Pua! che “Decalogo” (New)

Perchè le critiche allo sdoganamento didattico dello smartphone sono un attacco all’uso del Digitale nella didattica

Immagino cosa può essere successo nelle Redazioni dei giornali: arrivata la notizia di Agenzia che la Ministra Fedeli vuole far usare gli smartphone a scuola: il Redattore capo chiama qualcuno e gli dice: “trovami qualcuno a favore e qualcuno contro; e, già che ci sei, vai davanti a una scuola e chiedi a qualche studente e qualche insegnante cosa ne pensano dell’uso degli smartphone a scuola”. La paginata è così completa. Poi a seconda dell’area politica di riferimento (filo o anti-governativo) si è enfatizzata l’una o l’altra posizione.


E’ inutile negarlo, il Decalogo è una dichiarazione a favore dell‘introduzione degli strumenti digitali a scuola. Previsto dal Piano nazionale per la scuola digitale (PNSD), sarebbe stato strano non lo fosse. Si tratta, tuttavia, di un documento a mio avviso equilibrato.

Che i nostri studenti gli strumenti digitali ce li abbiano è un fatto; che se li portino a scuola altrettanto; che vengano usati in classe da molti docenti e dai loro studenti per attività didattiche le più diverse lo è anche; posto tutto questo e tanto altro (le scuole dove le tecnologie digitali sono presenti e utilizzate sono sempre di più), la richiesta alle Scuole (qualora non l’avessero fatto) di andare oltre il decreto Fioroni e di superare il semplice divieto (che comunque è un’opzione che rimane a disposizione delle Scuole) dandosi una Regolamentazione (Pua, Piano di uso accettabile, terribile acronimo) a me sembra un’indicazione di buon senso.

Si tratta di una misura questa sul BYOD che va inquadrata all’interno di un pacchetto di azioni (come il Sillabo sull’educazione civica digitale appena uscito), che mirano a “governare” il cambiamento in atto, dovuto alla presenza nella nostra vita e nella vita dei nostri figli e, per conseguenza, anche nella scuola degli strumenti digitali.


Intanto vale la pena sgombrare il campo da una fake news. La notizia vera è che ciascuno studente potrà (non è obbligato da nessuno) portarsi a scuola il proprio dispositivo digitale e utilizzarlo se consentito dall’Istituzione (che dovrà, se non l’ha già fatto, dotarsi di un Regolamento interno) e dal Docente, per finalità didattiche.

La fake news è che da oggi in poi gli studenti potranno utilizzare lo smartphone in classe a loro discrezione, e per uso personale. Cosa che continua e continuerà ad essere vietata.

Non è una novità voluta dalla ministra Fedeli ma era previsto nel documento sul PNSD, alla Azione 6, che evidentemente in pochi conoscono e hanno letto. La Commissione ministeriale non ha fatto altro che portare a termine (ma manca ancora la Relazione di accompagnamento) quanto già previsto nel PNSD.


Il dibattito sul Decalogo a colpi di “fallacie”

Per i Social girano, oramai da qualche giorno, interventi pro e contro il Decalogo e, come spesso capita nel dibattito sui dispositivi digitali a scuola, il discorso vira subito sui rischi, sui pericoli, sull’inutilità, o peggio, dannosità dell’introduzione non degli smartphone, ma della tecnologia digitale nella didattica.

Ad ignorantiam, Ignoratio elenchi, Ad hominem, Slippery slope, Straw man, sono solo alcuni degli argomenti fallaci che si possono rintraccciare nelle argomentazioni usate per criticare il “Decalogo”.

Si sposta continuamente l’oggetto dell’attacco utilizzando le criticità legate all’uso di uno strumento multifunzione e personale come lo smartphone a scuola per attaccare ogni forma di uso della tecnologia digitale (non solo dispositivi, ma anche Rete, Cloud, ecc.) da parte dei ragazzi.

Mi soffermerò su alcuni degli argomenti usati da chi è contrario, cercando di riportarli con obiettività, di non banalizzarli e di non irridere alle preoccupazioni, pure legittime, di genitori ed esperti.

