Librammo: Capitolo 1: Risvegli

Racconto 5: L’indemoniato


9 Agosto dell’anno 2046
Accampamento nomade, Sprawl di Detroit City, USA

Alan si svegliò alle quattro del pomeriggio. Korìn già in piedi bestemmiava, perché stava facendo tardi per la funzione, per la fretta si dimenticò che il gruppo aveva proibito ad Alan di parteciparvi. Fortunatamente per Lui, la tunica e la maschera che indossavano i fedeli occultava la persona non facendola riconoscere.

Al centro dell’accampamento nomade c’era un gran padiglione, vi entrarono ed entrambi si posizionarono in fondo alla fila. Alan imitava Korìn in maniera da non destare sospetti.

La cerimonia era già iniziata. Lo sciamano indossava una tunica viola, come le altre, sebbene più fastosa. Questo stava ciarlatando da dietro un tavolo di legno: sul terreno davanti a questo improvvisato altare, era raffigurato un pentacolo delimitato da un cerchio molto marcato. Tipico delle sette demoniache pensò.

Stando più attento percepì un odore che classificò come una droga a lui sconosciuta. Perciò senza farsi vedere si mise un fazzoletto sotto la maschera in modo da filtrarne l’essenza. Alan odiava certe cose perché rallentavano i riflessi ed impediva una perfetta lucidità, requisiti molto importanti nel suo mestiere.

La cantilena inneggiata dallo sciamano lo annoiava a morte, anche se non lo distraeva affatto nel suo intento. Ad un tratto lo sciamano smise di parlare ed alzando il tono della voce annunciò: <Ora serve che qualcuno di voi offra il suo corpo al demone e così finalmente possa conoscere quella vita che tutti sognano, nell’aldilà dove non c’è morte, né dolore. Forza! Che qualcuno coraggioso d’affrontare il suo destino e desideroso di lasciare quest’orribile vita venga a me!> Così dicendo passò ad osservare tutti posando il suo arguto sguardo su ognuno dei presenti.

Parlando sottovoce Korìn rivelò ad Alan che la scorsa settimana uno di loro s’era offerto, gli successe qualcosa di strano e quando andò in città non ritornò più indietro.

<Si chiamava Roy Gardon, non è vero?> il ronin pronunciò al suo orecchio il nome dell’uomo che Cobra aveva ucciso.

A quelle parole Korìn trasalì portandosi una mano alla bocca <come fai a sapere il suo nome, leggi per caso nel pensiero?>

<No, quell’uomo ha tentato d’uccidermi, il resto lo puoi immaginare da sola> la ragazza volgendo la testa abbassata dall’altra parte farneticò qualcosa sottovoce. Alan, però, non riuscì a sentire che cosa.

Lo sciamano indicò con la mano un uomo <tu! Vieni tu!>

Questo s’alzò e gli andò incontro <eccomi> disse. Il sacerdote lo fece sdraiare sul pentacolo e iniziò un’altra litania, questa più lenta e cadenzata. Ad un cenno tutti iniziarono a cantare in coro, ed il cerchio e la stella di fronte l’altare si riempirono prima di sangue e, poi, di… luce.

In un attimo ci fù il silenzio.

Con lo stupore di tutti l’uomo sacrificato iniziò ad urlare a bocca spalancata oltrelimite e a contorcersi spasmodicamente.

L’uomo prono s’alzò con la solo contrazione degli addominali, formando prima un ponte con la testa e i piedi, poi poggiando solo con quest’ultimi. Quando fù eretto fù visibile a tutti che aveva gli occhi iniettati di sangue, le vene che stavano per scoppiare ed i muscoli erano contratti per lo sforzo. Con lo sguardo perso spaziava il padiglione, poi si voltò verso lo sciamano che fece dei gesti mostrando uno strano oggetto. Il posseduto a questo punto si rivolse ai fedeli mostrando i denti e sgranando gli occhi. Questi impauriti dallo spettacolo cominciarono ad aver paura e scappare. L’uomo sporse il collo in avanti ed emise un grido terrificante, per poi gettarsi all’inseguimento di chiunque si trovava vicino e con pugni e morsi li uccideva. Korìn raccomandò ad Alan di allontanarsi, ma lui la ignorò. Gettò via la maschera, estrasse la pistola, abbassò il cane e mirò alla testa.

