Nato da un branco di Iene

Stasera in tv, il film che ha creato ufficialmente il mito di Quentin Tarantino

“Ve lo dico io di cosa parla Like a Virgin. Parla di una ragazza che rimorchia uno con una fava così. Tutta la canzone è una metafora sulla fava grossa”. “No, macché. Parla di una ragazza vulnerabile che se la sono sbattuta di sopra e di sotto, ma poi incontra un tipo sensibile e…”.

Conversazione qualunque all’interno di un diner, normalissima tavola calda di Los Angeles. Sei uomini in giacca e cravatta nera su camicia bianca, mentre fanno colazione parlano del significato di una delle canzoni più famose di Madonna, dell’etica del dare le mance alle cameriere, dei minimi sindacali e delle canzoni “Super Sounds” anni Settanta alla radio. Argomenti comuni, frivoli, da vita di tutti i giorni. Eppure quei sei uomini non sono uomini qualsiasi. Sono gangster, pronti a fare una rapina in una gioielleria dopo caffè e pancake con sciroppo d’acero. Sono Mr. Pink, Mr. White, Mr. Orange, Mr. Blonde, Mr. Blue e Mr. Brown. E sono i protagonisti del film che ha fatto conoscere al mondo la poetica geniale e controversa di Quentin Tarantino.

Le Iene è il primo film diretto da “cute” (soprannome tratto dalla fonetica delle sue iniziali, Q e T). Non aveva nemmeno trent’anni e veniva da due sceneggiature come quelle di Una vita al massimo, poi tradotta in film da Tony Scott, e Natural Born Killers, esperienza sfortunata per via dello stravolgimento che ne fece Oliver Stone. L’esordio alla regia di Tarantino (1992) ha prima entusiasmato il Sundance, poi mandato in delirio Cannes e infine il mondo intero. Stasera lo ridanno in prima serata su Tv8 e basta l’incipit per trovare una buona ragione di recuperarlo.

In quel dialogo iniziale, in cui personaggi “di genere” vengono inseriti all’interno di una realtà quotidiana per chiunque, c’è tutta la poetica di Quentin. Un regista che come nessun altro fagocita nel suo cinema riferimenti alla cultura di massa e all’immaginario popolare, li destruttura, personalizza e, soprattutto, li omaggia. Le Iene racchiude tutto ciò che vedremo in seguito nei film tarantiniani, tra cui l’amore per il pulp, l’ibridazione del noir classico americano con quello francese, una struttura narrativa a incastri, temporalmente dislocata, la chiacchiera come vero motore dell’azione e una violenza grafica, figlia di una profonda ricerca estetica.

Sin dall’inizio, Tarantino non ha mai voluto essere il canonico sceneggiatore hollywoodiano, autore di storie lineari in cui al pubblico viene spiegato tutto e subito. Lui con il pubblico e le sue aspettative ci gioca, ingannando e stupendo. L’obiettivo è non dare risposte o punti di riferimento e l’inizio di Le Iene è esemplare in questo senso: nel corso del dibattito su Madonna, la cinepresa ruota di 360° intorno al tavolo del diner, senza fornire coordinate precise su chi stia parlando (e infatti le voci dei protagonisti sono off screen sin dai titoli di testa). Solo alla fine, quando comincia la discussione sulle mance, Tarantino cambia stile di ripresa e ricorre ai primi piani sui protagonisti. È una strategia per familiarizzare poco alla volta con la geografia della location e con i personaggi, alla base di una scena lunghissima e che all’apparenza non c’entra nulla con quanto vedremo in seguito.

Non sappiamo ancora che Mr. White e soci sono gangster, né tantomeno sappiamo dell’esistenza di una rapina in una gioielleria. Il bello è che il colpo non lo vedremo mai, perché dopo il prologo veniamo catapultati nel magazzino in cui i criminali devono incontrarsi per dividersi il bottino. Lo stacco ci mostra Mr. Orange (Tim Roth) zampillante sangue e che urla di dolore sul sedile posteriore della macchina di Mr. White (Harvey Keitel, determinante nella realizzazione del film da diventarne coproduttore). Mr. Pink (Steve Buscemi), su di giri, li aspetta al punto di ritrovo. Non vediamo nulla della rapina, ma intuiamo che più di qualcosa è andato storto. La genialità del Tarantino sceneggiatore è tutta qui. E il magazzino, da questo momento in poi, sarà l’unico teatro della vicenda. Un vero e proprio palcoscenico (o santuario) su cui prende forma uno spettacolo di tensione, paranoia, tradimento e violenza, che raggiunge il climax quando Mr. Blonde (Michael Madsen) tortura il poliziotto prigioniero ballando sulle note di Stuck in the Middle with You, classico Seventies degli Stealers Wheel.

Una scena forte, controversa, che dura il tempo di una canzone e arriva dritta allo stomaco, risultando insopportabile persino a maestri dello splatter come Wes Craven e Rick Baker, usciti dalla sala durante la proiezione del film al Festival del cinema horror di Sitges, in Spagna. E sia chiaro: non potevano fare complimento migliore a Tarantino (come poi ribadito dallo stesso Baker), in quanto quelle immagini trasudano una ferocia reale, non fantastica come quella di vampiri o licantropi.

Quel che è peggio è che la scena, come tutto Le Iene, diverte urtando inevitabilmente l’animo. Il fastidio deriva proprio dalla bizzarra (e in un certo senso blasfema) comicità di un film pionieristico, dagli interpreti superbi e i dialoghi memorabili, che Tarantino, seguendo un invisibile filo conduttore, riproporrà 25 anni dopo in The Hateful Eight, che con Le Iene, al di là dell’atmosfera western, ha tanti punti in comune.

Se stasera non avete nulla da fare, avete trovato come riempire due ore.