Prendo spunto, in particolare, dall’intervista data da Alberto Contri, docente di Comunicazione Sociale all’Università Iulm al quotidiano italiano on line Key4biz.it che riassume alcuni degli argomenti più comuni, tra i critici del Decalogo e più in generale dell’introduzione di dispostivi digitali a scuola. Non ce l’ho particolarmente con il prof. Contri (nel dibattito ci sono posizioni ben più radicali e discutibili). Diciamo che ho preso la sua intervista come spunto per le mie riflessioni critiche.

Primo argomento: la tecnologia a scuola non serve a niente, al più serve ai docenti.

Nei miei corsi “… faccio continuamente ricorso al web, a Google, a YouTube eccetera, guai se non potessi disporne in tempo reale. Ma questo vale per i docenti: non si capisce proprio che uso ne possano fare gli studenti se non per distrarsi ulteriormente.

Naturalmente in una didattica di tipo trasmissivo, se mentre io parlo e spiego i miei studenti navigano in Rete, chattano guardano video (ma se lo fanno, non è che si stanno annoiando?), indubbiamente la Rete non serve ed è distrattiva. Diciamo pure che non è questo il modo migliore di usarla o, comunque, che non è questo il modo in cui la usano, per esempio, i docenti che utilizzano strategie come la Flipped classroom o la Webquest, per esempio.

L’accusa: non ci sono risultati scientifici che attestino che l’uso di tablet e computer migliorino i risultati di apprendimento.

Io credo che bisogna capirsi sul tipo di risultati di apprendimento che ci attendiamo di ottenere con l’uso delle nuove tecnologie nella didattica. L’uso dell’iPad, migliora i risultati di apprendimento in matematica? e in Italiano? Io non sono un esperto, ma francamente mi sembrano domande mal poste! E se sono ben poste qualcuno ha aspettative irrealistiche.

L’uso delle nuove tecnologie ha senso in una didattica non trasmissiva, ma laboratoriale; una didattica attiva e cooperativa in cui gli studenti non sono meri fruitori passivi del sapere ma si impegnano in attività di ricerca, nella realizzazione di prodotti di vario tipo (una mostra in realtà aumentata; un iBook multimediale sul Basso Medioevo, una serie di Podcast di Letteratura ecc.). Una didattica che punta oltre che a modalità nuove di accesso e apprendimento delle conoscenze, a far maturare competenze sociali, di cittadinanza, digitali.

A questo proposito rimando all’interessante articolo di Giuseppe A. Veltri su Medium:


Secondo argomento. Lo smartphone (ma anche i computer) ha effetti collaterali peggiori dei benefici. La prova: molti paesi (si suppone più saggi del nostro) li hanno vietati. Perchè lo fanno ? Perché distraggono!

Inoltre non vi trovo nemmeno una minima eco del crescente numero di ricerche realizzate in tutto il mondo, che dimostrano come gli effetti collaterali dell’uso del cellulare in classe (ma anche dei computer) ne superano di gran lunga i benefici. Sembra che gli estensori non siamo mai entrati in una classe in cui i ragazzi hanno i cellulari a disposizione. Come mai in Francia, Germania, Inghilterra, Stati Uniti e molti altri Paesi si è giunti a vietarne l’uso? Semplicemente perché l’attenzione, storicamente già così difficile da ottenere, si perde del tutto nell’uso che gli studenti ne fanno (è dimostrato) per fare tutt’altro.

Al massimo i cellulari si può farli usare se proprio non ci sono computer per ciascuno studente (ma non è questa proprio una delle ragioni per cui la Commissione ritiene utile l’uso a scuola?) da fare poche cose utili: “ studio del coding, dell’informatica, delle ricerche per imparare ad orientarsi nel mare magnum del web”

Vediamo di non fare confusioni: l’uso della Lim (la lavagna multimediale) o del Pc collegato alla rete per mostrare dati è un ottimo sussidio per il docente. Ma non lo è se lo maneggiano tutti contemporaneamente, diamine. Altro conto è dedicare lezioni precise allo studio del coding, dell’informatica, delle ricerche per imparare ad orientarsi nel mare magnum del web: ma questa è un’altra faccenda, ed è ovvio che in questi casi è fondamentale poter disporre di un’aula attrezzata con un computer per ogni studente. Ove non ci fosse, può andar bene anche il cellulare, ma solo in questi precisi casi.

