Reati informatici e social network: le leggi non bastano

La legislazione italiana è una delle più severe, ma i responsabili restano spesso impuniti

A cura di Giorgia Argiolas, Chiara Beria, Michela Cattaneo Giussani

Perché perdiamo il controllo dei contenuti che pubblichiamo in rete? Un argomento di stretta attualità, specialmente dopo i casi di cronaca che hanno coinvolto vittime di reati informatici come diffamazione, trattamento illecito di dati personali e istigazione all’odio. Nonostante la legislazione italiana sia una delle più severe, nei fatti l’effettività della sanzione viene spesso a mancare e i responsabili restano impuniti.

“E’ un’allucinazione mentale pensare che i giganti della rete, come Google e Facebook, operino con criteri etici — dice Alessandro Galimberti, presidente Unione Nazionale Cronisti Italiani al Glocal16 — I regolatori non possono essere anche produttori di tecnologie. Servirebbero regole condivise a livello mondiale e un’autorità internazionale che ne garantisca la corretta applicazione”. In realtà, i provider prevedono già meccanismi di controllo, per esempio i software che bloccano la diffusione di contenuti pedopornografici. Si tratta, però, di un meccanismo di autoregolamentazione che non necessariamente coincide con le norme previste dai singoli stati.

“Questi reati non nascono con Internet, ma il loro effetto si amplifica quando il contenuto diffuso diventa virale”. Ad affermarlo Marisa Marraffino, avvocato specializzato in cyber crime e docente alla Business School 24 Ore. Dello stesso parere Massimo Russo, managing director Digital Division Gruppo Espresso e Ceo Huffington Post Italia, che precisa: “L’istigazione all’odio non circola solo sui social, è presente anche nella comunicazione politica”.

In un mondo digitale che corre sempre più veloce, gli strumenti legislativi non possono permettersi di restare indietro. Su questi temi le leggi ci sono già, ma serve un’etica condivisa al passo con le trasformazioni della comunicazione contemporanea.

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