Un dettaglio della copertina di Quello che hai amato (Utet, 2015).

Cosa si racconta quando si parla di quello che si è amato

Dove si trova in libreria un’antologia di racconti di nonfiction scritti da donne legati da un tema comune, cioè quello che si è amato? Tra le raccolte di racconti (magari esistesse questo scaffale in ogni libreria), tra i testi del femminismo (come sopra), tra volumi di scrittura al femminile (potrebbe voler dire qualsiasi cosa come tutte le cose che non vogliono dire nulla), nella sezione dei libri rosa (cos’altro potrebbero amare le donne oltre agli uomini)? Io, Quello che hai amato l’ho trovato per terra, in un angolino della fornitissima libreria Borri, quella della stazione Termini di Roma. Era uscito da pochi giorni, ma probabilmente non c’era più spazio nella zona dedicata alle piccole case editrici di narrativa.

Comincio a parlarne con una citazione da uno dei racconti, Acqua di Giusi Marchetta:

La lotta tra me e Biagio si combatte tutta nel sangue che mi ha passato e che scorre inascoltato per buona metà del mio corpo. È un’eredità ingombrante questo istinto a intravedere in qualcuno una possibilità che spicca tra tutte le altre e decidere di seguirla fin da subito. È l’amore che non ha bisogno di foto o di matrimonio. L’elastico che non si spezza.

Sabato 23 gennaio sono andata a una presentazione di questa antologia, curata da Violetta Bellocchio, alla biblioteca Antonio Delfini di Modena. C’erano Carolina Crespi e Giuliana Altamura, due delle autrici che hanno partecipato al progetto — perché non riesco a non considerare Quello che hai amato come un progetto, oltre che un libro, undici storie e undici voci — e un palloncino rosso a forma di cuore di #svegliatitalia che mi ero portata dalla manifestazione. Nelle orecchie avevo ancora il ritornello di Marry You su cui alcuni ragazzi avevano preparato una coreografia in favore dei diritti civili.

“Ha pochi antenati” ha detto Giuliana Altamura, autrice di Tutti i luoghi del mio abbandono (★★★), commentando la difficoltà di etichettare l’antologia e rintracciarla nelle librerie. La prima parte della conversazione è stata dedicata al senso di Quello che hai amato e al metodo scelto da Bellocchio per dargli vita. Anche se l’antologia è un progetto indipendente dal blog di nonfiction narrativa Abbiamo le prove (Alp), fondato nel 2013 per raccogliere storie vere scritte (e vissute) da donne, il germe arriva da lì. In questo caso però i racconti sono più lunghi e hanno ricevuto una cura più profonda. Le autrici non hanno saputo nulla delle altre che avrebbero preso parte all’antologia fino a quando la raccolta dei racconti non è terminata, dunque non c’è stato uno scambio tra loro prima della realizzazione del libro: quella è venuta dopo, in primo luogo con una mailing list.

Crespi ha sottolineato la serietà del progetto dicendo che ogni autrice ha ricevuto un compenso per il suo racconto (spesso nelle antologie i racconti sono doni che gli autori fanno alle case editrici o ai curatori, almeno in Italia). Il budget era di 200 euro.

Nemmeno il titolo dell’antologia era chiaro all’inizio, solo il tema generale, che però non ha ispirato una serie di storie di amori romantici morti e sepolti, come si sarebbe potuto temere. Infatti, questi racconti non parlano quasi mai di uomini: quello che prevale è una ricerca identitaria che trova il suo oggetto di indagine nei legami, con persone, ma anche oggetti, luoghi ed eventi che li hanno avuti come sfondo, addirittura un’età, tutti in qualche modo lasciati alle spalle. C’è molta nostalgia. Nel racconto di Altamura è rivolta al rapporto con un’amica dei tempi delle medie, antitesi dell’autrice perché focosa e passionale. L’incipit ha già dentro tutto:

Mi sono spesso domandata quale sia l’elemento irriducibile, la nostra definizione, ciò che ci rende in grado di rimanere noi stessi, nonostante quanto potremo cambiare o tutto quello che saremo costretti a perdere.

In quello di Crespi — Ventitré, ★★ — l’oggetto d’amore è il periodo in cui si ha 23 anni. Diversi personaggi lo vivono nel montaggio analogico (cioè per analogie) del racconto. In questo caso è il finale che contiene la grazia, ma cito un’altra parte:

Maggio 2007. Elisa compie ventitré anni il 31. A Beaubourg c’è una mostra su Samuel Beckett. Abbiamo abbastanza marijuana da riempirci un tupperware e due settimane vuote, scandite solo dal mio camerierato in pizzeria dalle 18 alle 24, da giovedì a domenica. Un pomeriggio invitiamo tre amici a casa di Elisa; io passo al supermercato, compro una vaschetta di gelato al limone e una bottiglia di vodka liscia. Al sorbetto-party non si presenta nessuno, festeggiamo da sole, col gelato a mollo nelle tazze della colazione.

