“La vera innovazione la fa chi mette a terra le fabbriche”

Lavoro, incontro, storie, comunità e… fabbriche. Alla ricerca delle parole vere

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Chi è Osvaldo Danzi?

Sono un Head Hunter. Il mio lavoro è cercare persone e metterle al posto giusto. Mi piace incontrarle, accompagnandole fisicamente in azienda.

A questa prima domanda, di solito rispondono tutti dal punto di vista lavorativo. Però passo alla seconda: da dove viene Osvaldo Danzi?

Hai centrato il punto! Avrai notato anche tu che siamo troppo abituati a dire che cosa facciamo e mai chi siamo. Per me le cose coincidono abbastanza. Questa passione per l’incontro ce l’ho da quando facevo animazione. Sono sempre stato in mezzo alla gente, nonostante abbia deciso di vivere in un posto piuttosto isolato, tra Firenze e Arezzo. Le pause e i silenzi sono fondamentali. Però mi piace sentire le storie e ho la fortuna di vivere accanto a una persona che è una grande “attrattrice” di storie. In qualsiasi posto ci troviamo, in viaggio, per lavoro o “in esplorazione”, non so come sia possibile che ogni volta si avvicini qualche personaggio con una storia strana da raccontare. O forse, semplicemente, ognuno di noi ha delle storie da raccontare, ma non siamo più capaci di farlo. Posso dire che la storia delle storie mi affascina, mi appassiona ed è anche il mio lavoro.

Parliamo sempre più di innovation, community, soft skill, hard skill. Eppure a volte ho l’impressione che la prima dote da acquisire sia quella dell’“avere fame”.

Secondo me tra tutte le parole che hai detto… non ce n’è una vera. Nessuna di queste parole appartiene agli uomini. Sono tutte etichette, ce le siamo inventate. Per esempio, essere una persona empatica è una soft skill o è una cosa che hai sotto pelle? Non è necessario che qualcuno ti dia quell'etichetta, che poi peraltro diventa automaticamente strumento del giudizio di qualcuno. Non pensare che sia una cosa di poco conto; noi non riusciamo più a vedere le persone per quello che sono, ma solo per quello che fanno.

Perché FiordiRisorse? Che cos’è?

Non facciamo una marchetta. Passa sopra.

Nel contesto in cui viviamo, sociale ed economico, sembra essersi sciolta la dimensione comunitaria del lavoro. Spesso la persona è sola. Come ricostruire comunità di lavoro anche dal basso?

Lo facciamo con un po’ di responsabilità sociale condivisa. Questi sono tempi molto duri, in cui riusciamo anche a pontificare sul fatto che una nave piena di bambini debba attraccare o meno. Tempi in cui stiamo a pontificare se quei bambini morti in spiaggia siano un fake. La nostra è una società ricca. È una società molto appariscente. Ma bisogna anche guardarsi intorno. Tutte queste aziende senza prodotto, queste startup basate solo sulle idee, insieme alla necessità incontenibile d’avere la pizza subito, in qualsiasi momento e in qualsiasi posto. Questo ha un prezzo altissimo di cui non ci rendiamo conto. E il vero problema sono anche quei ragazzi che portano il cibo, che non si chiedono quale sia il loro contratto, quali siano i loro diritti, se il loro contratto sia valido e li tuteli davvero.

Probabilmente se si facesse più rete…

Sembra una riunione tra comunisti… ma è esattamente così. Però, se ci fai caso, siamo tendenzialmente sempre più portati a isolarci e nel contempo avere migliaia di amici sui social. Quanti sono quelli che abbiamo incontrato davvero, di persona? Qualcuno ci sta dicendo che è più importante avere “un pubblico” anziché un gruppo di amici.

E secondo te in questo i social ci aiutano o non ci aiutano?

