Leggere Longform

Il digitale fra micro-contenuto e contenuto articolato

Il contenuto digitale è oggi diviso fra frammentazione e articolazione, fra micro-contenuti e testi lunghi. Da un lato abbiamo i 140 dei tweet e il minimalismo semantico degli emoji. Questo micro-contenuto si nutre della capacità dell’autore prendere un’idea, una sensazione, un’intuizione e dare tutta la forza di una piccola scintilla. In altri casi, il micro-contenuto si fonda sulla catena di interazioni, in modo che il singolo contenuto abbia un senso grazie a ciò che lo precede e segue. Il micro-contenuto è micro anche in senso temporale: le evanescenti immagini di Snapchat che si cancellano dopo breve tempo.

All’opposto abbiamo il contenuto di largo respiro, lungo. I due tipi di contenuto — micro e lungo — si riferiscono a momenti, media e obiettivi diversi e possono convivere armoniosamente. Concentriamoci sul longform e chiediamoci — da lettori — cosa implichi leggere un contenuto lungo. Riflettere sul longform significa anche essere più preparati ad affrontare un tale contenuto, dato che le fonti sono ormai numerose, dagli aggregatori come Longform o Longreads che raccolgono testi pubblicati su varie testate online, alla neonata Longform Italia, pubblicazione su Medium.

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Cos’è un longform?

Identificare un articolo longform è semplice, perché deriva da una sensazione empirica diretta: se impieghiamo qualche minuto a leggerlo, è longform; se facciamo un minimo di fatica e magari torniamo indietro per rileggere un passaggio, è longform. Insomma, ogni testo che non maciniamo mentre facciamo altro può essere un candidato a essere definito longform. Come ogni identificazione empirica personale, però, diventa complessa non appena ci si muove fuori dalla sua area di applicazione. Il longform non è solo qualcosa che accade a me lettore né è solo un mio modo di leggere. Il longform è anche una serie di proprietà del testo, che sono potenzialmente indipendenti dal lettore che poggia gli occhi sulle parole. Il concetto di longform non è appannaggio del contesto digitale, tuttavia il digitale ha dato al longform una nuova vita.

In particolare, il tablet e i dispositivi mobili hanno dato forza alla lettura dei longform. Il desktop, secondo alcuni (Rosenstiel, 2013), è una macchina di distrazione che scoraggia e interrompe la lettura di testi lunghi. Le tante finestre aperte sullo schermo, le mail in arrivo, le notifiche di vario genere frammentano la possibilità di lettura. Al contrario del desktop, secondo alcuni dati, il 73% delle persone che leggono news sul tablet leggono anche longform e di queste il 20% dichiara di leggere testi lunghi quotidianamente; sugli smartphone, le percentuali sono rispettivamente 70% e 11% (Rosenstiel, 2013, cit. in Ritter Longhi e Winques, 2015).

Uno scritto longform ha una shelf-life superiore rispetto a quella delle news normali e può arrivare anche a durate di mesi (anni per i casi migliori); mostra una certa cura nella forma e nello stile, in modo che sia un testo interessante e stimolante per chi legge; può avere forma narrativa o da saggio, contenendo comunque una visione analitica e non meramente informativa (Smith et al., 2015). La qualità del testo longform è normalmente elevata, dato che l’autore ha dedicato tutto il tempo necessario per poter sviluppare una ricerca o inchiesta interessante e scrivere in una forma adeguata e accattivante.

In alcuni casi, il longform è associato allo slow journalism, che propugna un giornalismo che non si lasci trascinare troppo dalla frenesia dei cicli di news, secondo il motto “Being right, is much more important than being first” (Rob Orchard, fondatore del magazine Delayed Gratification).

Alcuni esempi classici di longform (Smith, cit.): un profilo di Obama su Vanity Fair, una storia sugli ascensori di New York pubblicata sul New Yorker.

Sappiamo leggere un longform?

