata per non frammentare il lavoro; modalità di lavoro collaborativo e cooperativo in cui gli studenti lavorano insieme su progetti condivisi, in modo da poter imparare tra pari e condividere strategie di apprendimento; un prolungamento dell’aula fisica in un’aula virtuale (nel “Cloud”) in cui gli studenti continuano ad apprendere con i loro tempi, continuano a collaborare con i compagni e ad interagire con i docenti, anche oltre l’orario scolastico; un apprendimento centrato non sul passaggio di informazioni (oggi reperibili in fonti diverse dal docente) ma sulla co-costruzione di conoscenze.

Per quanto mi riguarda, l’idea era quella di sfruttare il tempo recuperato dalle lezioni frontali in classe, sostituite (in parte, sia chiaro) con video lezioni create dal docente, per far lavorare i ragazzi a progetti su tematiche sviluppate in modo interdisciplinare e che si concludevano con la realizzazione di prodotti digitali (iBook, il Webdoc) o di attività “autentiche” (una mostra da pensare, progettare, realizzare nei contenuti e nelle modalità di fruizione con le tecnologie digitali, nell’allestimento e nella sua proposizione ad un pubblico).

A noi docenti sembrava fantastico: due giornate in settimana in cui gli studenti lavoravano non per disciplina, ma per progetti; un posto dove si lavorava in gruppo, con una disposizione ad isole; un posto dove le loro “amate” tecnologie (non solo tablet, ma anche — ahi, ahi !— i loro smartphone, quando la Rete della scuola latitava) potevano essere usate liberamente e in modo produttivo; un’aula aperta virtualmente al mondo, grazie alla Rete, ma anche fisicamente, visto che gli studenti potevano liberamente recarsi presso i locali della Biblioteca, per effettuare le loro ricerche o le aule di informatica, per accedere a software già installati.

Pensavamo che i ragazzi ne sarebbero stati entusiasti: non è quelllo che spesso dicono di volere? Ebbene, dopo un anno di lavoro didattico impostato in questa maniera, i risultati sono stati inattesi, per un verso, e sconfortanti, per un altro.

Le risposte al questionario hanno sorpreso sia me che i miei colleghi coinvolti nella sperimentazione. Avevamo già sentore di una certa stanchezza degli studenti per i carichi di lavoro che la realizzazione dei progetti comportava. Il lavoro di ricerca, la realizzazione dei materiali intermedi (mappe concettuali, testi di sintesi, presentazioni ecc.) e di quelli finali si sommava ( e non si sostituiva) all’attività didattica tradizionale (lezioni frontali, interrogazioni, verifiche scritte), che proseguiva identica per le discipline non coinvolte nella sperimentazione e, per le discipline coinvolte, per parte della programmazione didattica.

Tuttavia, quello che ci ha stupito è il fatto che circa metà della classe avesse nostalgia delle lezioni frontali (che pure c’erano ancora, anche per le discipline coinvolte nella sperimentazione), che apprezzano, come si potrà vedere dalle risposte, proprio per quello per cui spesso le critichiamo: il loro carattere trasmissivo e unidirezionale. Prevedibili le critiche alle video lezioni, per i limiti che questa forma di veicolazione didattica presenta (la impossibilità di una interazione fisica e mentale docente-studente; la necessità di studiare con regolarità le video lezioni; la tendenza di molti studenti ad annotare tutto quello che viene detto nella video lezione; la difficoltà di tenere insieme la brevità del tempo a disposizione per una video lezione che non annoi e appesantisca lo studio, con la completezza delle informazioni e delle spiegazioni, ecc.); a cui si aggiunge poi lo stile di apprendimento di alcuni studenti e il “gusto” personale nel preferire forme di comunicazione più coinvolgenti dal punto di vista umano o più “cattedratiche” (in qualche caso, studenti che vogliono sentire e vedere il “maestro” in cattedra che pontifica!). A tutto questo si aggiunga la tendenziale preferenza di molti studenti “a non far nulla”: vuoi mettere, passare il tempo ad ascoltare passivamente il professore che sproloquia per un’ora, mentre vagoli con la mente, inseguendo nuvole?

