Le otto montagne, particolare della copertina — Credits: illustrazione di Nicola Magrin

“Le otto montagne” e il piacere di cambiare opinione

Il nuovo romanzo di Paolo Cognetti e alcune riflessioni sul piacere di ricredersi.

Lo dico sempre e lo ripeto anche in quest’occasione: una delle cose che preferisco è la possibilità di ricredersi. Nutrire dubbi (ragionevoli), anche al limite del pregiudizio, per poi fare ammenda e smantellarli con il gusto di una nuova opinione. Mi piace la sensazione di ri-scoperta e — essendo praticamente immune da quella robaccia che si chiama orgoglio — mi piace anche la gioia di sbagliare, cambiando il verso a una convinzione in senso positivo.

Dopo aver letto recensioni entusiaste, qualche giorno fa ho chiesto con un post su FB se il nuovo romanzo di Paolo Cognetti potesse piacere anche a uno come me: uno che aveva tiepidamente gradito “Una cosa piccola che sta per esplodere” e detestato profondamente “Sofia si veste sempre di nero”. Uno a cui la scrittura di Cognetti in linea di massima non piace e che, fino a quel momento, non lo riteneva in grado di produrre un romanzo davvero incisivo. Mi sono arrivate risposte di ogni genere, incluse opinioni molto forti e altrettanto contrastanti.

Poi l’altra sera, chiacchierando con un amico, gli ho raccontato dei commenti ricevuti (ovviamente senza fare i nomi degli autori) e gli ho posto la stessa domanda. In sintesi, la sua risposta è stata: “Oh, vez, è davvero un bel libro” (dall’intercalare immagino alcuni possano intuire l’identità dell’amico in questione). E sia — mi sono detto. Leggiamolo.

Le otto montagne” è davvero un bel libro e un romanzo molto più che convincente. Scritto con la stessa paziente ostinazione che applicavamo da piccoli per fare la punta a un legnetto con il temperino. Un lavorìo di cesello e concentrazione che ha limato lingua e contenuto. Ne “Le otto montagne” c’è la storia di una famiglia, della passione per la montagna, della passione facilmente irrevocabile per il silenzio. C’è la Natura descritta generosamente, eppure mai — mai — in modo stucchevole o ridondante: leggendo è impossibile non venire quasi fisicamente catturati dagli odori di bosco e di terra, ma sono i ‘bianchi’, soprattutto, ad essere stati raccontati in modo davvero ammirevole. Tutto il bianco della montagna: tutto il suo spietato candore.

C’è stato un unico momento in cui ho temuto l’arrivo della delusione. Ero già abbondantemente ‘dentro’ al romanzo e pronto a lanciarmi in lodi appassionate quando ho intravisto l’ombra di tutto ciò che avevo detestato in “Sofia”. Erano le poche righe in cui Cognetti racconta brevemente la sua vita a Torino e mi sono sorpreso a sperare che non ricadesse in quel modo di scrivere. “Non adesso, dai”, ho pensato. Invece: scarto laterale, cambio di passo e la narrazione ha ripreso quota. 
Mi capita raramente di fare il tifo per chi sta scrivendo. 
Credo dica molto.

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