Il “pugno” di Duterte e l’impunita dittatura Filippina

Mentre l’Occidente assiste al “revanscismo” di destre nazionaliste, seppur nella loro versione 2.0, in un clima di doppiezza fatta di stupore e allo stesso tempo di complicità, più a Est, nell’Arcipelago delle Filippine, si assiste ormai da tempo ad una dittatura ignobile e inspiegabilmente tollerata.

Chi non avesse familiarità con il nome di Duterte potrebbe forse tirar fuori dai “cassetti della memoria” il ridicolo caso di quell’uomo di media statura, capace di pronunciare un sonoro “figlio di p…” al carismatico Barack Obama; sonoro quanto vigliacco, se pensiamo che sia stato gridato con comica altezzosità da migliaia di Km di distanza.

Le prassi del suo governo sono state oggetto di critiche anche forti da parte di organizzazioni umanitarie e opposizioni, per poi però cadere nell’oblio e nella dimenticanza in maniera alquanto celere e triste.

Brutta copia dell’idea schmittiana del Sovrano come “stato d’eccezione”, capace di sospendere le leggi per riportare l’ordine dove regna il caos, la dittatura di Duterte, o Du- Thirty, come viene spesso chiamato quest’ultimo, attraverso un gioco di parole e di consonanza (trenta sono stati tra l’altro gli anni in cui è stato sindaco nella città di Davao), obbliga piuttosto al silenzio, anche quello totale della morte. Il tutto senza che i mezzi utilizzati siano quelli giusti e necessari, e spesso senza che lo siano le motivazioni e gli obiettivi.

D’altronde, come poter definire in maniera nobile e virtuosa “giustiziere” colui che fa uccidere a pagamento cocainomani e spacciatori, senza giusto processo? Per quanto corretta la necessità di un provvedimento penale, risulta illegittima e immorale la punizione, di cui i diretti responsabili si lavano le mani così come viene lavato il loro peccato da una comunità internazionale apatica, forse perchè poco interessata alle vicende di una nazione che ha poco da “offrire” (secondo i più autorevoli leader mondiali).

Intanto il capo filippino usa nella piena libertà il “pugno” duro contro la sua gente (quello del pugno, teso e in avanti, è un gesto tipico che Duterte compie in presenza dell’esercito), lasciando le sue impronte su vittime innocenti o su piccoli pregiudicati, mentre gigantografie e manifesti esaltano la sua immagine e incutono timore alla popolazione (la maledetta paura di sentirsi osservati nel pieno del loro dissenso), in un aperta opposizione tra “culto del capo” e fede cristiana, scoraggiata da un governo che si mostra invece desideroso di combattere la Chiesa e i cattolici (l’80 circa della popolazione, sic!).

Eppure, si sa, guai all’uomo elevatosi a Dio e postosi al di sopra delle leggi. Ma per ora, al resto del mondo, non interessa più di tanto.

DAVIDE LAURETTA

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