Librammo: Capitolo 1: Risvegli
Racconto 2: Operazione Speciale
10 Agosto dell’anno 2046
Oxford Street, Londra, Gran Bretagna
“Dannati demoni, vi siete nascosti qui dentro” pensava avvicinandosi ad un grande edificio con due enormi ante.
<Ho paura Bruce. E’ meglio attendere i rinforzi> gli disse un amico terrorizzato pochi passi dietro di lui.
<No, non abbiamo tempo, dobbiamo fare irruzione. Dobbiamo salvare quella gente.>
<Ok> rispose <allora facciamolo in fretta.>
<Raul! Tu sulla sinistra della porta, io sfondo> al gesto affermativo dell’amico si mosse per operare. Un forte schianto provenì dai piani superiori, poi una cascata di vetri finì sopra di loro.
<Oh dio! Ahh!> gridava l’altro.
Si tirò di scatto a sedere, ancora gridava. Si passò una mano sul volto: era madido di sudore. La figura sdraiata al suo fianco si mosse <Bruce, stai bene? Hai ancora fatto quell’incubo?>
<Si,> fece mentre dava un bacio alla ragazza <e’ sempre più terribile. Mi dispiace d’averti svegliato Michel.>
<Non ti preoccupare tanto è quasi ora che mi prepari per andare all’università.>
Bruce si diresse in bagno e si mise sotto la doccia. Maledizione, aveva paura, voleva andarsene, è stata tutta colpa mia rimuginava. Rimase sotto la pioggia d’acqua per più di cinque minuti, poi sentì la porta d’ingresso aprirsi e una voce femminile chiamarlo <Caporale Sterling? Si è alzato?>
Si asciugò e si legò l’asciugamano alla vita, poi andò nella sala. <Si sono sveglio, agente Nikon> rispose mentre si strofinava gli occhi.
<Non ha un bell’aspetto> intuì.
<Ho dormito poco e male, tutto qui!> sdrammatizzò <niente di nuovo?>
<Poco. Cowell si reca normalmente dalla sua abitazione all’ufficio, utilizzando una vettura blindata. Intrattiene colloqui solo con alcuni clienti, diciamo i più habitué. Da casa le uniche telefonate che fa sono dirette ai suddetti clienti e frequentemente questi li richiamano…> mise sul tavolo dei tabulati.
<Avete intercettato le loro conversazioni?> la interruppe.
<Si, ma purtroppo quelle che partono dalla sua abitazioni hanno un segnale codificato e quelle che arrivano non sono affatto interessanti> finì scuotendo la testa.
Bruce si mise a sedere con un’espressione preoccupata poi osservò l’arrivo della sua ragazza.
<Ciao signorina Susan> salutò.
<Buongiorno Michel> rispose lei.
<Vuole del caffè?> Nikon scosse il capo <no! E tu Bruce?>
<Non ti preoccupare hai già fatto tardi, vai pure> disse premuroso.
<Ok, io vado allora> fece mentre gli dava un altro bacio <ciao Susan> e così uscì.
<Le vuole molto bene?> chiese Susan.
<Si è vero> accennò col capo <è una tenera amante.>
<Come se la prenderà quando dovremo ritornare in Giappone?>
<Non è il momento di pensarci ora> tagliò corto. <Thomas è riuscito a trovare niente nella visita allo stabilimento di cui è proprietario?>
<Purtroppo no. La parte aperta al pubblico come prevedibile è perfettamente in regola e le poche occhiate che è riuscito a dare ad alcune stanze degli addetti non ha rivelato nulla> la ragazza giapponese scrollò le spalle.
<Eppure ci dovrebbero essere delle attività codimensionali da qualche parte> si portò una mano al mento <dannazione. Se non riusciremo a trovare qualcosa entro tre giorni, cioè martedì, archivieranno il caso.>
Si era messo davanti un portatile a battere il rapporto, erano passate tre ore e Susan se ne era andata già da tempo. “Cosa stiamo sbagliando?” si chiese “eppure procede tutto secondo i piani”. Passò gli occhi sullo schermo, rilesse i rapporti degli altri giorni. Erano qui da giovedì 2 agosto. Avevano seguito un giapponese di nome Takashi Hizuna, tipo che già in passato aveva avuto dei contatti con delle sette, ma che non era stato potuto incastrare. Al suo arrivo Takashi aveva incontrato quello che loro pensano sia il capo della setta, Cowell Noel, un ricco uomo d’affari del Yorkshire proprietario di una ditta metallurgica ed altre attività.
