Librammo: Capitolo 1: Risvegli
Racconto 3: Il diciassettesimo compleanno: la festa d’addio
10 agosto del 2046
Residenza Tensharo, Periferia di Osaka, Giappone
Che bello, finalmente è arrivato il fatidico giorno pensò contenta Giulia mentre si stava vestendo per andare a svegliare i suoi genitori, che come al solito ancora dormivano. Cercò di camminare il più silenziosamente possibile, per fare loro una sorpresa, quando ad un tratto, a pochi passi dalla porta, sentì sua madre singhiozzare; inquieta si fermò in ascolto.
<Smettila di piangere! Ricordati che oggi è il suo compleanno e deve essere un bel giorno per lei> la zitti il marito.
<Ma caro come fai ad essere così calmo, se ne dovrà andare, non la rivedremo più> continuò a singhiozzare sempre più rumorosamente.
<Smettila, ci potrebbe sentire e così gli rovineresti la festa, fra poco dovrebbe venire a svegliarci vedi di non farti sentire, capito?>
<Ci proverò> lo disse trattenendo a stento le lacrime.
Giulia era confusa, non riusciva a comprendere cosa volesse dire la madre, e perché poi se ne dovesse andare proprio non lo capiva. Eppure loro gli avevano sempre voluto bene, perché ora dovevano cacciarla, perché.
Ritornò a letto e ci rimase per qualche minuto riflettendo, non riusciva a darsi delle risposte, sperava solo che tutto quello che aveva sentito fosse un equivoco, e si convinse di fare come se non avesse sentito nulla.
Si recò nella camera dei genitori, apri la porta e felice si gettò sul letto, tra i due <buongiorno, ben alzati.>
<Ciao piccola, lo sai che oggi è il tuo diciassettesimo compleanno, oramai sei grande sai, auguri!> il padre iniziò a tirargli le orecchie.
<Grazie papà, sono contenta che non te ne sia scordato> disse allegramente.
Giulia rivolgendo lo sguardo alla madre, vide che aveva gli occhi rossi, il viso solcato dalle lacrime, <Giulia!> disse lei ricominciando i singhiozzi <come sei diventata grande, una vera signorina, lo sai quanto io e tuo padre ti vogliamo bene, no!>
<Si mamma lo so, anch’io vi voglio bene, ma non c’è bisogno che piangi.> La madre non accennava a smettere, così il padre staccandola dalla moglie la condusse in cucina e gli preparò una buona colazione.
Giulia era preoccupata e non riuscì più a trattenersi <papà se ce qualcosa che non va, ti prego di dirmelo, se ho fatto qualcosa di sbagliato…>
<Non ti preoccupare non è successo niente, sai com’è tua madre s’emoziona facilmente, ora vedrai che quando ritorna si sarà calmata> la rassicurò.
Giulia però non ne era affatto certa, ma si convinse che era meglio tacere e cercare di passare una giornata felice. Dopo qualche minuto venne la madre, s’era ripresa, ma aveva una profonda preoccupazione sul volto, Giulia non aveva la più pallida idea di quello che stava succedendo.
Il mattino passò felice ricordando il passato con album di foto e filmati. Dopo mangiato, il padre annunciò che andava a prendere il regalo per lei. La madre si faceva sempre più cupa in volto e la figlia se ne rendeva conto.
Il padre ritornò con un pacco incartato con un fiocco rosa, come di consueto. Lei però s’accorse del mancato entusiasmo nel consegnarglielo e questo la fece preoccupare più di tutto.
Il pacco non era molto pesante, aveva una forma rettangolare e una rigonfiatura sul lato superiore. <Vediamo se indovino, dovrebbe essere un libro di medicina per il mio prossimo diploma?>, il padre non rispondeva, si era seduto con la testa tra le mani. La madre riprese a piangere, la figlia si stava amareggiando molto. <Che cosa succede, perché fate quelle facce, anche se non è il libro, va bene lo stesso!>
<Apri il pacco, Giulia!> l’intimò il padre alzandosi e allontanatosi di qualche passo continuò <promettimi che non piangerai.>
Lei rimase sconvolta dalla sua affermazione, sta accadendo qualcosa di grosso, pensò, <ma perché, che cosa succede?> fece rivolta al padre.
