Chimamanda Ngozi Adichie ritratta da Christine Marie Larsen

Americanah e gli Stati Uniti visti da Chimamanda Adichie

Dove si racconta di cervelli in fuga, di razzismo, di politica, di sesso, di libri e di capelli

Americanah è un’espressione che i nigeriani usano per descrivere una persona che è nata nel loro paese ma che, dopo un periodo più o meno lungo trascorso in Nord America, si è traformata in una statunitense perfetta, dimenticando il modo di parlare, di mangiare e di vivere del proprio paese di origine (o quantomeno ostentandone l’oblio).

Americanah è anche il titolo di un romanzo di Chimamanda Ngozi Adichie, pubblicato nel 2013 ma che in Italia è uscito nel 2014, edito da Einaudi. Questo titolo rappresenta una descrizione ironica della protagonista, Ifemelu, che è nata a Lagos ma che, dopo un’infanzia e un’adolescenza felici e, in qualche modo, protette dal mondo esterno, vede il paese in cui è cresciuta sfaldarsi lentamente a seguito del colpo di stato militare del 1993 e decide di trasferirsi negli Stati Uniti per proseguire là gli studi.

Quando Americanah si apre, Ifemelu — che vive ormai in America da oltre dieci anni — è dal parrucchiere, in attesa di sottoporsi alla lunga preparazione che i suoi capelli crespi richiedono per essere trasformati in una serie di ordinate treccine. Per trovare qualcuno in grado di acconciare i suoi capelli, Ifemelu deve lasciare il suo appartamento in un quartiere residenziale di Princeton e affrontare un lungo viaggio in treno fino a raggiungere un’altra città meno signorile e meno costosa. Il motivo è che la popolazione della prestigiosa Princeton è quasi completamente bianca e non c’è sufficiente domanda di parrucchieri esperti nel maneggiare capelli afro da giustificare l’apertura di un salone apposito o quantomeno in grado di soddisfare le necessità sia della clientela bianca che di quella di colore, che hanno due tipologie di capelli del tutto differenti. Mentre Ifemelu aspetta che i suoi capelli vengano intrecciati, rivive con un lungo flashback la sua giovinezza nigeriana e i primi difficili anni statunitensi che l’hanno portata a diventare una blogger di successo, in grado di trasformare la propria scrittura in un lavoro vero e proprio.

Senza svelare della trama nulla che vada oltre le prime battute, per chi non avesse letto questo libro e fosse interessato a farlo, posso dire soltanto che se un buon narratore è colui che ci trasporta fuori da noi stessi e ci consente di camminare il proverbiale miglio nelle scarpe di qualcun’altro, come suggeriva Atticus Finch, Adichie è una narratrice eccellente. L’inizio di Americanah, io — che sono europea, bianca e che quando fa caldo non mi degno nemmeno di sottopormi all’asciugacapelli — l’ho trovato semplicemente geniale.

Nel giro di venti pagine, Adichie ci ha già messo davanti, con una scrittura ironica e vivida allo stesso tempo, i temi che rappresentano il cuore pulsante del romanzo — la crescita e l’acquisizione di un senso di sé della protagonista, il colore della pelle come tabù di cui i buoni bianchi di sinistra non riescono a parlare ma che viene utilizzato da tutti o quasi come cartina di tornasole per misurare lo status culturale, sociale e finanziario di una persona, le differenze culturali fra Nigeria e Stati Uniti, l’essere donna con tutto quello che ne consegue e la politicizzazione feroce e al contempo ironica della bellezza, della moda, del trucco e di altri aspetti peculiari del Dasein femminile diffuso che molti altri intellettuali potrebbero derubricare come totalmente futili.

