Il dramma nel divario crescente tra Baby Boomers e Millennials. Alcuni dati.

“You get congressional and presidential action in a crisis. By keeping the markets elevated and blocking the market signal, than congress has been able to not really worry about entitlements. Everybody is happy, everybody is partying, we’re keeping this thing going. But just as it is for climate change, the clock is ticking.” — Stan Druckenmiller

Saturno devorando a su hijo di Francisco Goya (1822)

Non sono un corvo nero, né mi piace additare un qualsivoglia colpevole per una nube oscura all’orizzonte. Dentro la maschera del medico della peste (MBA), mi interessa invece osservare i sotterranei disfunzionamenti del meccanismo sociale e la conseguente ciclicità con la quale essi si manifestano.

Sotto questa luce metto giù per iscritto, come farei in un bloc-notes, alcuni interessanti dati sul divario demografico ed economico tra baby boomers e millennials negli Stati Uniti, così come esposti da Stan Druckenmiller in una conferenza del 2015. Il periodo storico da considerare corre dal 1960 al 2050. La successione dei dati segue il corrispettivo ragionamento e la formazione di nembi temporaleschi:

  • Dagli anni ’60, siamo partiti da circa il 28% di spese governative fatte sotto forma di pagamenti ad individui (sussidi statali) per giungere oggi al 68%.
  • Durante lo stesso periodo, il tasso di povertà senior è calato da 30 a 9. Una cosa buona. D’altro canto, il tasso di povertà infantile è aumentato da 21 a 23. Una cosa cattiva. (Sono decenni, i nostri, in cui non abbiamo avuto subito nessuna guerra né epidemia, forse per la prima volta, in favore di una rapidissima crescita industriale e tecnologica.)
  • Dunque, 23% dei bambini americani oggi nascono in povertà. In questa categoria, nella classifica dei 35 paesi industrializzati, gli Stati Uniti si piazzano al nº 34, tra Latvia e Romania.
  • Ora poniamoci un quiz. Se il governo federale spende $8.000 pro capite per ogni bambino (definito dai 15 anni in giù), quando spenderà per ogni anziano? La risposta è $44.000.
  • Quindi: $8,000 per un bambino, $44,000 per un anziano. Poniamolo in un’altra prospettiva. In media $0,08 di un dollaro di guadagno di un americano viene speso per aiutare un bambino, $0,44 per aiutare un anziano.
  • Da cui si evince come negli ultimi cinquant’anni una fetta della torta sempre e sempre più grande stia andando agli anziani. Ma questo non è né l’inizio né la fine del problema:
  • Molte persone hanno avuto figli nei primi anni ’50. Oggi siamo all’inizio di una fase in cui un boom demografico si sta trasformando in un grande cimitero.
  • Sempre più persone sulla via del tramonto stanno assaltando quella torta. Tra oggi e il 2050, gli over-65, che rappresentano la popolazione non attiva, crescerà del 117%. La popolazione attiva (18–65) crescerà solo del 17%. Stiamo assistendo a un enorme incremento iniziato nel 2011. Ogni giorno, nascono 11.000 pensionati, ma solo 2.500 nuovi lavoratori per sostenerli.
  • A un certo punto intorno al 2030, sorgerà un grosso problema.

Nei prossimi giorni chiederò a mio zio, che lavora all’INPS, un dettaglio sulla situazione italiana, che tuttavia dubito rifletta in modo tanto diverso quella d’oltreoceano. Sicuramente, i recenti risultati su tassi di povertà e carenza di risorse pensionistiche nel belpaese non ci fanno pescare lontano.

Prima di concludere, cerco di fare luce su una contraddizione, poiché come dicevamo questi dati non ci arrivano durante una fase storica di fuochi di batteria, semmai di fuochi d’artificio. Insomma, la ricchezza è stata creata. In particolare, voglio citare una precedente osservazione dello stesso Druckenmiller sul rallentamento nell’aumento dei tassi di interesse da parte della Fed americana, che nel 2015 erano ancora allo 0%. La critica dell’investitore americano è che anche dopo una crisi economica epocale sei anni di denaro gratis non possono che causare comportamenti irrazionali da parte di investitori e governi (così come accadde fino al 2007 con i subprime). In queste lande di marzapane gli investitori eccedono oltre l’alveo del rischio. I governi nei paesi in via disviluppo, dapprima disciplinati dalle imposizioni dei mercati, agiscono in modi in cui non avrebbero potuto agire pochi anni prima (es. Brasile, Turchia). Le multinazionali seguono strategie bizzarre, riacquistando le proprie azioni a prezzi di 2,5 volte più alti di qualche anno prima (dal 2010, $2 trilioni sono stati prestati per il riacquisto di $2.2 trilioni di azioni a un prezzo raddoppiato), aumentando i dividendi e gli stipendi ai dirigenti (ma non quelli dei lavoratori).

Insomma, se la teoria economica razionale vorrebbe che più facilmente si reperisce denaro, maggiori siano gli investimenti (a partire da quelli nella forza lavoro), sembrerebbe invece questi soldi vengano spesi piuttosto per manovre di ingegneria finanziaria, come M&A e share buybacks (di cui il nostro decennio è colmo). Da cui una stranezza sistemica: quando i prezzi si alzano, tutti comprano; quando scendono e sono scontati, tutti vendono o comunque smettono di comprare.