In questo modo si mettono assieme le cose più diverse per dire che il Ministero va controcorrente rispetto alla presa di coscienza dei danni del Digitale. (Ma che c’entra il non mettere a disposizione le diapositive della lezione per obbligare gli studenti a prendere appunti e a non distrarsi?):

Per il resto, gli insegnanti e i docenti più avveduti sono del tutto contrari. Il prof Autore, un luminare della cardiologia internazionale che insegna alla Sapienza di Roma, avverte gli studenti all’inizio delle sue lezioni che non renderà disponibili le sue diapositive, per obbligarli a prendere appunti e a non distrarsi… Figuriamoci un po’. Il CEO della Virgin, Richard Branson, ha addirittura introdotto nel suo Gruppo l’uso del Digital Detox, almeno un giorno alla settimana in cui nessuno può usare un device elettronico. Mentre il capo di un grande Gruppo Internazionale (e non solo, perché il Digital Detox sta prendendo sempre più piede ovunque) cerca di acchiappare i buoi usciti dalle stalle, qui sembra si cerchi di farli scappare il prima possibile.

Mi chiedo, però, se il CEO della Virgin, nel resto della settimana permetterà o meno di usare le tecnologie digitali ai suoi dipendenti!


Il combinato disposto di giornalisti manipolatori ed esperti (un po’ creduloni, e che un po’ ci marciano) fanno poi il resto:

Key4biz. Nel documento del MIUR si parla di introdurre il cellulare anche nella scuola primaria… (?)
Alberto Contri. Questa è una follia bella e buona, un vero e proprio delitto, che testimonia purtroppo una palese ignoranza in campo neurologico e pedagogico. Neurologi e linguisti sono oramai unanimemente d’accordo nel sostenere che prima dei sette-nove anni occorre evitare di far mettere le mani sulla tastiera di un computer (figuriamoci di un cellulare, cosa che invece avviene già dai due anni in su). La scrittura a mano è fondamentale per aiutare il cervello a sviluppare un linguaggio strutturato. Altra cosa, va chiarito, è avvicinare i bambini ai principi del coding, tramite l’uso di cubi e forme colorate.I dispositivi digitali fanno male, non aiutano l’apprendimento anzi lo danneggiano; creiamo dipendenze, danneggiamo i ragazzi dal punto di vista psico-fisico.

Naturalmente, nel Decalogo non si dice niente di simile. Ri-leggere per credere.

E ancora. La possibilità di introdurre le tecnologie a scuola in modo regolato e guidato diviene nella polemica la sostituzione della scrittura a mano nella scuola primaria con quella sulle tastiere dei computer!

È del tutto evidente che i tasti quadrati del pc rimanderanno indietro impulsi tutti uguali per lettere tutte diverse, con i successivi problemi, come dimostrato dagli studi di Karin James. Ma forse al MIUR non li conoscono: nella scuola primaria si dovrebbe solo scrivere a mano.

Questa sembra essere l’idea che i critici, quando va bene, hanno della Commissione ( ma anche delle altre che lavorano al PNSD): al MIUR opera una banda di burocrati ignoranti se non addirittura prezzolati.

Che i più giovani usino il cellulare soprattutto per distrarsi, è un dato oramai assodato. Una ricerca pubblicata alcuni giorni fa, dimostra che il solo tenerlo in tasca durante un compito in classe abbassa il rendimento degli studenti sempre tentati di ricorrervi invece di concentrarsi su ciò che sanno. È lo stesso motivo per cui cito nel mio saggio, a supporto delle mie tesi, un pensiero di Patricia Greenfield, insigne psicologa dell’età evolutiva docente all’UCLA: “Ogni medium sviluppa abilità cognitive sempre a scapito di altre, per cui c’è da chiedersi se le nuove potenzialità di intelligenza visivo-spaziale valgano il prezzo dell’indebolimento dell’elaborazione profonda, che è alla base dell’acquisizione attenta di conoscenze, dell’analisi induttiva, del pensiero critico, dell’immaginazione e della riflessione”. E pensare che già nel 2009 la rivista di culto del web, Wired, riportava questo strillo in copertina: “Il sovraccarico digitale sta friggendo i nostri cervelli”. Perché allora dire addio al tema letterario in cambio di altri esercizi di scrittura che stimolino la crescita del pensiero critico, e poi auspicare nella scuola primaria l’uso di mezzi che lo indeboliscono per definizione?