Scriveva Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé, “Speaking crudely, football and sport are “important”; the worship of fashion, the buying of clothes “trivial.” And these values are inevitably transferred from life to fiction. This is an important book, the critic assumes, because it deals with war. This is an insignificant book because it deals with the feelings of women in a drawing-room” (“Detto volgarmente, il calcio e lo sport sono “importanti”; l’apprezzamento per la moda, l’acquistare vestiti “banali.” E questi valori sono inevitabilmente trasferiti dalla vita alla narrazione. Questo è un libro importante, presupporrà il critico, perché tratta di guerra. Questo è un libro insignificante perché parla dei sentimenti delle donne in un salotto”). Adichie, ben consapevole di cosa ci si aspetti dai poeti laureati che si muovono soltanto fra le piante dai nomi poco usati, afferra per la collottola lo stereotipo del tema importante narrato per metafore “serie” e lo sbatte fuori casa senza troppe cerimonie, decidendo di fare dei capelli della protagonista uno dei nodi simbolici chiave del suo romanzo. Personalmente, non penso in alcun modo che l’unico e solo modo per parlare di donne sia quello di narrare quel che accade in un salone di bellezza, ma confesso di avere sommamente apprezzato questa scelta narrativa doppiamente provocatoria — sia perché una decisione cruciale della protagonista avrà luogo a seguito di una riflessione sui suoi capelli, sia perché i capelli sono un elemento fisico di differenziazione netta fra donne bianche e donne nere, con le seconde che — negli Stati Uniti e forse anche in Europa — per essere prese sul serio durante un colloquio di lavoro o quando vanno a parlare coi professori dei figli devono sottoporsi a un lungo processo di stiratura per adottare lo stile delle prime. Mentre leggevo Americanah, pensavo a Michelle Obama e mi chiedevo, nella liberale America in cui un nero è stato presidente, con che frequenza si facesse stirare chimicamente i capelli per mantenere un aspetto borghese e rispettabile anche davanti ai detrattori — che sono comunque riusciti a definire questa signora elegante come “una scimmia sui tacchi” e non risparmiano frecciate neanche all’aspetto delle sue figlie appena adolescenti.

Americanah è un romanzo di oltre 400 pagine, ricco e complesso a sufficienza da meritare una dissertazione ben più lunga e competente di quella offerta da questo post — si potrebbe discutere moltissimo della critica alla élite culturale di sinistra, che Adichie prende in giro spietatamente sia per l’ossessione per il politicamente corretto sia per l’incapacità effettiva di chiamare le cose con il loro nome e discutere con franchezza di come razza e classe definiscano ancora fortemente la vita e l’identità degli statunitensi.

Si potrebbe parlare anche di come l’Africa immaginata da occidentali ed europei sia una versione semplificata ed infedele dell’Africa reale, che contiene una molteplicità eterogenea di realtà che coesistono non solo variando da paese a paese, ma perfino in seno alla stessa nazione o addirittura alla stessa città — la maggior parte di noi (me inclusa), ad esempio, tende ad immaginare la Nigeria come un paese in cui un manipolo di fanatici religiosi terrorizza la popolazione civile a maggioranza musulmana a volte con conseguenze estreme, come nel caso degli omicidi e delle violenze perpetrate da Boko Haram. Se questo aspetto esiste sicuramente, la Nigeria non si risolve tuttavia in quest’unica narrazione — la realtà raccontata da Adichie, ad esempio, è quella della classe media di Lagos, nel Sud del paese, che è in prevalenza cristiana. Ifemelu cresce in una gated community, un’enclave, nel cuore della capitale e, sebbene non provenga da una famiglia particolarmente abbiente (ad un certo punto confessa al fidanzato delle superiori di non potersi permettere nemmeno un telefono fisso a casa), ha comunque la possibilità di condurre una vita tranquilla e di proseguire gli studi fino all’università. I suoi compagni di classe più ricchi vivono in ville lussuose e sono accompagnati a scuola da un autista privato e, in generale, l’economia di Lagos appare trascinata da una borghesia colta e assetata di ascesa sociale. La dittatura militare nigeriana rimane sullo sfondo, non ci sono episodi violenti che coinvolgano Ifemelu o i suoi cari, ma le conseguenze del malgoverno si estendono comunque come tentacoli che stritolano le esistenze della protagonista e di chi le sta a cuore: la crisi economica porta ad un impoverimento progressivo della famiglia di Ifemelu; i continui scioperi dei docenti universitari, causati dai tagli che il governo militare impone e al pagamento irregolare degli stipendi, impediscono alla protagonista di proseguire il proprio corso di studi regolarmente; una conseguenza letale della cattiva politica è anche l’assenza di scelte e prospettive lavorative in un paese in cui persino un medico o professionista brillante rischia la disoccupazione se non ha la raccomandazione di un potente. Ed è proprio questa assenza di scelta, questo stallo delle intelligenze del paese che porta Ifemelu e i suoi cari a lasciare la Nigeria — “all understood the fleeing from war, from the kind of poverty that crushed human souls, but they would not understand the need to escape from the oppressive lethargy of choicelessness” (“tutti capivano la fuga dalla guerra, dal tipo di povertà che distrugge le anime umane, ma non avrebbero capito la necessità di scappare dalla letargia opprimente dell’assenza di scelta”), scrive Adichie a proposito della difficoltà che chi ha lasciato il proprio paese affronta nello spiegare la propria scelta.

