Memorie di un traditore


Questo testo è pubblicato nel volume collettivo “I gigli della memoria”,
curato da
Patrizia Tocci (Tabula Fati, 2013), e viene da una nota pubblicata su Facebook nel primo anniversario del terremoto. La versione del libro era leggermente ritoccata rispetto a questa.
Ho ripristinato la citazione iniziale da Luisa Nardecchia: le sue “Cronache costiere” sono la ragione per cui ho scritto questo.

“Perché l’aquilano resta a L’Aquila, sempre. E chi se ne va dall’Aquila, tradisce. (…) Ora parlano straniero, ma l’aquilanità gli resta attaccata addosso, e tornano. Stefania da Roma, Chiara da Barcellona, Laura da Washington, Massimo da Manerbio…” (Luisa Nardecchia, “Cronache costiere”)

Sono le sette di lunedì mattina, la giornata è già luminosa, il traffico è scorrevole e l’autoradio mi sta dicendo che stanotte la città dove sono nato è venuta giù.
Respiro profondo. Due volte, tre. Quattro.
Senza rallentare digito il numero di Marisa: sì, sono ancora in autostrada, accendi la tv, senti cosa dicono. Un tg o il televideo. Il terremoto. Stavolta non è come le altre volte. Morti, sì, feriti. Stavolta è una tragedia. Fammi sapere cosa sai, ci sentiamo dopo.
La radio dice che è iniziata la conta delle vittime. Sono almeno sette o otto, dicono.
Sette o otto… si comincia sempre così. Dopo domani ne conteranno decine, te lo dico io. Forse cento.
Sorpasso in terza corsia una fila di camion e ripenso alla collega che mi ha scritto l’altro ieri: “che sta succedendo laggiù? Una scossa al giorno…”. Ma no, niente, avevo risposto, a L’Aquila succede, hanno detto che non c’è pericolo.
Noi lo conosciamo il terremoto, ci siamo cresciuti col terremoto. Da bambini ogni tanto ci si svegliava di notte e si vedeva il lampadario oscillare. Si era abituati, ci si voltava dall’altra parte e si continuava a dormire. Bastava aspettare che passasse la processione rumorosa delle auto di quelli che, magari in pigiama e coi figli addormentati sul sedile posteriore, sfilavano verso Collemaggio perché preferivano contare fuori casa le ore che mancavano alla mattina, non si sa mai.
Noi lo conosciamo il terremoto.
Il terremoto.
La città è venuta giù.
Esco al casello di Brescia e guido fino alla stazione senza guardare la strada. Intanto cerco i miei genitori e mia sorella: il telefono dall’altra parte squilla, ma non risponde nessuno. Probabilmente stanno bene, sì, forse è solo che in quel casino non sentono suonare il cellulare.

Lascio la macchina da qualche parte e corro verso il treno che come ogni lunedì mi porterà a Milano. Mi siedo sul primo posto libero, il telefonino incollato all’orecchio.
Ecco, è mia madre. Lei e mio padre hanno passato la notte in macchina, mi dice, ora sono a San Bernardino in mezzo a un sacco di altra gente, riparati nel baretto.
La notte in macchina? Ma se lui sono tre mesi che non esce di casa, ché la malattia non glielo permette.
La terra trema ancora, il frastuono intorno a mia madre e il rumore del mio treno ci costringono a gridare, ma quello che capisco è che stanno bene. Non riescono ancora a mettersi in contatto con la famiglia di mia sorella. Le linee saranno danneggiate, o forse solo sovraccariche.
Allungo distrattamente il biglietto al controllore, come per dire faccia lei, non è proprio il momento.
Starò gridando davvero forte, per sovrastare il rumore che c’è di qua e di là del telefono. Tanto che, quando chiudo, il tizio accanto a me che legge “Il Giornale” mi chiede cosa sia successo. Il terremoto, dico. Pare che L’Aquila non ci sia più.
Lui è gentile. In quel momento penso che tra un po’ non ricorderò più la sua faccia, e che nemmeno lui saprà mai quanto è stato importante sentirsi domandare “cosa succede?” in una mattina così. Gli dico grazie. Ma è poco.

