Cataffo

di Alfredo Martinelli (1 di 6)

foto di Alfredo Martinelli

Indispensabili orpelli per non bagnarsi di brina e terra umida, le buste da supermercato ai piedi producevano un fastidioso biascichìo di foglie secche, erba e rametti morti.

A Pasquale poco interessava, sui pendii di boscaglia rarefatta intorno al paese non c’è mai nessuno.

Una decina d’anni prima gli ultimi due cacciatori s’erano sparati a vicenda. Inutile tenzone per stabilire chi avesse abbattuto la poiana contesa. Ora condividevano la stanza nella casa di cura comunale, insieme ad altri due posseduti da demenza senile.

Trovare le trappole piene, questo era l’obiettivo quotidiano. Grandi poco più d’una mano, le spargeva ovunque. Alcune sempre nei soliti posti, quelli ritenuti ad alto traffico, altre le spostava in base a regole ben precise, che contemplavano la stagione, l’umidità del territorio, gli sbalzi termici, la media e la mediana delle temperature fra la notte e il dì. Erano tutte costruite da lui. Aveva iniziato con quelle acquistate, ma dopo poco s’era reso conto che con piccole modifiche avrebbe potuto incrementare l’efficacia. Da lì a studiarne di personalissime, nelle forme, colori e sistemi di chiusura, il passo fu breve.

Aveva all’attivo circa sette modelli differenti per un totale di trentatré strumenti di cattura quotidianamente attivi. L’ospite aveva sempre una gran fame e cresceva a vista d’occhio. In realtà di pari passo alle misure, crescevano per dimensione e intensità d’odore anche gli escrementi. Per questi però non s’avventurava all’esterno, li smaltiva direttamente nella tazza del bagno di servizio. Portarli fuori avrebbe dato troppo nell’occhio. Le piccole prede agonizzanti, le chiudeva in buste della spesa simili a quelle ai piedi. Più volte rigirate nella plastica e ben riposte nelle ampie tasche dei pantaloni con le pence, morivano d’asfissia dopo pochi minuti.

Verso il finire del giro di raccolta, quella mattina aveva iniziato a soffiare uno strano vento secco, poco usuale per essere verso metà settembre. La raccolta era stata scarsa, un solo insignicante topino già morto da parecchie ore. Seduto su uno spuntone di roccia era indeciso se conservarlo insieme agli altri o gettarlo. La scelta gli aveva occupato l’intero pensare, al punto da non rendersi conto d’aver sporcato i pantaloni sul muschio, lasciando le gambe penzoloni sul lato nord della roccia.

Fu durante le manovre di pulizia con un vecchio fazzoletto impregnato di sputo e sudore, che notò sulla lontana strada la signora Annamaria avvicinarsi a passo incerto allo scuolabus parcheggiato sul bordo della carreggiata.

>> Cataffo (2 di 6)

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