Insomma, le tecnologie (non solo lo smartphone, ma lo smartphone suscita più scandalo!) distraggono, bruciano le nostre cellule grigie: ci preparano ad un futuro di “demenza digitale”, per dirla con Manfred Spitzer [Demenza digitale. Come la nuova tecnologia ci rende stupidi, Corbaccio, 2012], il cui libro è citato, non a caso, da Contri. Spitzer, in realtà, mette assieme tutte le nuove (e meno nuove tecnologie), piattaforme e servizi digitali: televisione, videogiochi, smartphone, portatili, i dvd, Google, i Social, il Cloud. La società che le nuove tecnologie ci preparano è una società di stupidi, insonni, depressi e dipendenti digitali.

Terrorismo digitale

Ora, terrorizzare le famiglie, come fanno “apocalittici” come Spitzer, sui pericoli che corrono i figli usando i dispositivi digitali (la demenza digitale), non porta da nessuna parte e rischia di essere controproducente. L’uso, come dovrebbero sapere gli eminenti psicopedagogisti che discettano sul tema, non è l’abuso.

L’integralismo terroristico non è mai una soluzione: perchè nessuno ti prende sul serio! Abusare di qualsiasi cosa, anche della televisione, presenta rischi, ma nessuno dice di vietare l’uso della Televisione ai bambini. Si chiedono regole e consigli di prudenza per un utilizzo sano e responsabile. Proprio quello che il Decalogo cerca di fare.

La lobby delle multinazionali Hi-Tech

Dietro questa spinta all’uso delle tecnologie digitali a scuola ci sarebbero poi gli interessi delle lobbies delle multinazionali delle tecnologie per vendere ovviamente più dispositivi (magari direttamente alle scuole) o per rubare i dati dei nostri studenti (Si legge anche questo! “Ma se gli studenti portano da casa i loro dispositivi, i loro dati le multinazionali Hi-Tech non ce li hanno già?” mi verrebbe da chiedere?).

Ci sarà una ragione, si sente dire, se Bill Gates, Steve Jobs limitavano l’accesso alla tecnologia ai loro figli, o i santoni della Silicon Valley mandano i figli in scuole dove le nuove tecnologie sono out? “Cosa sanno loro che noi non sappiamo?”

Che dire? Il cospirazionismo non è una malattia infantile dei sempliciotti, ma un deficit mentale che abbiamo tutti noi esseri umani, anche quelli più intelligenti e che la sanno più lunga.

Se poi si vuole suggerire (come qualcuno pure ha fatto) che i membri delle Commissioni che lavorano al PSND sono prezzolati e che (pur essendo a conoscenza dei rischi) se ne fregano del benessere, della salute mentale e fisica dei nostri figli, allora scendiamo ad un livello polemico che non mi sento di seguire!

Educazione digitale senza il digitale

C’è poi chi ritiene, come il Dott. Alberto Pellai (in un post sulla sua pagina Facebook, dal titolo “TERZA LETTERA ALLA MINISTRA FEDELI RELATIVA AL DECALOGO DEL MIUR SULL’USO DELLO SMARTPHONE IN CLASSE”) che la scuola possa educare al digitale senza usare le tecnologie digitali. Un training sul “sentito dire” e o sul “letto da qualche parte” che dovrebbe preparare il ragazzo alle “competenze digitali” che poi applicherà quando gli si darà in mano una tastiera e gli si permetterà di navigare autonomamente sul Web. In questo caso, mi pare di capire, si tratta solo di ritardare il più possibile l’uso della tecnologia (e degli smartphone in particolare), evitandone i possibili rischi in età “precoce”. E’ una scelta, non so quanto praticabile (anzi per me, ma è una mia opinione, del tutto irrealistica), ma comprensibile.