Ma quello che veramente ci ha sorpreso è stato l’atteggiamento di insofferenza di circa una metà della classe per il lavoro di gruppo, per l’apprendimento autonomo e per scoperta. E qui abbiamo notato una divaricarsi di percezioni: mentre una parte degli studenti si sentiva insoddisfatta della quantità di cose che imparavano (rispetto alla stessa quantità di tempo in lezioni frontali), noi docenti vedevamo una crescita nella grande maggioranza degli studenti (e, soprattutto, in quelli che più faticavano con la didattica tradizionale) in termini di autonomia e di competenza (comunicativa, digitale, nel metodo di studio e di ricerca…).

Io una spiegazione me la sono data e l’ho proposta in un post di qualche mese fa in questo blog.

La speranza si riaccende

Diversi i risultati in una classe terza del Liceo. Diversamente dalla precedente, questa classe non è coinvolta in nessuna sperimentazione. Tutto quello che di “innovativo” fanno, lo fanno solo nelle mie discipline (Filosofia e Storia). Le modalità di somministrazione sono state le stesse: un questionario anonimo.

In questa classe, pur non mancando notazioni critiche sulla lunghezza delle video lezioni, su qualche nostalgia per le lezioni frontali e sui lavori di gruppo, l’atteggiamento degli studenti mostra una maggiore apertura e il giudizio complessivo è stato sostanzialmente positivo.

Interessanti gli spunti degli studenti sull’estensione del metodo flipped a tutte le discipline del curricolo.

Gli studenti e le Nuove tecnologie

Per quanto riguarda il rapporto con le tecnologie nell’apprendimento, le risposte ci forniscono il quadro di un rapporto “smaliziato” degli studenti con le nuove tecnologie. Noi anzianotti che veniamo dalla scuola delle lavagne in ardesia, della carta e della penna, delle polverose, disordinate, casuali e affastellate biblioteche scolastiche, e in cui la novità tecnologica più avanzata era il videoregistratore in classe o la lavagna luminosa, vediamo le potenzialità delle nuove tecnologie per l’apprendimento (e per il loro futuro lavorativo) e, magari, ci entusiasmiamo. I nostri studenti che sono nati e cresciuti in questa nuova “ecologia digitale”, hanno un atteggiamento più freddo” e distaccato.

E’ curioso, ma hanno nei confronti dei loro strumenti tecnologici, lo stesso rapporto che i contemporanei di Galilei avevano con il telescopio: uno strumento di diletto e meraviglia e poco più. Lo usano poco e male per lo studio. Non ne conoscono le potenzialità e non le sfruttano se non quando ciò permetta di diminuirgli la fatica di studiare (i “furbetti” del telefonino!).

E’ paradossale, ma siamo noi pre-digitali a dover essere per loro dei moderni Galilei, spiegandogli che quel “telescopio” oltre che a curiosare nelle case degli altri, può servire per guardare il cielo e scoprirvi meraviglie inimmaginabili.

Note conclusive

Se fosse un documentario, qui inizierebbe una musichetta triste di sottofondo. Entrare in quella classe (ora quinta scientifico) mi mette una tristezza infinita. Per carità, è una classe che farebbe felice la Mastrocola!, ma che tristezza vedere ragazzi in gamba e con buone potenzialità, starsene passivi a prendere appunti e ad ascoltarmi mentre parlo di Hegel, facendo finta di capirci qualcosa e di trovarlo interessante!

E, per contrasto, quale soddisfazione a vedere alcuni di loro, coinvolti nel progetto di una mostra multimediale sulla prima guerra mondiale in Val di Fiemme, muoversi con competenza e interloquire con i curatori della mostra sul modo in cui reperire le informazioni necessarie, sul modo in cui creare i pannelli, su come creare le video guide, su come realizzare le immagini in realtà aumentata. Quale soddisfazione nel vederli interagire senza paure o imbarazzi con il pubblico della mostra, a dare spiegazioni con spigliatezza e competenza.

Questa è la scuola che sogno, una scuola da cui i ragazzi non escano infarciti di nozioni e ragionamenti di seconda e terza mano, ma con la capacità di muoversi nel mondo in autonomia e con competenza. Loro malgrado!


La scuola che non c’è (e altre storie)

Un blog per pensare la vita e le mie passioni dal mio punto di vista.

Pietro Alotto

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Insegnante e blogger per passione

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