Il Mio ComingOut

Un approccio atipico ad un problema di vecchia data.


Chissà perché, ma quando si tratta di parlare di ComigOut (CO da ora per comodità) anche chi lo ha già passato prova sempre un po’ disagio ad affrontare questo argomento…

Probabilmente perché alla fine, per chi è già avvenuto, la cosa sembra quasi un po’ buffa, mentre chi deve ancora farlo non capisce bene cosa sia e lo teme.

Per quanto mi riguarda sono un po’ un caso atipico, almeno credo. Quando l’ho fatto io, i tempi erano diversi e la mentalità pure; ma andiamo per ordine. Il mio CO è cominciato quando avevo 16 anni… ed è durato a dire il vero molto poco. Ai 18 ho preso la decisione di mettere al corrente la mia famiglia, con risultati non proprio brillanti.

Da li a poco dovevo partire per naja e così fu. Solo che durante i primi mesi, devo dire anche troppo allegri in caserma, mi si poneva il problema di cosa fare alla fine del servizio di leva. Erano gli anni 80, non avevo terminato le scuole, più per una stupida ripicca verso mio padre che non per mancanza di volontà, e da li a poco sarei stato di nuovo libero, si faceva per dire, di fare la mia vita. Fu così che una sera allo spaccio, mentre meditavo su queste faccende, mi cadde l’occhio su un bando di concorso dell’Esercito per sottufficiali. La decisione fu fulminea… la mattina seguente ero in maggiorità a presentare la domanda.

Tra l’altro scopersi che essendo sotto naja ancora avevo delle speranze in più per riuscire. A settembre mi trasferii a Viterbo, dove feci la mia bella selezione, i miei bei test attitudinali e le mie faticose (!) prove fisiche. Per farla breve mi piazzai con un modesto 354 posto su 700. Non che mi interessasse essere il primo, già da anni a scuola applicavo la teoria del ‘meglio avere un profilo basso e defilato’. Per cui mi andava bene non essere ne tra i primi, ne tra gli ultimi.

Appena iniziato il corso mi trovai subito in vantaggio provenendo direttamente dal servizio di leva. Feci subito amicizia con un sottotenente di complemento, di cui non riporterò per rispetto alla privacy il nome. Fu chiaro da subito che ci piacevamo. Mi trovai a dovermi dibattere tra la possibilità di passare quei mesi a Viterbo avendo una relazione oppure come la massa occupandomi solo di addestramenti, scuole di tiro ed altre cose tipiche di quella istituzione.

Lo Sten dal canto suo sapeva meglio di me che rischiavamo entrambi grosso: lui l’allontanamento in silenzio dalla scuola, ed io, nel migliore dei casi, l’allontanamento immediato dalla scuola, nel peggiore con ignominia, ossia congedato con il tremendo articolo che ti bollava a vita come ‘deviato sessuale’ (che idiozia!!!). Alla fine decidemmo di vivere la nostra storia in silenzio e nell’ombra dei molti angoli che la scuola offriva.

Soffrii molto della cosa: dopo il can can fatto a casa per dichiararmi non accettavo molto di buon grado il fatto di dovermi ancora nascondere, ma a dire il vero, mi rendevo anche conto che, io stesso avevo scelto la vita militare, e di certo non potevo pensare di sovvertirne l’ordine a mio uso e consumo… non in quel momento almeno.

Dopo varie vicissitudini, che non sto qui a riportare, sono capitato a Verona come destinazione finale. Da allora ho viaggiato molto per l’Italia e per l’Europa. Ma una cosa era costante: la voglia di venire allo scoperto anche nel mio ambiente di lavoro… oltre ad una necessità morale era anche una questione di principio: negli anni avevo avuto modo di verificare che molti erano i gay nelle forze armate, e molti i ragazzi non dichiarati che soffrivano, non poco, a prestare servizio nascondendosi.

Molti sono stati quelli per cui, nel mio piccolo, ho potuto fare qualcosa, anche solo una spalla per sfogarsi, delle volte, era molto per loro. Alla fine senza volerlo le voci cominciarono a girare… ormai si sapeva che ero gay, ma i quadri si guardavano bene dall’affrontare il discorso. Il colpo di grazia (per loro non per me) arrivò quando cominciai a prestare tempo come volontario nei primi consultori militari.

Molti erano i gay che ci capitavano (la caserma aveva più di 4000 soldati ai tempi) e mi ha fatto sentire bene poterli aiutare…inoltre aiutavo me stesso, ormai non avevo più ne remore ne dubbi sul fatto che un militare potesse essere efficiente al 100% ed essere gay al contempo. Eppure con il tempo ci sono arrivato…addirittura quando capitava un milite gay i quadri stessi me lo indirizzavano per dargli una mano. Tutto sommato è stata una bella esperienza.

Direte voi ma che c’entra tutto questo con il coming out ? E ve lo spiego subito… io sono convinto che il coming out non sia semplicemente un processo per il quale il mondo intero sappia di noi. Credo sia un cammino che possa essere percorso più volte nella vita per svariati motivi. Nel mio caso l’ho fatto due volte: la prima con la mia famiglia…. e fu dura, la seconda con la gente con cui vivevo maggior parte della mia giornata. Prima dell’innovazione (disastrosa a mio giudizio) dell’orario fisso settimanale e degli straordinari, il tempo vissuto in caserma era molto.

Tra servizio vero e proprio e tempo passato con i ragazzi arrivavo tranquillamente a più di 16/17 ore al giorno dentro. Il processo di CO in un ambiente come quello militare può sembrare una assurdità masochistica, ma non lo è: se non altro è servito almeno a dimostrare che si può essere gay ovunque e comunque. Ma ripeto fare il CO non significa andare in giro con il cartello attaccato al collo. Significa accettarsi per quello che si è, arrivare ad un punto in cui non ci si sente diversi solo perché ci piace la persona dello stesso sesso, ne sentirci discriminati per quello che siamo.

Ho sentito molte storie ed avventure di parecchi gay, e tutt’ora faccio una enorme difficoltà a credere che in questo paese ci siano reali discriminazioni da questo punto di vista. Conosco gay dichiarati in banche, amministrazioni pubbliche, in aziende con mansioni di spicco. Insomma la faccenda della discriminazione mi suona, a volte, un po’ come una scusa per non accettarsi; un po’ come per molti presunti bisessuali.

Comunque, alla fin fine, mi reputo un fortunato: ho vissuto, e vivo la mia vita in serenità, ho trovato anch’io il cretino di turno, ma chi non lo trova almeno una volta nella vita? Mi sono congedato nel 2000 ed ho aperto una mia attività, con 4 soci tutti etero, e tutti coscienti del fatto che sono gay, e vi garantisco che non ci sono mai stati problemi di sorta, ne con loro ne con la stragrande maggioranza degli altri. Il mio motto era e resta comunque:

“Campavo bene prima di conoscerti, continuerò a campare bene anche se sparisci perché hai dei problemi a confrontarti con una realtà diversa della tua.”

Non me ne vogliano quelle — poche a dire il vero — persone a cui ho riportato questo motto perché costretto dalla situazione. D’altronde ognuno è libero di vivere e frequentare chi vuole …. O no ?!?!?!?

JC

P.S.: Questo pezzo risale al 2002 dal mio sito personale.