Ma questo, ancora una volta, il Decalogo non lo impedisce, ma anzi ne prevede la possibilità. Sta alle Scuole regolamentarne l’uso e attivare strategie alternative per raggiungere gli obiettivi di cittadinanza che la legge prevede.

La mia esperienza di docente delle secondarie superiori

Io nelle mie classi lo smartphone (assieme a tablet e portatili, che in questo dibattito sembrano interessare di meno i giornali), lo faccio utilizzare. Beninteso, se ce l’hanno già o in mancanza di altro, altrimenti usano le postazioni fisse, o i tablet della scuola, o altro materiale utile, o nulla di digitale. Leggere, scrivere o comunque lavorare con uno smartphone è poco pratico, ed è solo un ripiego, a meno di non utilizzarlo con applicazioni specifiche per attività particolari. Guardate, per esempio, come lo usa la collega Emanuela Pulvirenti per avere un’idea delle potenzialità per la didattica:

Ho classi di 23/25 studenti, un’aula con banchi disposti ad isola in cui i ragazzi lavorano in gruppo o assistono alle mie lezioni frontali classiche. Utilizzano, quando serve (e in una settimana può accadere una volta o due, in ore di 50 minuti) tablet, portatili e smartphone per navigare in Rete o per accedere ai materiali che metto sulla piattaforma Schoology, o per leggere testi digitali o per scrivere e condividere testi su OneNote, o per accedere ai programmi per realizzare mappe (concettuali, mentali, argomentative), ecc.

Francamente, devo dire che sono talmente impegnati nelle attività di lettura, scrittura, analisi o nel confronto con i compagni (tutte attività cognitive impegnative e serie, mi pare), che l’ultima delle mie preoccupazioni è quella che possano andare in chat o guardare video su youtube o realizzare video di qualche tipo! D’altra parte io ci sono, giro per l’Aula, mi basta un attimo per capire se lo studente si sta distraendo con qualcos’altro (ma questo capita anche senza che il distrattore sia uno smartphone: tutti noi siamo stati studenti prima che insegnanti e sfido chiunque a dire che non ci distraevamo perchè non avevamo gli smartphone!), ed eventualmente intervengo. Stanno a scuola 5 ore, utilizzeranno i dispositivi digitali, se è tanto, per 30/40 minuti. Continuano ad avere i loro quaderni, usano le tanto amate penne biro e scrivono, scrivono (ahi quanto scrivono!) a mano. Non hanno perso la manualità e non c’è rischio che la perdano in futuro!

Poi utilizzeranno i pollicioni a manetta per scrivere messaggini fuori dalla scuola, chatteranno ininterrottamente nel pomeriggio fra un esercizio di matematica e una traduzione di latino, e la sera in pizzeria con gli amici fra un boccone di pizza e un sorso di Coca Cola, ma questo francamente è un problema più generale della nostra società digitale; andranno su siti poco raccomandabili, su You tube a guardare i loro youtuber preferiti… possiamo dolercene, ma far finta che questa realtà non esista (nascondere la classica testa sotto la sabbia) e non attrezzare i nostri studenti a viverci con responsabilità e senso critico è un venir meno alla nostra responsabilità di educatori.

Ribadisco, si tratta di strumenti che possono distrarre. Ma qualsiasi cosa può distrarre (noi da bambini venivamo distratti dagli album delle figurine Panini o dall’amichetto che veniva ad invitarci a scendere a giocare al pallone) quando l’alternativa è dover mettere all’opera il cervello per studiare e approfondire; qualsiasi cosa può far “divertire” (spostare l’attenzione) se l’alternativa è la fatica e l’impegno. La Televisione, la Radio, lo Stereo non sono distrattivi?

La mia opinione

La mia opinione di docente che crede in un uso misurato, ponderato e finalizzato delle nuove tecnologie nella didattica, è che ci fosse bisogno di una cornice che permettesse alle scuole o ai docenti che già lo fanno, e a quelle/i che lo vorrebbero fare, di poter operare con il BYOD.