Un dubbio lo indusse a prendere il telefono. <Susan?>
<Si, dimmi> rispose la voce all’altro capo della linea.
<Che fine ha fatto la nostra prima pedina?>
<E’ da due giorni rinchiusa nel suo appartamento, Bob lo sta sorvegliando> disse sicura.
<Che cosa sta facendo in casa?> chiese ancora.
<Non saprei, Bob mi ha detto che se si muoveva o faceva qualcosa di sospetto mi avvertiva, perciò deduco che non faccia niente di particolare.>
<Vuoi dire che è da due giorni che non lo senti? E’ da due giorni che Bob non ci contatta?> la sua voce aveva una punta di irritazione.
<Esatto Caporale. Bob mi ha detto di attendere la sua chiamata> fece una pausa <credo che si trovi molto vicino e non volesse destare sospetti.>
<Chiamalo immediatamente. E’ un ordine> riattaccò. “Che cazzo gli salta in mente a Bob, non può aver lasciato passare così tanto tempo senza richiamare”.
Attese qualche minuto poi il ricevitore squillò. <Susan?>
<Si, avevi intuito bene. Il suo cellulare ha segnale, ma Bob non risponde> la sua voce era preoccupata.
<Dannazione!> imprecò <Susan raduna la squadra, tutti meno Thomas. Ci vediamo fra dieci minuti davanti al ristorante cinese!>
Bruce agganciò la cornetta, corse in camera e si infilò dei blu jeans, un sottile corpetto di kevlar sotto una T-shirt bianca, la fondina ascellare e un paio di scarpe da trekking. “Accidentaccio perché non ciò pensato prima, forse sono stato troppo avventato. Devo aver sbagliato bersaglio, forse Cowell non centra niente”. Caricò la pistola automatica e la ripose nella custodia “Bob che cazzo mi combini, come diavolo hai fatto a farti beccare”. Si mise sopra un giubbotto leggero e si infilò in tasca il cellulare di servizio.
Uscì dall’appartamento sulla Oxford street e si affrettò per la Davies street.
Giunto di fronte al ristorante trovò Susan e Buck, un europeo membro della squadra. <Dov’è Eric?> domandò bruscamente Bruce.
<L’agente Stone ci aspetta davanti l’abitazione.>
<Ehi capo pensi abbiano beccato Bob?> chiese Buck.
Le strade come ovvio erano parecchio affollate, presero per una traversa solitaria e dopo non molto raggiunsero l’abitazione. Ad attenderli, seduto al bordo del marciapiede, c’era un afro-americano con delle corte treccine -redlock-.
Il ragazzo abbassò gli occhiali da sole e sorrise nel vederli <salve ragazzi! Volete controllare se qua dentro c’è una festa?>
<Si esatto Stone> confermò Buck.
<Prepara i confetti, ragazzo!> aggiunse divertito Bruce.
Salirono i gradini sul fronte dell’abitazione. Sterling fece dei cenni, Eric si mise alla sinistra dell’ingresso, Buck alla destra e Susan, al momento opportuno disse <ora.>
Il caporale calciò il portone e si spostò a destra. Eric un attimo dopo irruppe con la pistola di traverso avanti a se, entrò su un corridoio con una porta aperta sulla destra, a pochi passi da lui, e una chiusa in fondo. Stone si avvicinò allo stipite della porta, poi scattò avanti e immediatamente si voltò a destra scoprendo un salottino vuoto. Dietro di lui Bruce procedette per l’altra porta con la pistola in pugno, ma tenuta bassa su un fianco. Lo seguiva Susan con una semiautomatica cal. 9 per ogni mano: queste erano rivolte in due diverse direzioni. Buck serrava la fila e dopo aver dato un’ultima occhiata all’esterno chiuse il portone. Bruce procedette rapidamente, aprì la porta che dava su una rampa di scale che salivano sul lato destro; non sentì rumori provenire dal piano superiore. Salì celermente le scale, le sue spalle erano coperte da Susan che aveva un angolo di fuoco di 90°: cioè 45° davanti e 45° dietro. Arrivato sul pianerottolo si volse a destra e abbassò la maniglia della porta.
Indietreggiò e calciò, la porta si ruppe con uno schianto. L’interno privo di mobilia presentava solo una sedia alla quale era legato un uomo. <Bob!> accorse Bruce.
Un’altra persona nascosta dietro la porta ordinò <fermo dove sei!> Aveva la pistola puntata in direzione del caporale. Sterling si bloccò e l’uomo, senza distogliere gli occhi da Bruce, spinse la porta con la mano, chiudendola in faccia a Susan che rimase zitta. Bruce vide Bob che aveva la testa ciondolante, “l’hanno drogato”.