<Giulia, giurami che non piangerai, non piangerai mai più!>
Lei era spaventata e non riuscì a dire altro che <io, io lo prometto!>
Aprì il pacco lentamente come se cercasse di non far passare il tempo, nella sua mente si stava formulando dei pensieri strani che forse nemmeno lei sapeva spiegarsi. La carta scrosciò quando fù tolta, all’interno vi trovò due volumi e una catena cui era appeso un ciondolo apribile che conteneva sicuramente delle immagini.
<Che cosa significa?> disse sfogliando il primo volume che assomigliava ad un album di famiglia. All’interno c’erano delle immagini di persone che lei non conoscevano e in tutte vi erano una bambina, l’album non era terminato e le foto occupavano solo metà delle pagine. Le riproduzioni digitali erano d’ottima qualità, l’ultima di queste ritraeva la bambina in primo piano: aveva i capelli e gli occhi castani, e le somigliava molto. Sotto l’immagine vi erano delle scritte:
10 Agosto 2032. Castelfiorentino / Firenze.
Terzo compleanno di Giulia de Antoni.
Lei rimase sbalordita, la bambina fisicamente era uguale a lei da piccola e anche i loro nomi erano uguali. Corrispondeva pure il periodo in cui vivevano in Italia, ma le era stato raccontato che le foto dei suoi primi tre anni, passati nella penisola mediterranea, furono rubate da dei ladri durante il viaggio per il Giappone. Nelle foto, però, non c’era la sua famiglia; forse sono dei miei parenti rimasti là, sicuramente è così, pensò, ma questo non spiegava il perché il cognome fosse diverso.
Il padre era teso, riluttante al discorso, ma le rivolse ugualmente la parola <prima che ti racconti la storia devi aprire il ciondolo!>
Lei schioccata da tutta quest’attesa aprì il ciondolo e rimase senza parole <non posso crederci, questi non saranno mica…>
<Si Giulia, quelli sono i tuoi veri genitori. Tuo padre era italiano e tua madre giapponese>, fece una pausa, <tu e i tuoi genitori vivevate in Italia finché tuo padre, che era un archeologo, venne in Giappone per via d’alcuni scavi che rilevarono materiali alieni.> Giulia stava molto attenta al discorso, ed era altrettanto sconvolta.
<Tra questi materiali fù ritrovata anche una statua molto strana. Tuo padre per riuscirla a studiarla entrò a far parte di un’organizzazione segreta, situata nei pressi di Kyoto. Così tu e tua madre foste trasferiti qui. Purtroppo qualche mese più tardi tuo padre e tua madre ebbero un incidente con l’automobile e così divenisti orfana. Yamagata, il presidente dell’organizzazione segreta, ti fece venire a stare da noi con la promessa, però, che al compimento dei diciassette anni avresti dovuto unirti alla sua causa. Lui ti fece cambiare nome supponendo che quello che successe ai tuoi non fosse un incidente, e siccome tua madre era molto amica di mia moglie fummo felici di tenerti con noi. Anche se, purtroppo ci mantenevi vivo il ricordo dei tuoi genitori scomparsi> il tutore vedendola sconvolta si voltò.
Giulia pensò che tutto ciò somigliava molto a quelle strane storie che leggeva sui libri, purtroppo questo non era un racconto, ma la sua vita. Ora era stupido credere che fosse tutto uno scherzo. Guardò il volto della madre adottiva, solo adesso si poteva rendere conto della sua preoccupazione, che cosa sarebbe successo da adesso. Non avrebbe più potuto vedere le sue amiche, avrebbe dovuto smettere gli studi, tutto sarebbe cambiato, per lei sarebbe iniziata una nuova vita. Si voleva mettere a piangere come faceva sempre quando si trovava in brutte situazioni, ma non poteva, aveva promesso di non farlo, non avrebbe dovuto mai più piangere.
<E adesso?> domandò Giulia rivolta al padre. La voce era soffocata come se stesse per piangere.
<Adesso dovrai fare i bagagli, e dopo ti porterò a Kyoto> rispose freddamente il padrino <avanti vatti a preparare> si voltò e se ne andò nel soggiorno.
<Mamma io non so che fare, aiutami tu!> implorò Giulia.
<Non posso far niente, oramai è già tutto deciso, sapevamo fin dall’inizio che sarebbe andata così. Ora vieni con me, ti aiuterò a fare le valigie> la madre non seppe dire altro, s’era rassegnata e voleva passare gli ultimi minuti con lei.
