Come al pianoforte.
Intervista a Manuele Fior

di Andrea De Franco

Fonte immagine: elcaf.co.uk

Mare Street, Londra, 21 giugno 2015
ELCAF sta per East London Comics and Arts Festival. Giunta alla sua quarta edizione lo scorso giugno, questa piccola rassegna si è rapidamente imposta come uno degli appuntamenti irrinunciabili per gli appassionati di fumetto in Europa, con un occhio di riguardo alla produzione indipendente e a tutti i trend del fumetto underground e do it yourself.

Nonostante il grande ritorno mediatico dell’evento, la sua dimensione underground non è (ancora?) compromessa: tutto si svolge in due spazi piccoli e confortevoli a Mare Street, in piena East London, uno dedicato agli espositori (meno di cento, con piccoli banchetti contigui invece di stand) ed uno dedicato alla mostra e alle conferenze. Nello stesso isolato trovano spazio anche una birreria artigianale ed una caffetteria per ciclisti.

Ad ospitare il tutto è l’editore inglese Nobrow, che nonostante la sua giovane età si è già imposto per la qualità delle sue pubblicazioni e l’attenzione alla sperimentazione nel contesto del fumetto e del libro illustrato (non solo per bambini). L’atmosfera è rilassata e colloquiale: in due giorni è stato possibile incontrare e conversare amabilmente con una pletora di autori, tra cui Steven Guarnaccia, Jillian Tamaki, Manuele Fior, Michael DeForge (che mi ha confessato di aver, a volte, disegnato copertine sotto acido), Icinori, Ben Newman, Brecht Vanderbroucke, Stephen Collins… Non mancano anche gli editori, dalla Drawn & Quarterly di Montreal che ha festeggiato il suo venticinquesimo compleanno (con un monumentale volume-retrospettiva molto consigliato) a realtà di totale autoproduzione tra cui anche le italiane Lök (che presentava in anteprima il sesto numero della sua zine) e Teiera.

Ogni anno ELCAF ospita una mostra, quest’anno Fatherland di Steven Guarnaccia, illustratore americano in Italia particolarmente noto per la strenua collaborazione con l’editore Corraini, docente presso la Parsons New School of Design di New York e l’ISIA di Urbino. La mostra è un curioso inventario di oggetti (pipe, abiti, scarpe, dischi, libri, utensili) che ricostruiscono l’identità del padre dell’artista, intervenuto con il suo peculiare stile visivo in bilico tra un disegno di purissima qualità e richiami al dada e alla nostalgica estetica delle insegne americane dipinte a mano.

Tra gli autori in conferenza, l’italiano Manuele Fior, classe 1975, ha presentato in retrospettiva i suoi lavori (anticipando la loro pubblicazione in inglese, annunciata per il prossimo autunno), cominciando dai disegni di supereroi realizzati a quattro anni fino al bozzetto della copertina del suo ultimo fumetto, commissionato dal Musée d’Orsay e di prossima uscita.
In Italia Manuele, che dopo gli studi di architettura si è trasferito prima a Berlino e poi a Parigi, si fa conoscere grazie ad i fumetti pubblicati da Coconino Press (Rosso oltremare, 2006; La signorina Else, 2009; Cinquemila chilometri al secondo, 2010; L’intervista, 2013). Nel frattempo lavora copiosamente come illustratore per, tra gli altri, The New Yorker, Le Monde, Einaudi, Sole 24 Ore, Internazionale e molti altri.

Dopo la sua conferenza, lo abbiamo raggiunto per fargli alcune domande, curiosare nei suoi metodi e cercare di capire quali saranno i futuri sviluppi del suo lavoro…

Un regalo di Manuele Fior per la Libreria Francavillese

Leggendo i tuoi fumetti, è notevole come temi, narrazioni, generi ma anche le tecniche grafiche scelte siano sempre diverse. Pensi che questo sia una sorta di periodo di ricerca che speri si concluda con un consolidamento, o invece questa varietà è una vera e propria cifra del tuo lavoro?
Non so bene in realtà come viene percepito dall’esterno, perché a me non sembra di saltare di palo in frasca, ma piuttosto che ci sia un’evoluzione costante.
Spesso uso una tecnica dopo l’altra perché penso di aver capito alcune cose, poi forse quello che ci potrà essere è un po’ una stabilizzazione di alcune tecniche, che per me vuol dire anche stabilizzazione di un tema. Ad esempio, ho scoperto che vorrei lavorare un po’ di più con le gouache adesso, dato che le so usare meglio e questo mi permette di dire delle cose con più semplicità, tuttavia l’idea di avere uno stile riconoscibile non mi ha mai interessato.

