Ciao, sono Guy e aspetto solo di essere ‘incalzato’

Inevitabilmente, arriva prima o poi il momento in cui non riesci a trovare un libro che ti prenda davvero. E allora, come si gestisce una crisi di lettura di mezz’età?

di Guy Pizzinelli


Da giovane non ho mai avuto troppe difficoltà a decidere che libro avrei letto dopo quello appena finito. I paperback e i rilegati si ammucchiavano sulla mia libreria in attesa di rivelare le loro storie coinvolgenti, trascinanti e soprattutto impossibili da lasciare a metà.

A 14 anni, infatti, ero già diventato quello che si chiama un lettore vorace, dopo aver spaziato sulla letteratura young-adult (prima che fosse figo chiamare così quella per ragazzi) in anni in cui i russi stavano invadendo l’Afghanistan (prima che facesse figo seminare guerre in quelle regioni).
Passai così dai Pimlico Boys agli Hardy, tra i Gialli per Ragazzi, e poi alle indagini di Miss Marple e Hercule Poirot, fino ad arrivare a tutte le missioni dell’agente 007 di Ian Fleming. Su cui basai la mia tesi di laurea.

Erano anni in cui, per gran parte della giornata dovevo sciropparmi libri che altre persone avevano scelto per me, nel percorso di studio dell’Università. E proprio come un giorno si impara che esiste una differenza sostanziale tra viaggio e vacanza, fu allora che mi resi conto che la lettura e lo studio erano due modi di stare sui libri ben distinti e diversi.
La lettura, infatti, si suppone sia un piacere.
Ragion per cui, nel tempo libero, io mi davo a quella d’evasione.

Una volta che trovavo interessante un autore, cominciavo dalle sue opere già tradotte in italiano e poi compravo il resto in lingua originale, nelle poche librerie di Milano e Roma che tenevano libri in lingua.
Da adolescente, ho divorato qualunque cosa di Wilbur Smith, Ken Follett, Robert Ludlum, Clive Cussler, Craig Thomas, Justin Scott, David Morrell, Tom Clancy e dintorni, ben prima che gli editor in Italia capissero quali erano i loro titoli migliori da tradurre e pubblicare.

Non solo: come ogni lettore che si rispetti, imparai presto a non farmi ingannare dalle entusiastiche presentazioni e recensioni riportate in quarta di copertina, dato che avevo sperimentato direttamente che non proprio tutti i libri si leggevano d’un fiato o avevano un ritmo incalzante. Anzi.
Spesso le storie non erano nemmeno granché.

Sviluppai anche un certo istinto nel riconoscere e individuare a naso nuovi autori interessanti, indipendentemente dal genere narrativo. Fui il primo a “scoprire” (e poi spesso a raccomandare ad alcune case editrici nel nostro paese)
scrittori come Tom Clancy, Cormac McCarthy, Lee Child, Don Winslow, Nelson DeMille, Daniel Silva, Paul Watkins, Douglas Kennedy, Adrian McKinty, Blake Crouch e molti altri. E parlarne prima che arrivassero film tratti da loro storie a far alzare le antenne di chi lavorava nel settore.

Più tardi, stanco di limitarmi a esplorare sempre certi ambiti o storie, provai a esplorarne di nuovi, curiosando in giro da Richard Ford a James Salter, a De Lillo, Pynchon, Ayn Rand, Richard Yates, e via dicendo.

E al momento in cui la tecnologia mi ha permesso di riempire un lettore e-book con una quantità di titoli inverosimile (molti più di quanti se ne possano leggere in un anno), ero già abbastanza vecchio da non poter più permettermi di perdere tempo a finire romanzi mediocri, noiosi o mal scritti. Avevo già imparato a cestinare o lasciare a metà storie banali o scadenti anche soltanto dopo 60 o 70 pagine.

E arriviamo così al problema. Pistola puntata alla testa, oggi farei davvero fatica a citare almeno due libri davvero interessanti e memorabili per ciascuno degli anni recenti, diciamo dal 2008 in qua.
Due all’anno. Mica tanti.
Giusto per fare un esempio, potrei elencare Un gioco e un Passatempo, Double Fault, The Dog Stars, Wayward Pines, Lo Stato delle Cose, La Cena, Il Sospetto, The Song of Lunch, This is Where I Leave You, sparsi sugli ultimi 8 anni.

Il fatto è che a me non interessa nulla se l’autore è uomo o donna.
Non fa differenza se è bianco o nero, ungherese o texano.
Non me ne frega neppure molto del genere: thriller, storia d’amore, dramedy. Basta che la storia sia davvero interessante e ben scritta e che i personaggi non parlino solo con frasi cliché.
Se un libro è buono davvero, merita la mia attenzione.

Ma il fatto è che a una certa età — e dopo aver letto un bel po’ — non puoi fare a meno di chiederti com’è che quel romanzo “incalzante, scritto con maestria e indimenticabile” di cui tutte le recensioni sul web parlano (diciamo ad esempio L’Amore Bugiardo oppure La Ragazza del Treno), a te non solo non prende ma finisci anche per trovarlo banale e poco interessante. O di domandarti come mai fai sempre più fatica a trovare autori che abbiano davvero buone idee da cui sviluppare una trama.

Prendiamo ad esempio il caso di Chris Pavone, il cui secondo romanzo Il Manoscritto (The Accident) non è purtroppo davvero all’altezza del primo Il Sospetto (The Expats). Al di là del fatto che vorresti prendere a ceffoni i titolisti italiani, incommensurabili maestri nel banalizzare qualunque titolo originale vagamente intrigante, ti viene subito in mente l’ammonimento che Bruce Butler dà all’aspirante autore di bestseller e genero Noah, nella serie TV The Affair: «Tutti hanno un manoscritto nel cassetto. Quasi nessuno ne ha due.»
Specialmente di ottimi, aggiungo io.

E quindi dove sta il problema? Dov’è il trucco? Sono io che, quasi 50enne e con un passato di lettore forte alle spalle sono saturo? Oppure è anche colpa di editor e talent là fuori che ci propinano una quantità di titoli banali e triti? Oppure non ci sono più nuovi autori validi, oltre che mezze stagioni? Si pubblica troppo e si screma troppo poco?
Dove sono finite le storie originali e interessanti? E dove le vai a pescare, arrivato a una certa disillusa età?


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