47 metri: al cinema gli squali tornano a far paura

Il film di Johannes Roberts, in Italia dal 25 maggio, scrive una nuova pagina di tensione nel rapporto tra Hollywood e i predatori acquatici

Cinema e squali: un binomio che si rinnova dal 1975, quando Lo squalo di Steven Spielberg diventava un’opera seminale per il panorama dei film in cui l’uomo è chiamato a scontrarsi con la furia di madre natura. Da allora, Hollywood ha declinato in tutte le salse i maestosi predatori acquatici: in ordine sparso, li abbiamo visti geneticamente modificati (Blu profondo), sguazzanti in un centro commerciale (Shark 3D), e sotto forma di demenziali fenomeni virali grazie al trash dei tornadi di Sharknado.

All’interno del filone, però, la vera tensione è tornata a serpeggiare solo di recente: l’anno scorso ad agosto è uscito Paradise Beach-Dentro l’incubo, in cui la bella surfista Blake Lively ingaggiava un tenace duello contro un grande squalo bianco; ora, alle porte dell’estate e non a stagione inoltrata, nelle sale italiane arriva 47 metri, che alza non di poco il battito cardiaco. La storia racconta di due sorelle (Mandy Moore e Claire Holt) in vacanza in Messico che si ritrovano intrappolate sul fondo dell’oceano in una gabbia antisqualo. “Problemini” da affrontare: la progressiva perdita d’ossigeno e, ovviamente, i pescioloni in agguato.

Zitto e nuota, nuota e nuota… 47 metri (2017)

Un concept semplice, capace di trasformare una situazione di relativa tranquillità (l’immersione) in uno scenario terrificante che non può non ricordare la coppia di sub alla deriva in Open Water. Ma rispetto a quel film, che traeva la sua forza snervante e soffocante dall’immensità del mare aperto, 47 metri ha una struttura narrativa più intrigante e piacevolmente originale, che non si serve dello stile mockumentary per aumentare il coinvolgimento.

Anzitutto, due terzi del film sono ambientati sott’acqua, una bella novità per tutta la tradizione. In più, il contesto in cui si muovono le protagoniste è duplice: al profondo blu, tanto vasto quanto claustrofobico e letale, si aggiunge infatti la gabbia, da una parte prigione mortale, dall’altra prezioso rifugio dagli attacchi degli squali.

Alla base c’è dunque un’ambivalente gestione dello spazio che si fonda sul cortocircuito tra immobilità e libertà, prima fonte di tensione che cresce grazie anche alla scelta di non rendere gli squali l’unico pericolo. Mettendosi nei panni delle due sfortunate sorelle, l’esito sembra uno solo, comunque la si voglia mettere. Se poi a topoi del survival quali l’attesa di soccorsi che non arrivano mai e l’immancabile cascata di sfighe, si unisce un gioco di confusione tra realtà e allucinazione, allora la cosa si fa davvero interessante.

Rispetto a Paradise Beach, avventura che via via regalava un’azione sempre più cinematografica, 47 metri cerca di mantenersi vicino al credibile dall’inizio alla fine ed è questa la sua forza. E nell’equilibrio generale del thriller (anche psicologico) si inserisce il buon lavoro nella gestione delle dinamiche tra le protagoniste, che si alternano nell’essere l’una il sostegno dell’altra: chi in una scena è il punto di riferimento a cui aggrapparsi, la scena successiva diventa la figura in pericolo, così da rendere ancora più incerte le ipotesi su chi si salverà.

Non era meglio starsene in albergo?? Mandy Moore in 47 metri (2017)

Non dico che il film vi farà riprogrammare le vostre vacanze estive dal mare alla montagna, ma un’oretta e mezza di ansia (quasi) costante ve la offrirà. A voi la scelta di chiudervi in una gabbia e immergervi ad ammirare i predatori più affascinanti e temuti di sempre.