Tredici più uno

di Flavio Ignelzi (4 di 6)

Il pulmino era vuoto e a Evaristo aveva iniziato a montare un grumo di agitazione dallo stomaco su, fino alla gola.

Aveva accostato alla cunetta, tirato il freno a mano, azionato le quattro frecce e col motore ancora borbottante si era alzato e si era fatto due volte il corridoio del pulmino, avanti e indietro, avanti e indietro, per essere sicuro che i bambini non fossero nascosti da qualche parte. Magari gli stavano facendo uno scherzo.

Niente. Non c’era nessuno. Il pulmino era veramente vuoto.

Gli uscì un’esclamazione che era quasi una bestemmia per come accostava la Madre di nostro Signore alle parti basse dell’anatomia umana.

Si mise le dita nei capelli perché così aveva visto fare alle vecchie del paese quando si disperavano ai funerali, e perché non capiva cosa stesse accadendo, e perché non sapeva cosa fare. Prese il suo cellulare e ragionò su chi potesse chiamare e su cosa potesse dire per farsi prendere sul serio, per non sembrare pazzo. Non gli venne in mente né l’uno né l’altra.

Fissava la tastiera spenta del suo Motorola, mentre gli stava salendo anche una nausea che gli consentiva a malapena di pensare, quando udì gli strilli, le risate e gli schiamazzi di bambini arrivare dall’esterno, da fuori il pulmino.

Lanciò lo sguardo oltre i finestrini incrostati di ruggine e vide i bambini che correvano tra gli alberi; a occhio e croce c’erano tutti e tredici, non mancava nessuno: si stavano inoltrando nel bosco inseguendosi e strillandosi addosso.

“Ma cumm cazz siti scisi tutti quanti, all’animaechivebbiv?” abbaiò l’uomo liberando rabbia e preoccupazione. Aprì le portine e filò verso di loro.


Rosaria e gli altri si riunirono al centro della piazza. Non mancava nessuno, c’erano tutti quelli che si aspettava di trovare. Carlo e Dorina e Matteuccio e Salvo e Gino e Nuccia e Sandra e i coniugi Bricchi e Maurizio e Vanni con la fascia tricolore a tracolla perché nel frattempo era diventato sindaco, e poi tutti gli altri, una moltitudine che invase lo slargo lastricato da tutte le vie d’accesso e si radunò al centro sotto al leccio.

Nessuno che parlava e nessuno che chiedeva.

Tutti fermi così.

Il primo rintocco della campana rimbombò nelle valli e scrollò la quiete dalle coscienze e dai tappeti dei salotti delle abitazioni in pietra calcarea. Gli altri che seguirono, parecchio distanziati l’uno dall’altro, benedissero l’intera piazza col loro passo lento. Le donne più anziane si fecero il segno della croce per un riflesso condizionato radicato nei decenni.

Arrivò padre Michele, nel suo abito talare nero stinto e i paramenti viola, e la folla si aprì per farlo passare come il mar Rosso fece con Mosé. Quando giunse al centro, certo di avere l’attenzione di tutti, appiccò il primo fuoco.

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