L’età definitiva

Pubblichiamo un estratto da L’età definitiva, romanzo di Giuseppe Schillaci uscito a maggio 2015 per LiberAria, che ringraziamo.
Buona lettura.


La terra spunta tra i vapori, giù in fondo, come un relitto alla deriva; ecco Isola delle Femmine, la sua rocca in rovina, e più in là, oltre il braccio d’acqua, la crosta nera della Sicilia. Le isole, a questo mondo, non sono mai da sole; le isole si cercano, si fanno compagnia.
L’aereo vira, sobbalza, penetra una massa grigiastra, quindi scende, pare voglia ammarare.
Dopo qualche secondo, le ruote graffiano terra: Palermo, aeroporto Falcone e Borsellino. Appena s’aprono le porte, una ressa di madri saluta gli emigrati.
Mi faccio strada tra la folla, verso il bus. Per arrivare in città ci metto quasi un’ora. In stazione è buio, l’aria fredda, mi chiudo nel giubbotto prima di montare su un altro bus. Mi seggo e l’autista accende il motore, pare aspetti proprio me.
È la linea che prendevo da piccolo, solo che allora era la numero 26 e adesso la 226. È la linea che mi portava a casa, via Emiro Giafar.
L’autista ha fretta, ma la strada è piena di macchine e luci rosse e immondizia. Scendo alla fermata e trascino il trolley sul marciapiedi. Di fronte c’è il baracchino della carne, le lamiere arrugginite e la griglia, poi una ruota con sei navicelle, un auto-scontro circolare, due o tre macchine per i pugni.
Il portone del condominio è agghindato come un video poker, sui campanelli lampeggiano display e nomi sconosciuti. Devo digitare un codice. Riconosco solo tre cognomi: Gambino, Spataro e il mio, in alto a destra, Chimenti. Pigio i numeri, poi il tasto ok e aspetto.
Finalmente risponde qualcuno: è Miranda, la vicina di casa, dice di salire. Prendo l’ascensore e mi giro verso lo specchio. I capelli si sfilacciano grigi e neri sulla fronte, li raccolgo in una piccola coda: domani li taglio a zero.
L’ascensore si ferma con un guaito digitale. Suono alla porta di casa; Miranda apre e m’abbraccia forte.
Vieni, dice, tua madre è a letto. Avanzo sul corridoio, lascio il trolley e la raggiungo. Accanto al letto c’è una bacinella, le serrande abbassate, odore colloso di medicina.
Ciao, dormi?, faccio io.
E tu chi sei?, dice mia madre scucendo gli occhi.
Tuo figlio. E accendo la luce.
Mio figlio chi?