Sparò.

Il colpo purtroppo mancò di poco il bersaglio chino su un uomo al quale stava facendo a brandelli il collo. L’uomo posseduto accortosi dello sparo s’infuriò ancora di più, e così il demone che lo possedeva incominciò ad uscire all’esterno, per così dire, mostrarsi in tutto il suo splendore.

I vestiti si strapparono, i muscoli si gonfiarono all’inverosimile, le vene esplosero eruttando sangue, la statura e la stazza aumentarono, il corpo assumeva forme orribili. La pelle veniva ricoperta di pustole, enormi zanne storte uscirono dalla bocca e numerosi artigli deformi crescevano da ogni sporgenza. Alan bestemmiò alla vista di quell’orrore e si mise a sparare all’impazzata. I colpi che raggiungevano il corpo del demone entravano, ma sembravano non procurargli molto dolore.

Alan era disperato ed indietreggiava, anche spinto con crescente ansia dalla folla. La creatura d’incubo preso da una frenesia incontrollabile, quasi da collasso, sbracciava a destra e manca facendo saltare teste ed arti. Il ronin si accorse, maledicendosi, di aver finito i colpi che teneva in tasca e in canna vide che gliene rimanevano solo tre, e di certo non li avrebbe sprecati invano con un’altra raffica. Il mostro continuava senza sosta a mietere vittime nella banda di nomadi che si accalcava per uscire, squartandole e divorandole a morsi. Nel frattempo lo sciamano imperturbabile continuava la sua cantilena, sembrava essere in trance. Al ronin balenò l’idea che forse quel bastardo poteva fermare tutto questo e cercò quindi di raggiungerlo, tenendosi a debita distanza dal mostro.

I nomadi erano impazziti, nessuno aveva con se un’arma per via della messa. Alan fece molti sforzi per raggiungerlo, buttando a terra qualcuno se necessario, ma alla fine ce la fece. Senza che questo se ne accorse minimamente, preso nella sua concentrazione del cazzo, Alan gli si avvicinò e gli diede un montante, tramortendolo. Subito dopo se lo caricò, tranciò il telo del padiglione con il mirino della canna della pistola e usci di gran lena.

L’assassino non ci fece caso, ma quando lo sciamano svenne la folla iniziò lentamente a calmarsi.

Il Professor Hyodusho, vedendolo ritornare con un uomo in spalla, esclamò felice <vedo che ce l’ha fatta a portarcelo!>

<Si, ma ora è meglio andarcene, là c’è una creatura spaventosa che sta uccidendo tutti> si sbrigò a dire con il fiatone.

<Non si preoccupi la situazione laggiù è calma. Lo sciamano, grazie a lei, non è riuscito a concludere la cerimonia e credo che il demone sia dovuto tornare a casa.>

<Credo?> Alan alzò il tono della voce accennando involontariamente uno sbigottimento.

Con una faccia, che secondo Alan, era da babbeo, il professore gli rispose con un semplice <non si può mai essere sicuri in queste cose> alzando sul finire le spalle. Hyodusho prese, poi, una radiotrasmittente e comunicò a tutti di rientrare sull’elicottero, nel frattempo un soldato prese il corpo dello sciamano per caricarlo.

<In quanto a lei ora ha solamente due possibilità: venire con noi o morire!> lo avvertì il professore.

<Non si preoccupi ho già deciso che voglio venire con voi, ma prima devo andare a prendere le mie cose. Si fida di me?> chiese.