Io L’Aquila l’ho conosciuta.
Crescere a L’Aquila non è diverso, suppongo, dal crescere in qualunque altra città di provincia. La provincia, a nord, a sud, al centro, è un universo nell’universo. La ritrovi, pigra, abitudinaria, a qualunque latitudine. Magari con diverse sfumature di crudeltà, ma sempre uguale.
Ti ci puoi trovare a tuo agio come una noce nel guscio, o puoi crescere con la paura di morirci soffocato, in quel guscio senza felicità né infelicità (*). Come succede in ogni città di provincia, immagino. Non è che abbia provato tutte le altre, ma ho capito che non c’è una grande differenza.
Però una cosa era diversa da tutti gli altri posti: conoscevi la chiusura e la diffidenza della piccola città e insieme la traboccante bellezza che ti regalava quasi a ogni angolo. Come dire il veleno e il suo antidoto.
Sapevi quanto potesse andarti stretta una vita fatta di abitudini e di scelte già preparate da qualcun altro, ma imparavi anche – lo provavi per davvero, tutti i giorni – che c’era una via d’uscita. Che è la bellezza, la via d’uscita. E se riuscivi a fare tua almeno un po’ di quella bellezza, la riconoscevi come una forza che ti poteva salvare.
Un conservatorio, una scuola di cinema, un teatro stabile importante, tante radio – ma tante, alcune proprio belle – e un’infinità di gruppi rock and roll. Era come se quella città avesse fatto un patto col dio della creatività.
Hai presente quell’intervista in cui Wim Wenders diceva più o meno “il rock mi ha salvato la vita”? Beh, sai cosa? Io e i miei amici un po’ sapevamo di cosa stava parlando.

Mi risponde mia sorella, finalmente. Come stai, come state? E i bambini?
Respiriamo polvere, mi dice, ma siamo vivi.
Incredibile, penso, non riescono a chiamarsi fra loro ma io da qui posso parlare con gli uni e con gli altri. Dico lo so che non riuscite a telefonarvi, ma di’ a me, poi chiamo io mamma e papà. Dove siete? Vi stanno cercando…
Digli che siamo tutti interi, mi fa. Ora c’è una cosa di cui abbiamo bisogno urgente.
Cosa?, domando.
Una ricarica telefonica. Fra un po’ saremo isolati dal mondo.
Calcolo mentalmente fra quanto tempo sarò davanti a un bancomat di Milano. Ci penso io, dico. Prima di mezz’ora ti faccio cento euro.
Intorno a lei si sentono ambulanze che vanno e vengono. Sono tante, mi spiega, l’ospedale sarà pieno.
Gesù, l’ospedale. La radio ripete che una parte dell’ospedale è crollata. Eppure tanti medici, terremotati anche loro con le loro famiglie, si stanno facendo in quattro sui piazzali per prestare i soccorsi urgenti. Ne so più io qua fuori che loro in mezzo al disastro. Decido che glielo dico: all’ospedale stanno facendo i miracoli in mezzo ai calcinacci…
Squilla il telefono, è Marisa. Li ho sentiti, sì, li ho trovati. Stanno tutti bene. Sì, ci andiamo, partiamo, dammi solo due giorni per sistemare un po’ di cose e partiamo. Abbiamo le vacanze di Pasqua.
Mancano due minuti a Lambrate, avanzo verso l’uscita. In coda fra le due file di sedili, ascolto una ragazza, venti anni e una sciarpa gialla, che parla al telefono. Hai sentito?, dice. Sarà la solita storia, vai a sapere come cazzo costruiscono le case lì in Puglia… ti ricordi cosa è successo a quella scuola là, dov’era? Sì, San Giuliano di Puglia?
Ma San Giuliano di Puglia non è in Puglia come Milano Marittima non è in Lombardia, penso, stupida ragazza del treno. E nemmeno L’Aquila è in Puglia. Ma d’altra parte, vaffanculo. Tu, la tua sciarpa gialla, i tuoi vent’anni passati davanti alla televisione, le tue teorie a orecchio e i tuoi luoghi comuni.
Lambrate. Scendo.
Se è un incubo, oggi nel mio incubo c’è Lambrate.