In questa miniera di fili narrativi interessanti, tuttavia, il tema che a me forse è risultato più caro è quello della scoperta di sé e della propria identità culturale, etnica e di genere mediante il confronto con il diverso. Ifemelu si rende conto di essere nigeriana e di essere nera quando mette piede in un luogo in cui la normalità è altro, in cui il “default” è essere bianchi — per la prima volta, a causa della sua pelle, diventa visibile e diversa; per la prima volta, lei che proviene da una famiglia non ricca ma comunque borghese, si trova a dover fare i conti con il rischio effettivo di poter restare senza un tetto se non trova un lavoro che le consenta di pagare l’affitto; per la prima volta, le persone si rivolgono a lei, che è sempre stata una studentessa modello e la cui prima lingua è l’inglese, scandendo le parole lentamente perché, a causa del suo accento, si presume che il suo livello di inglese sia scarso. Ifemelu ha passato la propria infanzia a leggere classici per bambini della letteratura inglese e la propria adolescenza prendendo a prestito classici americani cari al suo fidanzato delle superiori, ma è proprio quando si trasferisce negli Stati Uniti che la ragazza scopre quanto la sua identità sia legata a doppio filo alla Nigeria, ed è l’essere proiettata in una società fatta a misura dei bianchi che la porta a riflettere su cosa significhi essere nera. Alla stessa maniera, l’elemento femminile della sua personalità si va dipanando a mano a mano che la sua vita sentimentale si evolve ed ogni relazione, ogni nuovo amante, svelano a Ifemelu nuovi aspetti di sé e la conducono a stutturare la sua identità di donna adulta. Anche il rispecchiamento nelle sue variegate amicizie femminili gioca una funzione importante peró, a mio parere, i rapporti con le altre donne in questo romanzo rimangono in secondo piano rispetto ai rapporti sentimentali cruciali — come quello con il primo amore Obinze che è, peraltro, il secondo personaggio “punto di vista” di Americanah e al quale Ifemelu rimane ancorata per tutto il romanzo, anche quando i due perdono i contatti.

Questo credo sia forse l’unico elemento che mi ha provocato serie perplessità, probabilmente perché le mie esperienze individuali sono molto diverse (ho avuto sicuramente più amicizie che relazioni significative, inoltre la sola idea riagganciare i rapporti con il mio ragazzo delle superiori mi farebbe sentire come la Mavis Gary di Young Adult e sono abbastanza sicura che la cosa sia reciproca). Visto che però la molteplicità di narrazioni e le esperienze differenti sono un po’ il cavallo di battaglia del libro, le divergenze di pensiero su come vivere una storia d’amore passano in secondo piano. Americanah resta un romanzo meraviglioso.