<Getta l’arma bello e voltati lentamente.> Il poliziotto eseguì l’ordine alla perfezione. L’uomo gli si mise di fronte a pochi passi da lui. <Dove sono i tuoi compari?> l’uomo aveva un’espressione beffarda: pensava di averlo fregato.
Bruce sorrise <dietro di te… stronzo!> Una pallottola forò la porta e finì la sua corsa nella schiena dell’uomo, che crollò morto. <Ottimo lavoro Susan.>
La compagna entrò e facendo scoccare il chewin gum esclamò <di la verità, le piaccio quando faccio così. E’ caporale.>
Ritornarono al loro appartamento, Stone aveva in spalle Bob. Attesero vari minuti, ma ancora non si riusciva a riprendere.
<L’hanno proprio imbottito di sedativi> costatò Buck.
<Che bastardi!> esclamò Eric andando in cucina.
Bruce era serio, e continuava a fissare il volto stravolto di Bob.
<Che cosa pensi gli abbiano dato, Susan?>
<Non saprei Buck, sembra molto forte. Spero solo non abbia effetti collaterali.>
<Potrebbe essere del siero della verità?> suppose Buck.
<Forse. Vuoi una birra?> Buck accennò di si <Bruce?> Come destato da una moltitudine di pensieri si voltò verso Susan e scosse la testa. <Ok, come vuoi> si diresse in cucina. Stone era seduto su di una sedia e con le braccia in avanti appoggiate allo schienale stava osservando fuori dalla finestra. <Che c’è Eric, ti vedo pensieroso?> gli andò vicino.
Stone sollevò la testa dalle braccia e si voltò verso di lei <pensavo a noi.>
<Ti ho già detto che ora è meglio concentrarsi sul caso, vedremo poi.>
<Si, come no! Non vedi, stiamo perdendo tempo, stiamo girando a vuoto> abbassò la voce <Bruce ha perso tatto! Non so cosa gli stia prendendo, ma sta sbagliando tutto.>
<Non dire così. Lui ci ha sempre portato dritti alla soluzione, sta facendo del suo meglio… e poi ci siamo sempre fidati di lui in questi due anni. Perché ora inizi a dubitare?> fece arrabbiata.
<Beh se non lo capisci da sola guarda Bob!> gli diede un’occhiata significativa, dopodiché si alzò e si affrettò ad uscire.
<Aspetta Eric! Torna subito qui!> gli ordinò Susan. Eric si infilò subito fuori dalla porta senza salutare i compagni e Susan gli andò dietro.
<Ho capito la birra me la prendo da solo!> gli urlò Buck, poi si alzò <avranno di nuovo litigato, è capo?> rise. Bruce solo un attimo distolse lo sguardo, per vedere il volto di Eric, da quello capì che era arrabbiato con lui.
Susan lo raggiunse sull’arco della porta d’ingresso e lo costrinse a fermarsi <aspetta!>
Stone la guardò privo di espressione.
<Eric, io… mi dispiace, va bene, ma non devi fare così, lo sai> l’altro ancora non parlava. <Lo sai che ti voglio bene, non mi va di vederti arrabbiato. Farei qualsiasi cosa per farti felice. Quindi ti prego…>
<Lo so> gli rispose dolcemente <mi dispiace anche a me d’averti fatto arrabbiare. Ora però dammi un bacio, così passa tutto? Uhm?> sorrise.
<E’ la stessa cosa che mi dissi due anni fa quando ci incontrammo, allora ti fanno proprio bene i miei baci.>
<Certo! Se no non starei così male quando me li fai mancare> sorrise e poi si baciarono. <Wow! Sempre meglio> esclamò.
<Ora però devo rimettermi a lavoro, ci vediamo stasera all’Holiday Inn> fece Stone.
<No Eric è meglio di no> incominciò lei con indugio.
<Ho già prenotato, stanza 125, la nostra prima volta, ti ricordi. Ho fatto una gran fatica a farmela dare, dai!>
<Ok, ci sarò> sorrise e lui le dette un paio di baci e se ne andò per strada.
<Ehi calmati ora> gli urlò dietro Susan <ti si è gonfiato tutto!> sorrise.
Lui si voltò verso di lei e senza far caso alla numerosa gente che passava alzò la voce allargando le braccia e spostando il bacino in avanti <è solo colpa tua se mi si indurisce. Amore!> Lei si vergogno e chiuse di fretta la porta.
