
Cosa ci insegna Harry Potter sulla Morte
Harry Potter, eroe, padrone della morte
Tra le chiavi di lettura applicabili alla saga di Harry Potter ce n’è una ancora poco esplorata: l’interpretazione dell’eptalogia di J.K. Rowling come un viaggio verso la scoperta e l’accettazione della morte.
Il tema è presente in tutti i libri della saga, in particolare La pietra filosofale e I doni della morte, quasi ad aprire e chiudere il discorso. In questi due romanzi i rimandi all’idea di cessazione fisica appaiono già nel titolo: la pietra filosofale e i doni della morte sono — per dirla con Propp — “oggetti di valore”. L’oggetto di valore è un oggetto magico con finalità precise all’interno della storia. In questo caso, lo scopo ultimo di Harry — il protagonista — e Voldemort — l’antagonista — è sconfiggere la morte; a fare la differenza sono i mezzi e le motivazioni a monte.
Le motivazioni
Voldemort persegue l’immortalità per motivi ingiusti: il suo è un peccato di hybris, di empietà, Tom Riddle vuole trascendere l’umano perché associa la mortalità a un limite, qualcosa che lui, cresciuto dai babbani, ha sempre visto in modo negativo. Harry non persegue l’immortalità: a lui interessa sopravvivere ai tentativi di Voldemort di ucciderlo, ma non ha alcun desiderio di elevarsi al di sopra degli altri, maghi o babbani che siano.
I metodi
I metodi di Voldemort sono moralmente discutibili: ne La pietra filosofale è disposto a uccidere unicorni, simbolo di purezza, per procurarsene il sangue; ne Il principe mezzosangue apprendiamo che per creare gli Horcrux, oggetti in cui nascondere parti di anima, Voldemort ha diviso la sua anima in sette parti mediante altrettanti efferati omicidi, di fatto mutilando la propria componente spirituale per salvaguardare il corpo: se una parte sopravvive in un oggetto fisico distinto dal corpo di Tom Riddle, nemmeno Voldemort può morire.
I metodi di Harry, invece, lo differenziano dall’antagonista: ne La pietra filosofale il ragazzo si dimostra degno della pietra perché, secondo uno stratagemma escogitato da Silente, non vuole usarla ma solo trovarla. Harry Potter si mette letteralmente l’immortalità in tasca.
I doni della morte e gli Horcrux
Qualcosa di analogo accade con i doni della morte, opposti agli Horcrux: se questi ultimi rappresentano la strada empia per l’immortalità, i doni della morte sono il percorso moralmente sano.
I doni sono tre: la bacchetta suprema, la pietra di resurrezione (che è molto diversa dalla pietra filosofale) e il mantello dell’invisibilità. Il mantello è il primo dei doni di cui Harry entra in possesso, ne La pietra filosofale. Harry è ignaro del suo retaggio e non sa che il mantello è quello della leggendaria fiaba narrata da Beda il bardo. Non sa di discendere per parte di padre da Ignotus Peverell, uno dei tre fratelli che ricevettero i doni dalla Morte in persona.
Il mantello è l’unico dono che non comporta un contrappasso: la bacchetta attira la morte violenta perché passa di mano in mano tramite duelli (un meccanismo che ricorda la volontà propria dell’unico anello de Il signore degli anelli); la pietra di resurrezione incide sull’umore di chi la utilizza e si limita a riportare in vita i riflessi delle persone che furono; il mantello dell’invisibilità non chiede nulla al suo proprietario e Ignotus Peverell è l’unico dei tre fratelli a vivere una vita lunga e a salutare la morte come una vecchia amica quando giunge la sua ora.
Harry ottiene senza compromessi ciò che Voldemort ha inseguito per i motivi e con i mezzi sbagliati ed è proprio in questo la differenza tra l’eroe e l’antagonista. Il primo, preventivando la propria morte, la accetta, ed è qui che il secondo fallisce. Tuttavia, per arrivare all’accettazione della propria morte c’è un passo preliminare da compiere: accettare quella altrui.
La morte nella saga di Harry Potter
Il processo è graduale: tutto sommato nei primi tre libri, che hanno un tono più infantile e sono anche brevi, non c’è un vero confronto con la morte, presente ma lontana. Harry e i suoi amici sono al sicuro all’interno delle mura di Hogwarts, che rappresenta simbolicamente l’infanzia dei protagonisti. Un primo incontro si ha solo ne Il calice di fuoco e si tratta di un passo importante. Harry assiste alla morte del compagno di studi Tassorosso* Cedric Diggory. I due non sono particolarmente amici, anzi hanno un rapporto di rivalità dal primo momento in cui Cedric è introdotto. Doppio di Harry, Cedric rappresenta il meglio che la casa di Tassorosso ha da offrire e viene ucciso da Codaliscia semplicemente per essersi trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato. A rendere scioccante la sua morte è il fatto che si tratta di un ragazzo: in genere, nei romanzi in target Middle Grade quando muore un personaggio si tratta di un adulto e la morte stessa viene archiviata come un argomento “da grandi”. Lo shock sta nella morte di qualcuno così giovane, quasi coetaneo di Harry.
Ne L’ordine della fenice abbiamo un climax e a morire — attraversando metaforicamente il Velo che separa vivi e defunti — è Sirius Black, padrino di Harry e unica persona che il giovane mago abbia mai considerato parte della sua famiglia fino a quel momento. La morte di Sirius, come quella di Silente ne Il principe mezzosangue, è necessaria per Harry: l’eroe deve arrivare solo allo scontro con l’antagonista, privo di ogni mentore. Si tratta di uno schema consolidato presente in parecchie opere di letteratura fantastica.
Questo climax culmina con l’accettazione da parte di Harry della sua stessa morte. Quando ne I doni della morte Harry pronuncia le parole “Sto per morire”, che azionano il boccino d’oro che custodisce la pietra di resurrezione, il processo è compiuto: Harry è diventato il padrone della morte perché vive con la consapevolezza di dover morire.
Harry, Voldemort e il vero “padrone della morte”
Non è sufficiente possedere fisicamente la bacchetta suprema, la pietra di resurrezione e il mantello dell’invisibilità: lo status di padrone della morte è metaforico e si ottiene tramite un processo interiore di cui Harry segue le giuste tappe e che riesce a portare a compimento. Voldemort è l’esempio speculare in negativo di ciò che Harry sarebbe potuto diventare se le sue scelte fossero state diverse. A fare la differenza non è la situazione iniziale: Harry e Tom Riddle hanno un background comune. Entrambi mezzosangue, sono stati cresciuti dai babbani, privi dell’amore di una vera famiglia. Sarebbe stato molto facile, per Harry, utilizzare la propria magia per far del male agli altri come Tom Riddle, se non altro per difendersi dalle prepotenze di Dudley Dursley. Harry ha mantenuto la protezione lasciatagli addosso da sua madre, che si è sacrificata per salvarlo, ma sono le sue scelte a fare di lui il padrone della morte e l’eroe della storia.
Per dirla con Albus Silente in Harry Potter e la camera dei segreti:
Sono le nostre scelte che dimostrano chi siamo veramente, molto più delle nostre qualità.
*Nella nuova edizione della saga, a cura di Stefano Bartezzaghi, i Tassorosso sono stati rinominati Tassofrasso. Ho scelto di attenermi alla traduzione Tassorosso, riportata nelle edizioni che posseggo e che mi hanno fatta innamorare della saga. Tassorosso non è stata l’unica Casa di Hogwarts a cambiare nome: i Corvonero nelle primissime traduzioni di Marina Astrologo si chiamavano Pecoranera.
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