<Ti volevo dire che, anche se non sei la mia vera madre, io ti voglio bene come se lo fossi. E ti ringrazio per tutto ciò che hai fatto per me fino ad ora.> Le sue parole uscirono dal cuore e la madre lo capì subito, ed in risposta l’abbracciò, nessuna delle due avevano mai provato così tanto affetto.
Finito di preparare le valigie andarono a portarle in macchina, il padre era già a bordo ad attenderla, mentre loro si trattennero un attimo di più.
Si guardarono negli occhi, <Giulia!> singhiozzò la madre abbracciandola.
<Mamma, ti ricorderò sempre!> promise.
<Anch’io, però ora vai> la lasciò andare sapendo che quello sarebbe stato l’ultimo abbraccio.
Giulia montò in macchina, non si voltò a salutarla quando l’auto partì, perché sapeva che altrimenti non avrebbe avuto più il coraggio d’andarsene.
Il viaggio iniziò silenzioso e nessuno dei due parlavano, entrambi erano avvolti nei pensieri ed erano troppo tristi per conversare.
La strada era costeggiata da conifere, in quel momento si rese conto di quanto le amasse, era convinta anche, che nei prossimi giorni le avrebbero dato tanta nostalgia e tormento.
Il sole ormai stava tramontando, colorando tutto di un rosso malinconico e sconsolatore. Giulia abbassò un momento il finestrino dell’auto per respirare l’aria fresca.
Quell’atmosfera in un certo senso le piacque, rimase per un po’ ad osservare il panorama, Kyoto distava parecchie ore, ma il sonno la costrinse a chiudere gli occhi, lei però continuò a vedere quel paesaggio indimenticabile.
Quando si risvegliò era buio, suo padre era ancora al volante, è un bravo guidatore, pensò, la luna era alta, e a tratti veniva coperta dagli impressionanti grattaceli. La città era illuminata da dei lampioni al neon bianco che a lei davano fastidio agli occhi, <è questa Kyoto?> domandò.
<Si, è questa. Qui vicino dovrebbero aspettarci degli agenti che ti condurranno al quartier generale, è un posto segreto che nessuno conosce a parte i gregari.>
<Papà, volevo ringraziarti ora, per tutto ciò che hai fatto e per i momenti felici che tu e la mamma mi avete fatto passare, tante grazie!>
<Non c’è bisogno che ci ringrazi, l’abbiamo fatto perché ci faceva piacere, anzi dovremmo noi ringraziarti per averci fatto compagnia per questi, anche se brevi anni> il padre le fece un bel sorriso, un po’ rassegnato che lei non poté più scordare. <Ecco guarda, là c’è la loro macchina, ora devi andare, vai> le indicò il padre.
Lei lo guardò e l’abbracciò <vi verrò a trovare, non appena potrò> gli assicurò.
Giulia scese dalla vettura facendo un cenno di saluto rivolto al padre, addio Giulia si disse tra sé e voltò la macchina facendo ritorno a casa.
Un uomo se ne stava appoggiato sul lato sinistro del cofano di una sportiva bianca con aria rilassata, vestiva con un paio di jeans e una maglia attillata di cotone bianco. Giulia gli s’avvicinò, aveva i capelli viola corti tenuti avanti un po’ lunghi per ricadere sulla fronte. Sulla guancia sinistra vide una profonda cicatrice a croce, lui alzò gli occhi neri e con una voce da ragazzo le domandò <sei Giulia de Antoni?>
<Si, credo di si!> esclamò con un po’ di timore.
<Salve. Io sono Elvis Wright, soldato del CCC. Salta in macchina che andiamo al quartier generale, li potrai riposarti e domani mattina Yamagata ti riceverà. Tutto chiaro?> Giulia fece un cenno di conferma e salirono a bordo dell’auto.
Non era mai montata su un’auto come questa, il ragazzo aveva una guida consona al tipo di mezzo. Elvis prese un pacchetto di sigarette senza filtro e glielo porse.
<No, io non fumo> rispose lei.
<Peggio per te, non sai cosa ti perdi> esclamò lui mentre prendeva l’accendino, Giulia aprì il finestrino per cambiare aria, non gli piaceva quella puzza. <Vedrai che ti piacerà stare al CCC, ci si diverte un mondo!> rise beffardo infilandosi in bocca la sigaretta.
<Ma di cosa si occupa di preciso quest’associazione?> domandò lei.
<Ancora non te l’hanno detto, eh?> tirò dalla sigaretta mentre teneva vicino la fiamma e le soffiò addosso il fumo. <Lo scoprirai presto, vedrai!> il ragazzo gli sembrò subito antipatico.
