Storia di N.,

scricciolo in fuga

N. è uno scricciolo di donna da poco maggiorenne con una t-shirt che un tempo dev’esser stata celeste, una gonna lunga che la copre fino ai piedi. In realtà lei non aveva problemi a farsi fotografare in faccia: siamo noi che le abbiamo chiesto di voltarsi, quando Antonio ha iniziato a scattare.

Lei ha avuto il coraggio di andare in tribunale a testimoniare contro i suoi stupratori, che cosa vuoi che sia una foto, in confronto; e che cosa vuoi che sia raccontare tutto di nuovo, a noi sconosciuti bianchi venuti da lontano.

Certo, al suo villaggio ora non può più tornare, la piccola N.: e per questo dopo il processo ai suoi carnefici è venuta a stare qui a Wuchale. Prima è andata a fare la donna delle pulizie, ma con i 300 Birr di stipendio mensile — una quindicina di euro — non riusciva nemmeno a sfamarsi.

Adesso vende canne da zucchero per strada e va meglio, dice: in media tira su una quarantina di Birr al giorno, un po’ meno di due euro. Con quelli si paga una stanza da letto, il cibo e la speranza di andare ancora più lontano.

A Wuchale, del resto, non ha nessuno: il padre è rimasto al villaggio con la sorella più piccola e viene a salutarla un paio di volte al mese; la madre è emigrata sei anni fa in Arabia Saudita e ha saputo tutto al telefono.

Anche N., appena avrà i soldi per pagare un broker, attraverserà il mare di Gibuti per fare la cameriera ai sauditi: «In questo Paese non ci voglio più stare», dice, «qualsiasi cosa ci sia di là».

Alessandro Gilioli


One clap, two clap, three clap, forty?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.