Anche perché avevi già detto in altre interviste che non vuoi chiudere i personaggi all’interno delle singole storie, ad esempio Dora [protagonista de L’intervista, Coconino Press, 2013] che è ritornata nel tuo fumetto per l’antologia L’Età della febbre di minimumfax, per cui in realtà porti comunque una visione d’insieme nel tuo lavoro.
Sì, adesso man mano sta nascendo una vera e propria idea di trama, l’idea di continuare la vita di alcuni personaggi…

Quindi non solo Dora?
Soprattutto Dora, ma anche quella sua amica, Rossella, non so se anche lei ha qualcos’altro da dire… [ride] Ti dico, vedendolo dall’interno: per me queste cose sono tutte in sequenza, non sono uno che fa le cose così tanto per sperimentare, mi sembra di incanalare tutto in una direzione, sempre senza fare attenzione a far riconoscere un mio stile. Quello non mi interessa.

C’è anche un’altra costante che è l’architettura. Hai studiato e hai anche lavorato come architetto, e mi sembra che man mano questo acquisti un ruolo nei tuoi lavori, ne L’intervista gli ambienti diventano quasi un personaggio…
Sì, è sempre più integrato. Secondo me già anche ne La Signorina Else [Coconino Press, 2009], quell’hotel lì è qualcosa che mi ritorna sempre in mente e avrei voglia ancora di entrarci.

In un certo senso si può dire che tu non abbia smesso veramente di fare l’architetto?
Beh sì, poi il mestiere dell’architetto è completamente diverso, però diciamo che coltivo una parte di quel mestiere lì. Più che altro mi rendo sempre più conto di come l’architettura sia una storia, contiene una parte della storia molto importante.
Ad esempio poco prima di partire stavo guardando i lavori di un architetto messicano che avevo studiato all’università, Luis Barragàn, e quando li guardo penso “ma qui, da questi edifici, da questi paesaggi, c’è da ricavare una storia”. Allora penso che in questo senso sì, diventerà qualcosa di sempre più importante.

Il tuo background nell’architettura ti aiuta anche a lavorare, a livello tecnico? Si può dire che progetti i tuoi fumetti pensando alla maniera in cui progetteresti invece degli spazi?
Forse, chi lo sa… oddio, sono mestieri davvero molto diversi, però è vero che ci sono parti del cervello che vengono toccate che sono un po’ simili.
Ad esempio sai che l’architettura è a cavallo tra un arte ed una tecnica — come dire, c’è sempre una parte funzionale, una struttura che deve essere a posto, e poi c’è un’altra parte che è brutto definire estetica ma non ha prettamente a che fare con la funzione; anche nel fumetto è così, c’è una forte parte funzionale, io vorrei che i miei lettori capissero tutto delle mie storie, per poi trarne le loro conseguenze; però se voglio che siano disorientati un momento, voglio che lo siano solo in quel momento lì e che il resto lo capiscano, per cui c’è un’attenzione diversa rispetto a quando lavori magari ad un quadro oppure a della musica, anche se lì non mi arrischio… Però quando fai un quadro puoi essere molto più lasco, mentre nel fumetto hai bisogno di un tenere un ritmo, e hai anche magari bisogno di cose che non c’entrano niente e che forse possono anche essere non capite.

Hai già detto in passato che nei tuoi fumetti molte tavole sono realizzate in maniera improvvisata, senza uno storyboard troppo fisso, ma questo quindi non significa in realtà che non controlli la storia… è interessante perché sembra quasi più difficile lavorare sul fumetto con questo metodo, rispetto a quello “classico”.
Io lo faccio perché a me sembra più facile, se no farei altrimenti. Voglio avere un sacco di controllo sulla storia, su tutte le fasi della storia. E poi, è vero che lavoro senza storyboard, ma se un giorno avrò un’idea per un libro più strutturato, che lo necessiti, lavorerò di conseguenza, anche se finora ho sempre fatto a modo mio; so che molte persone lavorano in maniera opposta, ma non vedo perché non si possa cercare un’altra maniera per lavorare.