<Non posso dirle che mi fido, ma la voglio mettere alla prova lo stesso. Vada a prendere le sue cose, un soldato l’aspetterà qui per un’ora, veda di non deludermi!>

Alan ritornò nel suo mal ridotto rifugio a prendere dal nascondiglio i soldi, i suoi occhiali a specchio e qualcos’altro. Si stava mettendo gli occhiali e, in quell’attimo, sentì una vocina <Cobra mi ha detto di portarti questo, te l’avevi dimenticato per la fretta.>

Il killer non poteva crederci, quasi si arrabbiò con se stesso, ma qualcuno era entrato senza che se ne fosse accorto. Si voltò e vide, ancora una volta con sorpresa, la ragazzina che aveva i capelli del suo stesso colore, <che ci fai qui?> gli chiese brusco.

<Ti ho portato questo!> disse porgendogli la custodia del basso.

<Tante grazie!> disse prendendola, <ma ora vattene da qui o troverai dei guai> la rimproverò.

<Non so dove andare. Quell’uomo ha ucciso i miei genitori e mio fratello> la ragazza aveva la voce calma, ma nei suoi occhi verdi le si leggeva il tormento.

Alan era si un duro, ma non certo uno spietato, quindi decise di dover far qualcosa per lei, una bambina non avrebbe avuto vita facile qui. <Aiutami a portare qualcosa e seguimi senza fiatare!>

Andò nel luogo stabilito dove trovò un soldato ad attenderlo. <Dove credi di portare quella bambina?> chiese questo.

<Quale bambina? Lei è solo un bagaglio> gli rispose sarcastico.

<Al professore non piacerà questa storia!> esclamò il soldato.

<A quello ci penserò io> lo rassicurò.

<Se mi è permesso vorrei sapere perché vuole portare questa bambina? E’ forse sua figlia?> gli chiese il militare.

<No di certo> scosse la testa <voi siete giapponese, giusto? Non sapete come si vive qui in America senza una famiglia che ti protegge.>

<Ora capisco, è divenuta orfana, se vuole il CCC potrebbe inserirla in una delle sue istituzioni per l’infanzia.>

<No, ho intenzione di comprarmi un appartamento. Sai se lì intorno ne vendono?> domandò ingenuamente.

<Non so, però se vuoi per un po’ potrebbe stare in casa della mia donna, finché non ne troverai uno.>

<Ti ringrazio, penso proprio che le servirà stare un po’ con qualcuno> concluse Alan.

Arrivarono al luogo dove era situato l’elicottero, il professor Hyodusho venne loro incontro. <Sono felice che sei ritornato, ma chi diavolo è quella ragazza, Vurtiche> chiese incollerito.

Il soldato stava per rispondere, ma Alan intervenne <è un mio bagaglio, c’è qualche problema?>

<Certo, non siamo mica un’agenzia di viaggio! Spiegami perché vorresti portarla via con te?>

<Sono affari miei e, poi, se non la fate salire non verrò neanche io, ci siamo capiti?> insisté il ronin.

Stava per sorgere l’alba ed il velivolo era in posizione per il decollo. Un soldato abbordo sollecitò con ampi gesti di fare in fretta, perciò il professore cedette <d’accordo può venire, ma lei ne è il responsabile.>

Durante il viaggio Alan rivolse delle domande alla ragazzina <come ti chiami?>

La ragazza lo guardò con un’espressione meravigliata <finalmente ti sei deciso a rivolgermi la parola. Pensavo non mi avresti parlato più!>

<Mi vuoi rispondere o no!> continuò lui senza badare all’esclamazione.

<E va bene, mi chiamo Jessy Daiw, e tu?> gli domandò a sua volta.

<Il mio nome è Alan Alkampfer.>

<Alkamter?>

<NO! A-L-K-A-M-P-F-E-R, capito adesso?> gli rispose infuriato, e poi troncò la conversazione per tutto il resto del viaggio.

Arrivarono in Giappone prima del tramontare del sole, Alan affidò Jessy al soldato, con la promessa che sarebbe ritornato presto a riprenderla. In seguito si recò al CCC quando le prime luci del sole stavano per inondare la terra.


Scritto il 15/12/2004 (circa) basato sull’ambientazione di un gdr Ammo edito dalla Planetario ed influenze del genere Cyberpunk.

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