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Certo che sappiamo leggere un testo lungo… Siamo lettori e se l’argomento ci interessa, possiamo farlo senza grossi problemi. Un requisito minimo è che il testo non sia scritto troppo male — infatti buona parte dei pochi che sono arrivati fin qui, mollerà scoraggiata… abbandonando il tentativo di finire; grazie comunque :-).

Ma le cose non sono proprio così in senso aggregato. Leggere da cima a fondo un testo di un certa lunghezza è più raro di quanto si pensi. La figura seguente (tratta da un articolo di Farhad Manjoo su Slate) illustra i dati per gli articoli della rivista online Slate per l’anno 2013.

[Fonte: Slate]

L’asse orizzontale indica la percentuale dell’articolo completata dal lettore. Si parte dallo 0% corrispondente al titolo, fino a fondo pagina (si arriva al 120% perché si include il materiale in appendice al testo, come i commenti, che vanno oltre il 100% dell’articolo in senso stretto). Sull’asse verticale sono riportate le percentuali di lettori che arrivano fino a quel punto. Il valore più frequente è intorno al 50% della pagina. Una parte consistente dei lettori legge fino a metà articolo e poi smette. I dati puntuali del diagramma sopra mostrato non sono disponibili, ma si può stimare — a occhio… — che la maggioranza dei lettori non superi metà articolo. Solo il 25% dei lettori di un articolo di Slate arriva a superare l’80% dell’articolo. Il picco a inizio diagramma, corrispondente al titolo e parte iniziale dell’articolo, equivale a un 5% di lettori che non fanno mai scroll della pagina e si fermano una volta aperta. Cosa fanno? Magari la lasciano in background mentre fanno altro su altri tab del browser. C’è un picco verso la fine della pagina, perché lì si concentrano spesso fotografie, commenti e altri contenuti in calce al testo, che il lettore va a visitare saltando il resto.

Da precisare che i dati sopra riportati si riferiscono solo a coloro che abbiano avuto un minimo di engagement con l’articolo. Vengono esclusi coloro che una volta aperto il link e visto sommariamente il titolo, semplicemente sono andati via in tempo troppo breve per essere rilevato.

Il fenomeno non cambia per articoli che non siano di Slate. Secondo i dati di Chartbeat riportati nell’articolo citato, le porzioni lette tendono ad allungarsi, ma di poco e la percentuale di persone che aprono e non scorrono la pagina sale dal 5% al 10%.

La cosa si fa interessante se si riflette (come fa Manjoo nell’articolo citato) sui dati di condivisione dell’articolo. Non c’è correlazione statistica fra lettura effettiva del testo nella sua interezza e sharing online. In pratica, se uno legge per intero o meno l’articolo non incide sulla decisione di fare un tweet o una condivisione su Facebook. Si mettono in circolo cose che in molti casi non sono lette.

I dati sopra riportati suggeriscono che per avere dei buoni testi longform c’è bisogno di buoni lettori di longform. Lettori che siano desiderosi di prendersi il tempo necessario per leggere il testo, approfondirlo, dare al lavoro di chi ha scritto quel testo il giusto riconoscimento. Nel mondo digitale — dove il confine fra lettore e autore viene a volte superato con le diverse forme di interazione sul testo — la responsabilità di buoni testi è certamente degli autori, ma noi lettori non dobbiamo dimenticare la nostra responsabilità. Leggere bene incentiva la buona scrittura.


Riferimenti

Manjoo, Farhad (2013), “ You Won’t Finish This Article. Why people online don’t read to the end”, Slate, June 6th.

Ritter Longhi, Raquel e Kérley Winques (2015), “The place of longform in online journalism: quality versus quantity and a few considerations regarding consumption”, Brazilian Journalism Research, Volume 1, Number 1.

Rosenstiel, Tom (2013), “The Future of Journalism”, TEDxAtlanta, Atlanta. Disponibile all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=RuBE_dP900Y

Smith, Virginia, Miriam Connor, Isabelle Stanton (2015), “Going In-Depth: Finding Longform on the Web”, Proceedings of the 21th ACM SIGKDD International Conference on Knowledge Discovery and Data Mining, pp. 2109–2118.