Il racconto di Violetta Bellocchio, quello che chiude la raccolta, contiene anche una spiegazione del suo lavoro di curatrice, la poetica dell’intera antologia. Si intitola L’ospite non dorme mai (★★) e parla della paura che un estraneo entri nella propria casa, così vicina a quella che si sente quando si decide di scrivere di sé. (L’oggetto d’amore però è un film, The Guest).

Scrivere di te stessa ti rende libera, ma ti porta a una certa perdita di umanità. Perdi qualcosa nel renderti, in apparenza, conoscibile. E nello stesso tempo, ti succede qualcosa. Riesci a sentire, un tratto alla volta, l’ottanta per cento di te che diventa altro.
È così che io ho vinto su di me, alla fine. È per questo che sorrido.

I progetti di nonfiction narrativa di Bellocchio colgono nel segno perché sono unici. Nati da un’esigenza personale di leggere più storie vere di donne, sono per me quasi un monumento: i guerrieri dell’antichità ergevano cumuli di armi e insegne presi ai nemici dopo le vittorie, Alp e Qcha sono montagne di prove, voci femminili che dicono “siamo qui, ora”. Se il blog (e la sua app) sono ottimi compagni per viaggi urbani in tram o in bus, l’antologia è più raffinata e merita di restare in bella vista (scegliete voi lo scaffale) molto a lungo.

Mini recensione dei racconti

Nonostante l’entusiasmo per il progetto di Bellocchio, non tutti i racconti di Quello che hai amato mi sono piaciuti allo stesso modo. L’eterogeneità dei diversi testi, sia a livello stilistico sia nei diversi temi, fa sì che si tratti di un giudizio molto personale. In breve, la mia opinione su quelli che non ho ancora nominato e per incisività quelle antipatiche delle stelline, da una a tre.

  • ME 619753 di Nadia Terranova. Il rapporto con un’automobile (una panda) che è anche il rapporto con la madre, e la città dove si è cresciute e come si era quando si era adolescenti. Non uno dei miei preferiti, ma un buon racconto. ★★
  • Imparare il mio nome in Irlanda di Mari Accardi. Una delle storie più complesse. L’autrice che poco dopo il diploma va in Irlanda a fare la ragazza alla pari e tra tanti disagi passa una soglia importante. ★★★
  • Acqua di Giusi Marchetta. Classico come formato, ma davvero bello. Marchetta racconta la storia di uno dei suoi bisnonni, Biagio, andato in America e poi tornato in Sicilia. Non spoilero nulla, perché merita tutto. ★★★
  • Napoli quando devi attraversare la strada di Raffaella R. Ferré. Meh. Penso di non averlo capito bene, forse non siamo entrati in risonanza.★
  • Da Mario Merola a Kendrick Lamar: storia d’amore senza nessuna separazione di Claudia Durastanti. L’autrice è nata a Brooklyn, i suoi nonni erano emigrati dalla Basilicata agli Stati Uniti negli anni sessanta, ma a sette anni sua madre l’ha portata a vivere in Italia. Un gran bel casino identitario e cemento luccicante. ★★★ anche e molto per la scrittura.
  • Gioia e Fosco di Flavia Gasperetti. Ecco questo proprio no. Più una favola che un racconto — mi ha ricordato Inside out. I due protagonisti sono una coppia che fatica a stare insieme a causa delle differenze caratteriali, ma sono anche le due parti di un’unica persona. ★
  • Twin Peaks per principianti di Chiara Papaccio. Adoro Twin Peaks e vedere gli abitanti di un paese italiano ricondotti ai personaggi di David Lynch e Mark Frost mi è piaciuto da matti. Di sicuro però per un lettore che non abbia seguito la serie il racconto non sarebbe altrettanto godibile. ★★(★)
  • La sugna di Serena Braida. A tratti interessante, ma un po’ troppo confuso. Quando l’ho letto mi suonava convincente, ma a distanza di tempo non ricordo molto. ★

Un cugino sul comodino

Women in clothes di Sheila Heti, Heidi Julavits, Leanne Shapton e 639 altre donne. Nei prossimi mesi ho in programma di leggere parti di questa incredibile raccolta di circa 500 pagine che contiene sondaggi, conversazioni, poesie, saggi e collezioni di immagini sui modi in cui le donne si vestono (che siano scrittrici, artiste o meno). In questo caso non si tratta di pura narrativa, ma una certa corrispondenza è palpabile.

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