E’ vero che gli ultimi governi hanno puntato sul Digitale e sull’innovazione metodologico-didattica, dando diritto di cittadinanza e visibilità a sperimentazioni , teorizzazioni pedagogiche e buone pratiche che in sordina e in modo disordinato, senza finanziamenti e sostegni istituzionali si erano diffuse tra singoli docenti ed istituzioni scolastiche. Mi posso sbagliare, ma direi che su questo il Ministero si è mosso con cautela e prudenza, lasciando ampia libertà ed autonomia a scuole e docenti: incitando, sostenendo, incentivando, ma senza obbligare scuole e docenti a innovare a tutti i costi.

La Scuola italiana è sulla questione del Digitale (e non solo sul Digitale, come dimostra l’Appello sulla Scuola pubblica) spaccata in due. E’ inutile negarlo. In questa situazione, il peggio che si posso fare è imporre agli uni o agli altri l'uso di strumenti, strategie e metodologie didattiche che non usano, non padroneggiano e in cui non credono.


Aggiornamento 16.02.2018

Il presuntuoso anti-decalogo “evidence based”

Annunciato da squilli di tromba e campane a festa dei Tradizionalisti nei Social, è arrivato sui nostri Desktop (ma ne esistono copie rigorosamente cartacee, scritte a mano e in corsivo!) quello che Tuttoscuola ha enfaticamente chiamato l’Anti-decalogo dell’Associazione SApIE (Associazione pedagogica italiana), coordinata dal prof. Antonio Calvani dell’Università di Firenze. Documento che dichiara già nella premessa di essere una risposta al Decalogo sul BYOD.

Niente di nuovo sotto il Sole, verrebbe da dire a leggerlo. L’anti-decalogo riprende e rilancia le critiche rivolte all’uso delle tecnologie nella didattica: è distrattiva; turba le menti di giovani nella prima età formativa; è inutile dal punto di vista didattico, perchè non migliora le performances negli apprendimenti tradizionali; disattiva processi cognitivi e riflessivi; la “frequentazione eccessiva” sta producendo un’emergenza educativa nelle giovani generazioni; sostuisce la scrittura manuale e la lettura tradizionale ; le “buone pratiche” hannno prodotto solo esperienze di una “banalità sconcertante” — e già la scuola tradizionale ci ha abituato a prodotti di un’eccelsa profondità … .

In un caso, le critiche si avventurano nel predire scenari terribili a immaginarsi: docenti ( che già faticano tanto a) ancora più inabili a ottenere l’attenzione degli studenti e discriminazione sociale (sai quanto gliene frega agli studenti di invidiarsi i loro smartphone o tablet o portatili!).

I tanti docenti e scuole sul territorio nazionale che lavorano con le Nuove tecnologie? Sprovveduti e incauti che nulla sanno delle “informate evidenze” della Ricerca, con risultati didattici risibili.

A parte i membri dell’Associazione, sembra che nessun altro in Italia si avvalga di ricerche “evidence-based”. Men che meno i tecnici e gli esperti della Commissione ministeriale — a ‘sto punto, “esperti” non si sa di cosa!

Dall’Anti-decalogo emerge una visione delle Nuove tecnologie digitali come di un’arma pericolosissima che può causare danni irreparabili e terribili (anzi l’emergenza c’è già, dicono) da maneggiare con estrema cautela: solo docenti preparati ed espertissimi dovrebbbero poterla usare; e usarla solo in contesti mirati e con protocolli rigorosi per curare quei pochi casi in cui può essere utile.

Io tranquillizzerei, per quel che posso, quelli dell’Associazione. Le nuove tecnologie a scuola (e nelle scuole primarie ancor meno) vengono utilizzate pochissimo. Per dire, nella mia scuola, più di 600 studenti, quasi nessun docente, tranne il sottoscritto e pochissimi altri, utilizzano il BYOD. Le aule d’informatica vanno deserte o sono sottoutilizzate. La Rete va nel pallone se si attaccano più di 60 dispositivi contemporaneamente. Nelle scuole primarie della zona (e parlo del Trentino) pochissime sono le Aule 3.0, e anche quando ci sono, molti insegnanti non le usano o le sotto-utilizzano. Non credo che nel resto del Regno le cose siano molto diverse. Con buona pace degli allarmismi. Io mi chiedo, ancora una volta, di cosa stiamo parlando?