Dipende da come li usi. Come li stiamo usando io e te, in questo momento, ci aiutano. Ma è diventato troppo facile mandarsi a f****** in 30 secondi, senza neanche essersi mai guardati in faccia. Io per primo mi rendo conto che a volte, per un post rischio di mandare per aria un’amicizia ventennale con persone che prima incontravo fisicamente. Adesso mi ci scontro virtualmente. È lo stesso problema per cui sono nati i corsi di comunicazione nelle aziende, il giorno in cui sono arrivate le mail. I colleghi hanno smesso di telefonarsi e hanno iniziato a scriversi e a fraintendersi, generando conflitti in cui venivano messe in copia conoscenza duecento persone. A un certo punto c’è stata la necessità dei corsi di comunicazione in azienda in cui ti dicevano: “Dopo la terza mail prendete in mano il telefono”. La gente non riusciva più a comunicare da questa stanza a quella stanza lì!

Rimettere al centro la persona. Ce lo sentiamo ripetere in tutte le salse, come un mantra. Eppure cosa vuol dire mettere al centro la persona? Per esempio, Gianluca Metalli, imprenditore riminese, mi ha detto che per farlo si decentra per mettere al centro i propri collaboratori. Cosa ne pensi?

Il primo slogan di FiordiRisorse era: “la persona al centro”. Poi l’ho visto su alcuni cartelloni elettorali, nello studio di un dentista e alla riunione di un’associazione di categoria non troppo sana. Dopo un po’ ho capito che era solo uno slogan. Paradossalmente, per mettere le persone al centro, bisogna che qualcuno si sposti di lato e lasci che altri ci arrivino da soli, al centro. Ma per fare questo devi avere voglia di ascoltarle, devi avere voglia di perderci del tempo, devi avere voglia di capire chi sono quelle persone, sapere quali sono le loro ambizioni e tutto il resto. Fare lo slogan “la persona al centro” e poi essere irreperibile quando ti cercano non è coerente. Magari loro sono anche al centro, ma bisogna capire tu nel frattempo dove sei andato a finire, rispetto a quel centro.

Oggi nel mondo del lavoro c’è una grande bisogno di maestri, eppure questo ruolo sembra mancare nell'esperienza professionale di molti.

Viviamo un momento storico in cui generazioni completamente diverse convivono l’una a fianco all'altra nei luoghi di lavoro. “Analogici” che conoscono perfettamente il mestiere della vendita, della comunicazione, del marketing, del controllo, che possono insegnare tutte queste cose ai ragazzi. A loro volta, ragazzi che possono spiegare come snellire, digitalizzare, progettare in maniera diversa. Ma invece di creare questo dialogo virtuoso, abbiamo allontanato i “più anziani” dalle aziende, pensando di risparmiare. Abbiamo poi assunto ragazzi giovani a cui abbiamo affidato obiettivi irraggiungibili. Li abbiamo fatti schiantare, lasciando andare perso un tesoro di competenze irrecuperabile. Di conseguenza, i ragazzi perdono completamente l’amore per l’azienda, dato che nessuno gliel’ha insegnato. Così si fanno abbindolare dallo storytelling startapparo e si rischiantano per la seconda volta.

A volte ho l’impressione che negli ultimi anni in Italia si sia formata una nicchia innovativa che viaggia a mille all'ora, lasciandosi alle spalle il resto del paese. Sei d’accordo con questa impressione?

Non sono molto d’accordo. Parliamo di innovazione e di Industria 4.0 da tre-quattro anni, ma non abbiamo visto mettere a terra praticamente nulla. Al contrario, stiamo vedendo delle aziende che hanno già cominciato ben prima questa Industria 4.0, prima ancora che si chiamasse così! Dobbiamo puntare verso ciò in cui siamo forti: la meccanica, l’automotive, l’alimentare e il turismo. Il digitale deve essere al servizio di quei campi di eccellenza per cui siamo famosi in tutto il mondo, ma arretrati tecnologicamente.

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The purpose of LED is to allow the dissemination of good practices related to training and education

Alessandro Giovanazzi

Written by

I am inspired by the idea of designing and coordinating innovative teaching and learning projects that promote people’s growth in study and work.

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The purpose of LED is to allow the dissemination of good practices related to training and education. It is done through “content curation”, that is the collection and ordering of useful content within a digital platform.

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