<Bob, ci senti? Bob?> Susan parlava lentamente. Il ragazzo scosse la testa, ancora leggermente intorpidito. <Che cosa ti hanno fatto?>
<Mi… han-no> fece molta fatica a parlare poi scosse il capo.
<Ok, riposati ancora. Non c’è fretta> Susan si volse verso gli altri due <c’è l’hanno ridotto proprio male.>
Buck guardò gli altri poi dedusse <oh ci facciamo venire in mente qualcosa o sarà meglio fare le valige e sloggiare.>
In un attimo mentre i tre stavano pensando Bob finì carponi e iniziò a rimettere. <Oh cazzo!> Susan scattò di fianco a Bob per sostenerlo.
<Che schifo!> Buck si girò dall’altra parte. Bruce rimase silenzioso.
Finito lo sforzo Bob si mise in ginocchio e respirò affannosamente <stai bene adesso?> chiese Nikon.
Il ragazzo affermò positivamente con un gesto <si ora va meglio.>
<Te la senti di parlare ora, Bob?> Bruce sembrava indolente allo stato del compagno.
Si rimise seduto sulla sedia e iniziò il suo racconto <mi hanno beccato> deglutì facendo con la mano il gesto di bere, Susan l’afferrò e andò in cucina <all’ingresso. Erano due che non avevo mai visto prima. Mi hanno preso a forza e mi hanno condotto dentro, sembravano sapere chi fossi, perché non mi hanno fatto domande del tipo “che ci fai qui?” oppure “chi ti manda?”> si prese una bella pausa.
Gli altri attesero pazientemente senza sollevare questioni, arrivò l’acqua e lui bevve, poi si asciugò con la manica e tossì per schiarirsi la voce.
<Di sopra c’erano due tizi.> Mostrò due dita della mano e con l’altra ne afferrò uno <uno alto, asciutto, ma con fisico muscoloso e l’altro…> si fermò a pensare afferrando il dito rimasto <ah! Avete presente i nani del circo. Be l’altro era proprio così. Stavano parlando con il nostro uomo, Takashi. Quel figlio di puttana, quando mi ha visto se l’è fatta sotto dalle risate. Mi aveva riconosciuto, ne sono certo, non so come, ma si ricordava di quella volta in India.>
<Si d’accordo, ma dicci cosa hanno detto, di che cosa stavano discutendo?> Bruce tagliò corto sapendo che Bob sarebbe finito per raccontare tutta la sua vita.
<Ecco, ecco ci sto arrivando. Allora stavo dicendo che quando mi ha visto ha riso, esatto?> gli altri fecero cenno di si e lui continuò <bene. Dopodiché mi ha detto ‘bene bene e così sei tu che ci stai spiando’? Io logicamente ho cercato di negare, ma lui non ha esitato, mi è venuto vicino e mi ha dato una sberla dicendomi ‘ora ti insegno io l’educazione’, ‘sto stronzo. Se lo becco gli ficco tre pallottole in culo, alla faccia dell’educazione> imitò con la mano la pistola che sparava.
<Sei fighissimo!> lo gasò Buck divertito.
<Lascia stare i commenti, Buck. Che cos’altro ha detto?> intimò Bruce.
<Dopo so solo che mi ha siringato questa merda, ma prima che partissi per quel fottutissimo viaggio ho sentito che stavano parlando di incontrarsi all’alba, ad una riunione di confratelli o ad una cerimonia, non sono riuscito a capire bene. Quella droga ha avuto un effetto quasi immediato e sono rimasto in quello stato fino ad ora, o almeno credo. Dato che la storia della mia vita ha avuto un black out totale, niente> fendette l’aria con la mano aperta.
In quell’istante la porta si aprì ed entrò una ragazza <salve a tutti> disse.
Bruce lo guardò storto <bentornata Michel.>
<Oh scusa Bruce, non volevo> abbassò gli occhi colpevole. Anche gli altri salutarono.
<Forse è meglio che andiamo> fece Buck <pensaci tu Bruce a pulire, noi ritorniamo a lavoro.>
Detto questo aiutò Bob ad alzarsi e insieme con Susan uscirono dalla porta salutando.
<Che cosa è successo? Hai dato una festa?> chiese la ragazza vedendo lo schifo che era sparso sul tappeto.
<Non proprio> si alzò, prese il tappeto richiudendolo ben bene facendo attenzione a non sporcarsi e a non cospargere in giro il liquido.
<Non ti preoccupare Michel è sintetico. Non costa niente!> alzò le spalle. Bruce uscì da casa per buttare via il tappeto da 50 dollari.
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