Detto questo, benché l’S&P 500 che corre al ritmo del 18,4% in un’economia che cresce al 2,5% sembrerebbe illustrare una festa piuttosto animata, il mercato americano non è in una fase di ubriacatura assoluta, anzi, si trova all’interno di equilibrati parametrici storici:

Il problema su cui bisognerebbe forse porre l’accento è che, al contrario degli anni passati, la classe media a questa festa non sta partecipando. Così questo sistema economico non appare versato né preparato ad equilibrare da sé entro il 2050 una società completamente scissa tra tanti baby boomers bisognosi e pochi millennials dimessi:

Lo Stato, d’altra parte, sembra impegnato a risolvere crisi di bilancio di responsabilità passate per preoccuparsi di manovre a lungo termine. Mi fermo qui. Conosciamo tutti il problema della governance, di una generazione di politici impreparati, della maldistribuzione delle risorse... Ricordiamoci però che in tutti giorni di abbondanza ci si indebita con il futuro, un debito che qualcuno prima o poi dovrà pagare. La linfa di precise conseguenze geopolitiche (es. Turchia) e del populismo, non a caso, sbocca sempre nella storia da una crisi socioeconomica, quasi come una scossa della società volta a riequilibrare (in modo non per forza efficace o razionale) un qualche problema sistemico.

Per quanto colloquiali, dai fulmini lanciati da Druckenmiller si può trarre qualche verità — e molte domande. È il dramma pensionistico e demografico odierno qualcosa che non è mai stato affrontato nella storia moderna? O siccome un welfare strutturato è una creazione recente, siamo solo iniziando a comprenderlo e a strutturarlo meglio sull’onda dei mutamenti generazionali? L’uso discutibile che il mercato sta facendo della ricchezza creata e la maldistribuzione di tale ricchezza tra gli attori sociali sono elementi che andranno a complicare il dramma, invece che alleviarlo?

Certo, la lungimiranza non è il punto forte di questi ultimi decenni. L’imprenditore illuminato è tornato a fare l’imprenditore caritatevole, come nel 1800. (D’altronde, Dickens potrebbe senza troppe difficoltà scrivere A Tale of Two Cities proprio oggi.) Mentre la politica non sembra avere più tra le mani il compito di salvaguardare il futuro, ma sbrogliare le intricate matasse del presente. E quando non vi sono problemi e i conti alla sera più o meno tornano, nessuno sotto la luna si trova in mezzo ad alcuna responsabilità.

Rammentiamo a noi stessi che in Italia è proprio durante gli anni della crescita economica degli anni ’80 e ’90 che il debito pubblico è aumentato, invece che diminuire. Se fino al 1970 il nostro debito pubblico si manteneva tra il 27% e il 34% del PIL, per raggiungere il 62% nel 1980, una cifra giustificata dal consolidamento dello Stato sociale e oggi ammessa dai limiti delle normative europee, nel 1994 esso saliva sorprendentemente al 121,80%. In quegli anni, il nostro paese ha accumulato un debito enorme, che tutt’oggi costa in interessi circa 70 miliardi di euro l’anno. Si legge nel Libro verde sulla spesa pubblica, a firma del ministro dell’Economia e delle Finanze (settembre 2007): “Proprio negli anni in cui il debito più lievitava, l’Italia ha gravemente impoverito il capitale; e oggi la crescita è lenta anche perché l’accumularsi di quel debito non è stato, purtroppo, accompagnato da un corrispettivo aumento degli investimenti in infrastrutture materiali e immateriali.

Ma non voglio fare l’opportunista con i dati. Tastiamo piuttosto il terreno della riforma fiscale Trump, e quindi l’abbassamento delle tasse per le aziende. Se inizialmente io stesso la appoggiavo sulla base della funzione meno tasse = più investimenti, assunzioni e produttività, riscrivendo qui i dati di Druckenmiller mi sono ricreduto. Non sono un economista, ma a fronte di una stagnazione nei salari (con i capital gains tassati alla metà di un salario), della povertà crescente della popolazione dovuta alla diminuzione della classe media, e all’enorme necessità di entrate fiscali per lo Stato e il welfare, siamo sicuri che abbassare le tasse alle aziende americane, gli unici attori che possono a questo punto essere tassati, risulterà efficace? Soprattutto se la storia (e la natura umana) sembra avvertirci che anche regalando il denaro questo non viene reinvestito nella società (la disoccupazione negli USA è già di per sé ai minimi storici) ma utilizzato per fare altro.

D’altra parte, le circostanze in Italia appaiono diverse, con troppa domanda e poca offerta nel mercato del lavoro e aziende supertassate. Motivo per cui andrò a trarre maggiori informazioni sul problema pensionistico e demografico e ne parleremo in seguito.

Lascio a te la battuta, Nico.

(Qui l’intervista completa:)

Un’interessante soluzione al problema pensionistico americano: forzare il risparmio gestito:

Like what you read? Give Gabriele Nordio a round of applause.

From a quick cheer to a standing ovation, clap to show how much you enjoyed this story.