Irish coffee, ragazze innamorate e il flauto di Matt Molloy

G. mi fermò per la strada, aveva l’aria di cercarmi da un pezzo: “Avevo proprio bisogno di parlarti!”
Cosa le era preso? Non era mai capitato che avesse bisogno di qualcosa da me.
“Ti ho visto, l’altra sera al Sing Out: così sei amico del violinista?” mi fece.
“Oh, beh” feci io. “Diciamo che lo conosco abbastanza, sì. Perché?”
In realtà quella sera l’avevo visto per la prima volta, era venuto a suonare al locale con un gruppo con flauti, arpa celtica, bodhran, violino. In quelle serate capitava che intervistassi i musicisti per la radio e che mi intrattenessi con loro a bere una Guinness molto oltre lo spettacolo.
“Devi assolutamente presentarmelo. Ma hai visto quanto è figo?”
(Qui è probabile che i ricordi mi ingannino: in quei tempi nella mia città vigeva ancora strettamente la forma “fico”, con la “c”; ad ogni modo.)
“Beh” dissi “sì, non è che sia impossibile, ma…”
Ma, cosa? Che ti costa?”
“No, sai, è che lui è di Roma…”
“E che problema c’è? Non andrai mai a trovarlo? E lui non torna più qui?”
Sbuffai. G. mi guardava nella speranza di una parola. Anzi, non era speranza. Sapeva che avrei ceduto e aspettava.
Mi venne un’idea.
“Senti”, le dissi. “So che tornerà il mese prossimo al locale.”
Era vero: era uno strumentista coi fiocchi, suonava in parecchie formazioni di musica irlandese. Sarebbe tornato di lì a poco con un gruppo senza arpa.
“Facciamo che combiniamo una cosa tipo che tu sei al tavolo con me, e alla fine dello spettacolo te lo presento” proposi.
“Grande” fece G. eccitata come se non se l’aspettasse dall’inizio. “Ma di che parliamo? Che gli dico?”
“Beh, senti, il suo argomento è la musica. Tu quanto ne sai di musica irlandese?”
“Un accidente! Non saprei da che parte cominciare.”
Restai lì qualche secondo ad aspettare che lo dicesse.
“Devi prepararmi. Devi pensarci tu!”
Ecco qua.
“Ma prepararti come? Cosa vuoi che ti faccia, un corso intensivo di musica irlandese?”
“Sì, una cosa del genere, ma non proprio. Basta che mi dai qualche informazione su quello che fa, quanto basta per fare conversazione. Poi starò attenta io che l’argomento non si sposti verso direzioni dove non saprei muovermi. Dai, qualche informazione. Mica devo sembrare l’esperta, devo solo attaccare bottone.”
“Guarda che lui è uno importante. Non puoi chiacchierare così, tanto per fare, devi sapere cosa dici.”
“Appunto” fece G. senza schiodarsi. “Cosa dico?”
Soffiai un po’, e lei lo prese come una resa. Sorrise soddisfatta.
“Allora” iniziai col tono che usa l’allenatore col pugile. “Lui è stato parecchio tempo in Irlanda. Ha suonato con tutti quelli veramente importanti…”
G. mi guardò con gli occhi sgranati. Annuii: “Tutti.”
“Dimmene qualcuno! Fammi un nome, almeno” supplicò.
La guardai nella breve e densa pausa che annuncia le rivelazioni.
“Matt Molloy.”
“Matt…?”
“Molloy”. Lo dissi lento e quasi elastico, come un’onomatopea.
“E chi è?”
“Oh, beh… Matt Molloy è uno che suona un flauto traverso di legno che ha un suono davvero magico. Non hai mai sentito niente del genere, fidati.”
Ma a una donna innamorata, di un suono magico non gliene frega niente. “Splendido, grazie! Ma secondo te se gli faccio vedere che lo so faccio una bella figura?”
“Scherzi? Un figurone.”
Rise, euforica.
“Senti, però…” restò sospesa e la guardai in attesa di un disastro. “Però devi farmi un favore. Fammi ascoltare questo Matt Molloy. Così almeno so di cosa parlo. Vuoi che si accorga che sto barando?”
Aveva superato un limite invalicabile. I dischi non si prestano. Quello, in particolare, non si presta a nessuno. Un vecchio L.P. con Donal Lunny, pubblicato dalla Mulligan, che non ritroveresti più da nessuna parte.
“Dai, ma che fai, mi molli adesso? Ne ho bisogno! Non lasciarmi nei guai.”
Insomma, le promisi di darle il disco, ma solo per qualche giorno, eh! Le detti appuntamento il giorno dopo a casa mia e glielo affidai con mille raccomandazioni.

Cinque settimane dopo eravamo al Sing Out, io coi miei registratori, G. seduta vicino a me col suo vestito migliore. Ciascuno con la propria Guinness davanti.
“Mi hai riportato il disco?” le chiesi forse per la quarta volta.
“Eeeeh, ancora!”. Come, ancora?
“No, non ce l’ho. Non ci ho pensato, dovevo sistemarmi!”
“Ascolta” intimai. “Domani arrivi a casa mia e mi riporti il disco di Matt Molloy. Lascialo a mia madre, ma portalo.”
“Sì, sì, vabbè.”
Il violinista mi riconobbe e passò accanto al tavolo per stringermi la mano. Due convenevoli, poi dissi: “lei è G.”
“Ciao, G.” fece il violinista.
“Piaceeeere”, gorgheggiò G.
Ci demmo appuntamento alla fine della musica.

Dopo il concerto il violinista venne a sedersi al tavolo. Gli feci molti compimenti e commentai con lui il repertorio e l’esecuzione. Erano stati veramente bravi.
G. irruppe nella conversazione: “ma so che hai girato tanto il mondo, hai suonato in Irlanda…”
“Eh sì” fece il violinista, compiaciuto.
“E so che hai suonato coi migliori…”
“Sì sì, sono stato fortunato. Ho suonato con un sacco di musicisti formidabili…”
“Soprattutto…” fece G. e lo lasciò in attesa.
“Eh?” fece il violinista.
“No, dico, soprattutto…”
Io la incoraggiavo con lo sguardo.
Lui la guardò interrogativo. “Soprattutto…?”
“Beh, soprattutto…” ripetè, che significava “dai, non fare il modesto…”
Il violinista mi guardò. Io lo guardai e tentai un sorriso.
G. esplose gioviale: “Matt Molloy!”
“Oh, no, no” fece il violinista. “Io non ho mai suonato con Matt Molloy” aggiunse con aria un po’ irritata.
Per qualche motivo, io sentii forte il bisogno di un irish coffee. Mi scusai e mi tirai fuori da quella situazione in una frazione di secondo. Passai il resto della serata al bancone, da Roberto, e non seppi mai più come andò a finire quella conversazione.

Naturalmente, G. non mi riportò il disco.
Parecchie settimane dopo, riuscii a trovarla al telefono e mi misi d’accordo per andare da lei a riprendermelo. Mi aprì e restammo sulla porta.
“Ecco il disco, scusa per l’attesa.”
La copertina aveva un angolo maciullato. La guardai con l’aria sgomenta.
“Ma… ma.. cosa gli è successo?”
“Oh, niente… l’ha addentato il cane. Non sono riuscita a impedirlo.”
Chiuse la porta.

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