Il giorno dopo, mia madre sta meglio. S’alza e barcolla fino alla cucina.
Che ci fai qua?, mi dice.
Doris, questo il suo nome, mi stringe il viso e mi bacia sulla fronte, sugli occhi.
Sono arrivato ieri sera, dormivi.
Mi fissa da dietro le occhiaie, s’asciuga le ciglia con la mano e si porta i capelli biondi, quasi bianchi, dietro le orecchie.
Mi ha aperto Miranda, faccio io.
Non chiedo a mia madre come stia, evito l’imbarazzo, guardo il muro e indico un quadro.
È nuovo questo?
Doris è confusa, vorrebbe sorridere ma il suo viso è di marmo, gira piano la testa verso il muro e Miranda risponde per lei: sì, è il suo nuovo quadro, l’ha fatto due mesi fa. Guardo Doris negli occhi, la bacio sulla guancia: sei brava.
Stavolta lei sorride, m’afferra il muso e mi bacia.
È bello che sei venuto! Era da tanto che non tornavi.
Un anno, biascico io, tra le braccia di Doris, e lego i capelli a coprire la colpa. Ci sediamo intorno al tavolo e Miranda versa il caffè, ci scruta, madre e figlio, lei bionda io scuro, lei bianca io scuro, il naso suo come il mio, arcuato, saldo alla radice e snello in punta.
Doris mi squadra i denti, ingialliti, il viso; io carezzo le sue dita ruvide e mi guardo intorno: il tavolo, la credenza, la porta scrostata del balcone.
E questo? Dico poi per aggirare il silenzio, e indico una piccola statua sulla mensola.
Questo è Padre Pio, fa Doris tutta contenta, è il padre dei disgraziati che vivono qui, il padre di tutti noi.
Da quando sei religiosa?
Non sono religiosa, mi piace solo Padre Pio.
Sorrido e prendo il tabacco per rollarmi una sigaretta.
Guarda qua, interviene Miranda con un ghigno compiaciuto, sfilando una tela da dietro il frigorifero.
È un quadro di Doris, riconosco le pennellate compatte: su uno sfondo celeste, c’è un tavolaccio di legno su cui poggia una mela, un grappolo d’uva e un altezzoso Padre Pio.
Adesso fa anche le nature morte col santo, continua Miranda, alzandosi per versare il caffè. Io sono contraria ai santi, glielo dico sempre, ma contenta lei.
Sorseggio il caffè e guardo mia madre con complicità, come faceva lei quando da piccolo mangiavo i biscotti, di nascosto, e riempivo la scatola coi tappi di sughero.
Quanto ti fermi?, mi chiede Doris.
Una settimana, dieci giorni. Poi torno a Roma, al lavoro.
Bene, sussurra, e abbassa gli occhi sul caffè.
E tu come stai, Miranda?, faccio io.
Bene, risponde lei accendendosi una lunghissima Merit. Io sto bene. Con tua madre mi diverto. Scrivo poesie e gliele leggo, così la smette di dormire tutto il tempo.
Miranda è veramente brava, dice Doris, un accento d’orgoglio sulla “r” teutonica.
Perché non le pubblichi?, domando io.
Tanto a noi non ci leggerai mai nei manuali di scuola, noi
donne scriviamo per gli uomini, sono loro gli intellettuali!
E poi la poesia non ha bisogno di libri e di manuali, la poesia ha bisogno di vita e viscere, soprattutto viscere.
Accendo la sigaretta e fisso la fronte liscia di Miranda, le sue labbra sui denti larghi, gli occhi neri dietro gli occhiali. Ha quasi sessanta anni, è bassa e tonda, Miranda, e sta al piano di sotto da più di venti anni, da prima che restasse vedova. Vive al sesto piano, ma in realtà sta sempre con Doris: Doris cucina e lei scrive, Doris dipinge e lei lava, Doris dorme e lei legge. Due corpi così diversi, fedeli alle rispettive solitudini.
M’alzo e vado in balcone. La borgata di Brancaccio s’apre di sotto: da via Giafar a Romagnolo, verso mare, e da via Giafar a Falsomiele, verso la montagna.
Una colonna di fumo s’alza dalla bancarella della carne; tira un vento umido, un vento che porta acqua, dice Miranda dalla cucina.
Tutto è rimasto uguale: i palazzi scoloriti, il ponte sulla ferrovia, le case basse, le tegole di cotto, i capannoni smunti e abbandonati. La ruota del luna park, sotto un neon rosa, cigola come un animale in agonia.
Hai visto?, urla da dentro mia madre, hanno aperto un nuovo centro commerciale.
Guardo verso la montagna, tra i palazzi. Ma dove?
Come dove? Non vedi la torre?
Scruto bene ogni pezzo di cemento, vetro e plastica verso la montagna. E in effetti: c’è una torre che sembra una ciminiera, una torre merlata, viola, fluorescente.
È bello, fa Doris.
Ma che dici?, risponde Miranda. È tutta una pagliacciata!
Finiscila!, ribatte Doris, l’Area porta lavoro, e questa terra ha bisogno di lavoro.
Ma tu che ne sai di questa terra? Che sei vichinga sei!, ride Miranda.
Vero è, faccio io dal balcone, noi vichinghi siamo.
Doris sorride; è nata in un paese vicino Berlino, mia madre, in quella che era la Germania comunista, in un posto dove non sono mai stato. È ancora bella Doris, quando sorride: pare giovane, alta, bionda e forte come una vichinga.


Giuseppe Schillaci vive tra Palermo e Parigi, dove lavora come regista e autore cinematografico. Attualmente è rappresentato dall’agenzia letteraria “Loredana Rotundo”. Nel 2010 è uscito il suo primo romanzo, L’anno delle ceneri, per Nutrimenti, candidato al Premio Strega 2010 e finalista al Premio John Fante 2011, per il quale è stato segnalato da Il Sole 24 Ore tra i migliori scrittori italiani under 40. Nel 2011 alcuni suoi racconti sono pubblicati sulle riviste Nazione Indiana, Italia Magazine, Sud, Atti Impuri, e tradotti in portoghese dalla brasiliana MundoMundano. Dal 2014 è redattore del litblog Nazione Indiana. Regista e produttore di film documentari tra cui: The Cambodian Room (Premio Speciale della Giuria al Torino Film Festival 2009); Cosmic Energy (Toronto Hot Docs 2011) e Apolitics Now! (Miglior Documentario Italian Cinema London 2014). Il suo sito è www.giuschillaci.com.