Anche se hai detto che non ti arrischi con la musica, il tuo interesse per lei comunque è emerso in alcune occasioni, ad esempio hai lavorato come illustratore per l’ultimo Bologna Jazz Festival…
In quel caso erano illustrazioni per un festival, ma in realtà c’è un legame molto più forte tra musica e disegno; di alcuna musica si può dire che sia visiva, ad esempio se ascolti una sinfonia di Ravel o Debussy — quest’ultimo infatti denominava alcune sue opere con effetti di luce, per cui trasformava qualcosa di totalmente immateriale e lo relazionava con un altro senso, la vista, che in questo modo viene sollecitato.
Mi sento in ogni caso molto influenzato dalla musica, ovviamente non so dirti come sarebbe comporre un album musicale perché non sono un musicista…

Ti piacerebbe fare qualcosa di tuo in futuro?
Con la musica? Già è un lavoro abbastanza assurdo il mio senza aggiungere altro [ride], però ad esempio a Bologna abbiamo realizzato un concerto disegnato con un chitarrista, è andata molto bene, ci siamo divertiti moltissimo — c’era anche Stefano Ricci [si riferisce a Il battello brillo, performance realizzata a Bologna insieme a Ricci con il chitarrista Eddy Vaccaro, durante l’ottava edizione del festival BilBOLBul], cose di questo tipo mi piacciono moltissimo, poi la musica lascio farla a chi la sa fare, io la ascolto e ne traggo beneficio.

Riguardo invece la tua prassi di disegnatore — che è la tua base, anche se resti comunque un autore completo — per te si tratta di una pratica quotidiana o è legata unicamente alla realizzazione dei fumetti?
Io disegno ogni giorno, sempre. Purtroppo o per fortuna molti dei disegni sono finalizzati ai lavori in corso e magari non c’è il tempo per disegnare tante altre cose…
Io penso al disegno come ad una disciplina, come il pianoforte, cioè una cosa in cui quando sei riscaldato la mano può fare certe cose che quando sei freddo non può fare, e che ogni tanto la mano, anche se guidata dalla testa, può far uscire cose che la testa non ha pensato e viceversa a volte invece deve disegnare ciò che si vuole, ma per fare questa cosa bisogna praticare molto ed ogni giorno, proprio come fossero esercizi di pianoforte. Mi piace vederla come una disciplina che chiede tanto, a cui bisogna dedicare tanto tempo, in cui bisogna essere costanti.

Mi pare di capire che hai quasi dei riti quotidiani attorno agli esercizi, un’impostazione abbastanza rigorosa… ad esempio qui a Londra potrai ritagliarti un momento per esercitarti?
No, sono molto legato al posto in cui lavoro, alla mia scrivania, ho bisogno di avere tutte le mie cose.
Faccio anche disegno dal vero in esterno, ma ad esempio ho molte difficoltà a mettermi a lavorare in hotel, ho bisogno di avere tutti i miei oggetti, le mie foto ed i miei riferimenti.
In una giornata tipo, nel pomeriggio cerco di lasciarmi il lavoro più esecutivo, invece il primo disegno della mattina è il più bello, quello più fresco, cerco di lasciare tutta la parte più “creativa” alla mattina e dedicarmi dopo all’esecuzione pura.

Per concludere vorrei chiederti delle anticipazioni sul fumetto a cui stai lavorando adesso, ambientato nel Museo d’Orsay. A che punto sei e, soprattutto, lo vedremo pubblicato anche in Italia?
A questo posso risponderti semplicissimamente: è finito e lo vedrete pubblicato a settembre.

Perfetto, grazie mille!
A voi!


Andrea De Franco (1989), diplomato in grafica d’arte all’Accademia di belle arti di Lecce, studia ora illustrazione presso l’ISIA di Urbino. I suoi primi lavori sono stati pubblicati da Kellermann e Giannino Stoppani Edizioni.