Il rumore degli angeli

Cap. 4 — Arriva la RAI!

E niente. Per oltre un’ora il maresciallo Parodi aveva parlato con Tommaso Ortona e non era venuto a capo di nulla: cercava qualche traccia, qualche indizio, qualche idea; Ortona l’aveva ricevuto in pantaloni panna e giacca blu scuro, e l’aveva fatto accomodare nel salotto, luminoso e arredato con gusto: una grande porta finestra con tende panna semitrasparenti dava sul giardino; lungo due pareti, un divano a elle in pelle chiara con davanti un basso tavolinetto in metallo e vetro, sul quale la vecchia donna di servizio aveva posato un vassoio d’argento con due caffè; i quadri alle pareti erano scorci del golfo di Napoli, tranne uno che raffigurava un paesaggio collinare tipico della zona. Una libreria con scaffali ondulati ospitava, tra le altre cose, una smart TV a 50 pollici e diverse foto della famiglia Ortona: Tommaso con la moglie Adriana, oggi poco più che quarantenni e insieme dai tempi del liceo, e Saverio, il figlio tredicenne iscritto alla seconda media della Giovanni Verga e sparito con gli altri ragazzi quella stessa mattina. Tommaso Ortona l’aveva ricevuto da solo, la moglie aveva preferito non farsi vedere ed era rimasta al piano di sopra. Dopo poche frasi di empatia con la famiglia e di impegno a chiudere la vicenda nel più breve tempo possibile, iI maresciallo era andato dritto al punto: si chiedeva se qualcuno, in paese o fuori, avesse motivi di attrito o di rivalsa nei confronti degli Ortona; sapeva bene che quella era una famiglia ricca, con interessi in quasi tutta la regione nel campo del commercio agroalimentare e dell’allevamento: i prodotti del territorio venivano venduti a diverse aziende della grande distribuzione che operavano nella regione e anche nel nord Italia; tutto legale, ma in quel campo non era difficile farsi dei nemici: il maresciallo aveva dovuto intervenire, qualche anno prima, in una disputa su proprietà di terreni proprio con gli Ortona coinvolti, perchè c’era ancora la pratica dell’usu capione; molti piccoli produttori erano spesso danneggiati dagli accordi tra i grandi proprietari e la grande rete di distribuzione: di fatto c’era il latifondismo in quel territorio, e la cosa più amara era che una pratica tanto antica, altrove morta, stroncasse il futuro di una giovane realtà contadina che non interessava a nessuno. Ma proprio su questo Ortona era stato chiaro col maresciallo: lui come imprenditore aveva una sua etica; pagava regolarmente i suoi contadini, e più volte aveva chiuso un occhio di fronte a fittavoli inadempienti o mezzadri che si imboscavano parte del raccolto, perché sapeva che dovevano tirare fine mese. “Chieda in giro, nessuno le parlerà male di me: faccio i miei interessi ma non sono uno squalo. Ho tirato via dalla miseria tante di quelle famiglie…”. E il maresciallo sapeva benissimo che non c’era bisogno di chiedere: stava lì da più di 10 anni, e la reputazione del giovane Ortona era irreprensibile: appena laureato aveva iniziato a lavorare col padre al patrimonio di famiglia e l’aveva ampliato, tanto da diventare un nome abbastanza noto nell’agroalimentare anche fuori dalla provincia; ma questo non gli aveva impedito di essere amato nel paese, nonostante il passato politico di suo nonno e alcuni rancori mai sopiti tra suo padre e alcuni coetanei, ma in un paese dove una sola famiglia possiede praticamente tutto, quello era nell’ordine delle cose.

Il maresciallo tornò svuotato. Aveva mandato tutti gli effettivi a sentire anche le altre famiglie, ma non si aspettava niente. Arrivato in piazza De Nicola, davanti alla caserma CC, ebbe un’altra sgradita sorpresa. Una troupe del TG3 Campania gli stava venendo incontro: un ragazzo con la telecamera in spalla e una donna trentenne con voluminosa chioma bruna e tailleur grigio scuro avanzavano in assetto di guerra verso di lui. “Belin, han faetu fitu” (*), sibilò tra i denti. Il problema era che qui non poteva nemmeno dire le solite frasi di circostanza: non avere una spiegazione ci poteva anche stare a poche ore dal fatto, ma 29 ragazzi spariti senza logica era roba che non riusciva nemmeno a pronunciare; che cacchio gli poteva raccontare a quelli? Oltretutto, aveva visto Walter Bonaiuto, giornalista della Gazzetta del Sannio, aggirarsi lì intorno: sapeva che una frase fuoriposto con quello scribacchino sgrammaticato poteva costargli un titolone in quello che, piacesse o no, era uno dei giornali locali più letti. Lo cavò d’impaccio il suo superiore diretto, il capitano Voiello, che sbucò dal nulla all’improvviso: “Dica signora…” con un sorriso amichevole ma che assomigliava molto a un muro, si era frapposto fisicamente tra maresciallo e giornalista in tailleur. Conosceva il carattere del suo sottoposto e non voleva più casini di quanti già ne avessero.

Mezzora dopo, capitano e maresciallo erano uno di fronte all’altro, in mezzo a loro la scrivania dell’ufficio di Parodi. Il capitano era arrivato praticamente insieme alla troupe televisiva. Era un tipo autoritario ma rispettoso delle persone e dell’anzianità di servizio: nonostante le rispettive spigolosità, i rapporti tra lui e il maresciallo potevano dirsi buoni.

“Ho ricevuto ordini dal comando e preso accordi con la pretura maresciallo: per come si mette questa storia e per come è fatto il territorio qui intorno, lei non può condurre questa indagine da solo. Per questo il comando ci ha accordato dei rinforzi, tutti colleghi dell’Arma e tutti del territorio”

“Ah ecco, qui l’alieno sono io” pensò il maresciallo, ma non lo disse.

“Sei ragazzi dei carabinieri forestali arriveranno stasera da Benevento, possono alloggiare nella caserma. E anche io mi dovrò sistemare qua per qualche giorno, il tempo di avviare le indagini, poi vediamo”.

Poteva anche essere una conseguenza per avere sfanculato il colonnello di Napoli qualche ora prima. E comunque, il maresciallo non capiva che aiuto potessero dare dei forestali in un caso di sparizione di minori. “Era meglio l’intervista TV” pensò di nuovo. E di nuovo, non lo disse.

(*) In genovese: cacchio, ci hanno messo poco

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