Io, beh, non sono sicuro che la “mia” L’Aquila sia la stessa che hanno conosciuto gli altri. Quello che posso dire è come l’ho vissuta io.
Era una città dove potevi sentirti parte di qualcosa. Una città che, se avevi un talento – piccolo, grande, non c’entra – ti permetteva di esprimerlo. E mentre lo facevi, ti sentivi parte del mondo che girava intorno.
Se volevi un’opportunità di far conoscere quello che sapevi fare, la trovavi. Ti interessava la musica? Prendevi una chitarra, infilavi lo spinotto e suonavi “Prove it all night”, senza chiedere il permesso a nessuno. Un amico con una cantina o con un garage era la cosa meno difficile da trovare, e altri tre disperati li mettevi insieme andando a cercarli sotto i portici: “lui è Paolo, è un chitarrista solista”; “ciao, piacere, conosci anche un tastierista?”; “sì, era qui in giro, fra un po’ dovrebbe ripassare di qua”. Quel giorno ho conosciuto tre degli amici a cui penso più spesso.
Sono stato in qualche dozzina di gruppi di cui non si è mai saputo quasi niente. Molti di quelli, vissuti giusto il tempo di dire “ho una band”.
Ma soprattutto ho fatto la radio. Dieci anni di microfono e di musica. E fare la radio in quegli anni lì era un’esperienza straordinaria e irripetibile.
A volte, dopo aver messo un l.p. che avevo scoperto su qualche rivista, aspettavo il giorno dopo e andavo al negozio di dischi del mio amico Bruno per sapere quante richieste gli erano arrivate da quando ero andato in onda. Un giorno misi uno strano disco di un musicista del Gambia che suonava la kora insieme a Herbie Hancock e la settimana dopo mi fermò per il corso Marco per ringraziarmi e per dirmi che si era innamorato della kora.
Capisci cosa voglio dire? È che, mentre facevi quello che sapevi fare, nello stesso momento sentivi che cambiavi la realtà.
Era una città che ti incoraggiava a esprimerti.
No, non ho la certezza che chiunque altro l’abbia vissuta così. Diciamo che così la ricordo io.

Io e Francesco ci abbracciamo forte a Piazza Cadorna. Che giornata per ritrovarsi. Sembra incredibile.
Parecchie settimane fa ci siamo incontrati in rete dopo un secolo che non ci vedevamo. Ho scoperto che anche lui da una ventina di anni vive qui al nord: dalle parti di Milano, anzi. Non ci potevamo credere.
Abbiamo tutt’e due una vita complicata, ma per oggi siamo riusciti a mettere d’accordo le agende: così ci incontriamo all’ora di pranzo per un boccone dalle parti di Piazza Cadorna.
Cosa fai, dove sei andato dopo la maturità?
È uno strano scherzo del tempo, quest’incontro proprio oggi.
Forse però, se avessi potuto scegliere, non avrei trovato un giorno migliore. Oggi voglio parlare con qualcuno che possa capire.
Che notizie hai? Bombardata. L’Aquila sembra appena uscita da una guerra.
Conosco una specie di pub qui dietro, fanno panini a mezzogiorno e la birra è buona.

Giorni fa pensavo che se L’Aquila fosse una famiglia, sarebbe una famiglia ideale. Abbastanza presente e incoraggiante da insegnarti ad aver fiducia nelle tue ali, abbastanza noiosa e rompicoglioni da farti venire voglia di usarle.
Io sono uno di quelli – tanti – che se ne sono andati. Come Francesco che ho ritrovato, come Paolo il chitarrista solista. Come Laura: mi insegnò a suonare un blues degli Hot Tuna, io le insegnai una canzone di Elvis Costello e poi partì per Washington.
Se ne sono andati seguendo l’università, un’opportunità di lavoro, una donna. O un uomo, o l’arte, o un sogno. Sono uno di quelli. Uno di quelli di cui, lo so, una parte della città – e della mia generazione – parla come di traditori.
Non mi preoccupa l’anatema, per carità, né mi stupisce. Tu lasci il clan, il clan ti maledice. Fa parte del gioco, è la storia del mondo.
Solo, mi sembra buffo. Non è ironico che una città con quel nome condanni quelli che volano via?
Io e tutti quegli altri ce ne siamo andati per una ragione: perché avevamo le ali. È stato il nostro modo di spiccare il volo. Ciascuno l’ha fatto a modo proprio, noi abbiamo avuto bisogno di farlo concretamente, cercando da un’altra parte. Perché l’aquila è un animale che vede lontano.
E per chi ha occhi e ali d’aquila non ha senso la parola “tradimento”.
Se hai le ali non tradisci: semplicemente, voli.

(*) “as a nut in its shell, / without either happiness or unhappiness” (Sketch of Self, Emanuel Carnevali)

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