Da fuori si sentivano forti rumori, come d’esplosioni, la zona era sorvolata da elicotteri, ancora erano nella periferia della città, ma sembrava che ci fosse molto movimento, sarà successo qualcosa, pensò.
La macchina accostò vicino ad un edificio situato in una via non molto illuminata, che era piena d’immondizia. Scesero e lui dopo aver chiuso a chiave l’auto le fece cenno di seguirlo. Andarono ad un portone che aveva una consunta e rovinata insegna luminosa di cinema, lui l’apri con le chiavi.
<Che cosa fai, non lavorerete per caso qui?> chiese sbalordita.
<E’ questa l’originalità piccola, noi abbiamo un’entrata segreta, sennò che organizzazione segreta è, non credi?> rispose il ragazzo in tono spiritoso.
Appena entrati chiusero la porta e ne aprirono una di ferro che sembrava contenesse la centralina elettrica, che in effetti c’era. Le pareti di questa erano di metallo, lui fece passare una tessera magnetica in una fessura sul muro, che subito Giulia non aveva notato. Dietro questa s’udì un suono e una sezione di parete entrò nell’altra permettendo loro il passaggio, subito dopo si richiuse alle loro spalle. Qua era buio ed Elvis accese una torcia elettrica che rivelò delle rampe di ferro, ne scesero un paio, poi aprirono un’altra porta con scritto -Stazione N°5-. Finalmente si trovarono in un corridoio illuminato che accedeva a delle stanze, vi erano due soldati a guardia dell’ingresso. Elvis li salutò con la mano, ma loro non gli risposero affatto. Il ragazzo la condusse dentro una piccola stanza con un muro a “L” aperto a destra <ecco siamo arrivati, attraversa la porta qui dietro. Troverai una scala che conduce al dormitorio, fai sogni d’oro e a domani, ciao> lui uscì chiudendo la porta d’entrata senza nemmeno attendere la risposta di Giulia.
Lei non era molto stanca perché aveva già dormito in macchina, perciò superò l’anticamera e osservò attentamente la stanza. Il perimetro era ricoperto d’armadietti chiusi con dei lucchetti, pensò perciò che si doveva trattare di uno spogliatoio. Superando la porta, vide dei bagni con doccia e delle scale situate nella parete sinistra, tutto il soffitto era ricoperto di uno strano materiale che emanava una fioca luce.
Si fermò a sedere in una panca e non poté non ripensare al suo passato, ai bei ricordi andati. E come un’auto lanciata ad alta velocità che sbatte contro un muro giunse al presente; e non seppe immaginarsi quello che gli avrebbe riservato il futuro. Per questo pianse sommessamente, aveva paura di non riuscire a vedere oltre quel muro.
Sentì dei passi, si volse e vide una ragazza in pigiama che scendeva le scale. <Chi c’è?> disse la figura. Giulia, però, non riuscì a dire niente e continuava, tra i singhiozzi, a tenere la testa china e una mano appoggiata davanti agli occhi.
La ragazza gli si avvicinò <che ti prende, stai male?> domandò premurosa.
Lei scosse forte la testa così che l’altra notò le lacrime. <Sei nuova vero?> Giulia accennò un si con il capo <non fare così. Qui non è poi tanto peggio dell’orfanotrofio!> sorrise.
Vedendo che non vi era miglioramento da parte di lei aggiunse <credo che se non la smetti di piangere…> fece una pausa e attese che Giulia sollevasse lo sguardo. <…credo che ti faranno asciugare tutto> e le due ragazze sorrisero.
<Giulia> rispose mentre si asciugava le lacrime <credi sia una sciocca. Non è vero?>
<No!> scosse la testa <credo che la maggior parte di noi, se non tutte, ha avuto paura ed ha pianto il primo giorno, anch’io l’ho fatto! Non ti devi vergognare.>
Giulia si sentì rincuorata <Grazie Jill, sei un’amica.>
<Figurati, ora però è meglio che vai di sopra e ti infili in un letto> lo disse mentre entrava in un gabinetto <domani dobbiamo svegliarci presto!> si chiuse la porta dietro.
Salì la rampa di scale e si ritrovò in una camerata dove vi erano molte file di letti a castello, arrivò fino in fondo alla stanza e vide che alcuni erano vuoti, appoggiò la valigia a terra e si sdraiò su uno di questi cercando invano di dormire.
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