I Distillati, la app per social network

“fisso a distillar sempre de’ libri
le più profonde e nobili sustanze”

Dovevano aver in mente questi versi del Buonarroti il Giovane, quelli di Centauria, nell’atto in cui hanno messo a punto il progetto dei Distillati. “Al cuore del romanzo”, recita la presuntuosa headline incalzata da una descrizione in stile-televendita: “Un’occasione senza precedenti per goderti il meglio della narrativa italiana e internazionale in meno della metà delle pagine dell’originale, ma senza perderti nulla. Distillati infatti, non riassunti!” (non sembra anche a voi di sentire Mastrota il banditore?). L’idea è semplice semplice: se non hai tempo da dedicare alla lettura, noi ti facilitiamo accorciando i libri. Semplice e spregiudicata. Perché non si può sdoganare questa trovata come una risposta alla crisi della lettura. I Distillati non creano lettori, e forse bisognerebbe meglio intendersi sul concetto di lettore, ampio e stratificato più di quanto in genere si immagini. Anche chi scorre il rullo di Facebook è un lettore, e chi riceve valanghe di messaggi direttamente sullo smartphone, e chi si abbona a un quotidiano o compra una rivista tutte le settimane.

Leggere un libro, però, è un’azione differente che presuppone una sensibilità differente che, a sua volta, si fonda su un metronomo differente. Se così non fosse, perché mai la critica letteraria dovrebbe dibattere sulle teorie della ricezione e sull’etica della lettura? Davanti a un romanzo avviene la sospensione della realtà, si chiude a chiave una porta per incamminarsi antifrasticamente a occhi chiusi sottobraccio con l’autore. Su Facebook, sullo smartphone e sul giornale è il criterio della rapidità a guidare le azioni di chi legge, che nel frattempo spesso fa anche altre cose, anzi più cose contemporaneamente. Davanti a un romanzo, invece, ciò che conta è il piacere inteso come criterio unico. E mentre sui social e sui giornali si mettono in campo tutti gli strumenti atti a veicolare l’attenzione di chi legge (il corpo e lo stile dei caratteri, i colori, le immagini, gli occhielli, i titoloni e ogni altra sorta di ‘strilli’), il libro parla in punta di piedi sapendo a priori di rivolgersi a chi si è accomodato in posizione di ascolto, per lo più senza pretese, di sicuro senza fretta.

Attraverso i Distillati, Centauria riduce la lettura di un romanzo a un’app per social network, rapida e intuitiva, capace di saltare tutte le tappe per arrivare quanto più velocemente possibile al cuore della storia. Se si pensa di poter trattare la scrittura in termini anatomici, vuol dire che siamo già finiti all’obitorio e che della letteratura non resta ormai più niente. Ignorano (o fingono di ignorare), quelli di Centauria, che chi decide di aprire un romanzo è consapevole di avere preso la strada più lunga, non è in cerca di scorciatoie o facilitazioni, non aspetta di abbeverarsi di gocce distillate ad arte per totalizzare il massimo punteggio con il minimo sforzo. Se avete letto qualche libro di narrativa nella vostra vita, sapete anche voi che un romanzo colpisce quasi mai per la trama o per l’impianto; piuttosto si appiglia al lettore per certi luoghi periferici della storia, per le battute pronunciate in momenti secondari, per le riflessioni a mezza voce di un personaggio mentre si mette da parte, per la quota infinitesimale di una descrizione, per certe volute sintattiche, per quell’impronta lessicale che dà al romanzo il marchio di fabbrica.

Come è possibile fare di tutto questo una selezione? Chi legge un romanzo si trattiene sulle pagine, vi si affaccia alla ricerca di quel sé che non riesce più a trovare, fa domande al libro, e di staccarsene proprio non vuole saperne. Se così non è, allora non sfiancatevi inutilmente e non lasciatevi ingannare dalle cicale: restate sui social.

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