Ha da accendere?

Sono passati parecchi anni e un certo numero di metamorfosi. Per dirne una, all’epoca fumavo.
Ma, per quanto venga facile ipotizzare il contrario, il fatto che ho smesso è del tutto indipendente da questa storia.

Vivevo da poco al nord, e il desiderio di riuscire a campare me e la mia famiglia facendo solo il lavoro che mi piaceva e per cui avevo studiato mi induceva a passare serate in riunioni e iniziative culturali per frequentare il giro dei colleghi nelle mie condizioni, ma anche di quelli più anziani di me e più avviati. Questo accadeva perlopiù in coda a lunghe giornate in cui mi dividevo fra i libri e i due o tre lavori che facevo nell’attesa della svolta.
L’impegno di quella sera era andato per le lunghe più del previsto. Passata da un bel po’ l’ora di cena, avevo perso l’ultimo pullman e attraversavo la città verso la stazione nella speranza di trovare ancora un treno per casa.
Non capitava spesso che la nebbia arrivasse fin dentro la città, ma quella sera percorrevo le vie del centro facendomi largo in quella nuvola fredda che sfumava i contorni di strade e piazze che pure conoscevo ormai abbastanza bene. Non accadeva spesso nemmeno che il corso fosse così deserto: probabilmente la nebbia, insieme alla finale di qualcosa in televisione, aveva tenuto la gente chiusa in casa.
Forse fra un po’ sarei entrato finalmente sotto le coperte, o forse sarei stato ancora in giro a cercare un modo per tornare a casa, ma ero così esausto che decisi che mi sarei posto il problema soltanto davanti al tabellone della stazione. Piuttosto, quello che desideravo in quel momento era una sigaretta. Tirai fuori le mani dalle tasche per il tempo necessario ad aprire leggermente il giaccone con la sinistra e cercare con la destra il pacchetto nella tasca interna. Presi una sigaretta fra le labbra, riposi il pacchetto e infilai di nuovo con premura le mani nelle tasche calde. Frugai nell’una e nell’altra in cerca dell’accendino.
Niente di qua. Niente di là.
Imprecai. Ero sfinito e non sapevo quando sarei tornato a casa. Una sigaretta non avrebbe risolto nessuno dei miei problemi, ma sarebbe stata una piccola consolazione. Piccola e provvisoria, per chi avesse voglia di sottilizzare, ma certo quello non ero io.
Quando da un vicolo laterale spuntò una figura, sperai in una possibilità di avere un fiammifero. Mi diressi verso la figura accelerando il passo prima che s’infilasse sotto i portici. Può darsi che imbatterti in uno sconosciuto che ti corre incontro nella nebbia non sia la circostanza più rassicurante: la ragazza mi passò davanti e scartò a sinistra per evitarmi mentre le puntavo il dito dicendo “scusi, avrebbe da accend…”
Sbuffai e una nuvola di fiato si mescolò con la nebbia. S’impiccasse, magari non fumava nemmeno. E comunque prima o poi qualcun altro sarebbe pur passato di lì.

E infatti non ci volle più di un minuto prima che si presentasse un’altra occasione.
Nell’alone verdolino della farmacia in fondo, ebbi l’impressione di vedere sempre meno confusa una nuova sagoma, che stavolta si muoveva verso di me. Facendo tesoro dell’esperienza di poco prima, mi spostai sulla sua traiettoria gradualmente, evitando virate troppo brusche. Passo dopo passo realizzai che si trattava di un uomo. I bordi della sagoma scendevano dritti dalle spalle: dunque indossava un impermeabile. Dalla lucina rossa che si accendeva e spegneva al centro del volto, era evidente che stesse fumando. Dovevo solo giocarmela con più attenzione.
Mentre ci avvicinavamo calcolavo mentalmente il punto nel quale gli sarei stato abbastanza vicino da potergli fare la mia richiesta con voce meno perentoria possibile, e insieme abbastanza lontano da non superare qualche genere di distanza di sicurezza psicologica: calcolo di straordinaria complessità, in considerazione del fatto che la nebbia smorza le onde sonore e che la distanza minima per non avvertire come una minaccia la presenza di un altro essere umano in una strada deserta e semibuia è soggetta a una certa variabilità interpersonale.
“Buonasera, mi scusi: ha da accendere?”, domandai soave mostrandogli la sigaretta spenta fra indice e medio.
Lui si fermò. La sciarpa sulla bocca e il cappello calato sulla fronte mi impedivano di distinguerne i tratti. Ma aveva i baffi.
Annuì e affondò lentamente una mano nella tasca dell’impermeabile.
“Non si agiti”, disse senza guardarmi.
Dapprima mi domandai se avessi capito bene. Poi sorrisi e feci per domandargli cosa intendesse, ma il sorriso mi si congelò sulla faccia e la domanda restò strozzata.
L’uomo estrasse dalla tasca una pistola, la portò all’altezza del mio viso e premette il grilletto.

Clic.
La canna della semiautomatica sputò una fiammella. L’uomo, facendole riparo con l’altra mano, la avvicinò alla mia bocca. Ripresi fra le labbra la sigaretta e aspirai tre volte fino a che non vidi la punta incendiarsi nel buio.
Lui allentò la presa sul grilletto e la fiammella si spense.
Soffiai una nuvola più calda e più asciutta di quella di prima.
L’uomo rimise l’arnese in tasca, mi disse cortese “Buonasera” e riprese la strada alle mie spalle.
“Grazie molte”, feci io.
Tirai una boccata, guardai l’orologio e mi riincamminai realizzando che non avevo ancora mangiato.
Chissà se l’ultimo treno era già partito.

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